Recensione Molière in bicicletta

Il Misantropo di Molière rivive nell'integerrima asocialità del Serge Tanneur di Fabrice Luchini

recensione Molière in bicicletta
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Ritiratosi a vita privata e a una bucolica solitudine presso l'Île de Ré, l'ex attore prodigio Serge Tanneur (un - come sempre - irresistibile Fabrice Luchini) riempie le sue giornate disegnando nudi di donna e andando in bicicletta. Lontano dal palcoscenico da oramai tre anni e sempre più in conflitto con lo spirito ‘imprenditoriale e affaristico' del mondo dello spettacolo, lo stato d'isolamento di Serge verrà però interrotto dall'arrivo di Gauthier Valence (Lambert Wilson), vecchio amico e collega ora all'apice del successo grazie a una popolare serie televisiva dove veste i panni dell'affascinante Dr. Morange. E insieme all'inaspettata visita giungerà dall'amico anche una proposta a sorpresa, ovvero tornare sul palco per portare in scena niente meno che Il misantropo di Molière, opera alla quale Serge è da sempre assai legato e che ora sembra indicare anche una singolare affinità con la sua stessa, asociale vita lontana da tutto e tutti. Restio ad accettare ma affascinato dall'idea di recitare il "suo" Molière, Serge accetterà dunque di cimentarsi per qualche giorno con le prove dell'opera, al fine di decidere se cedere o meno al richiamo del palcoscenico. In disaccordo su chi dei due dovrà fare il protagonista Alceste e chi Filinte (presente solo in poche scene) i due attori si contenderanno di giorno in giorno il ruolo più ambito con un casuale testa o croce. Tra il divismo di Gauthier e l'attaccamento al rigore artistico e morale di Serge, i loro duetti saranno momenti di teatro sempre più imbevuti di realismo, interrotti dall'improvvisazione di un quotidiano che si affaccia portando in scena la realtà. All'interno di prove sempre più in bilico tra realtà e finzione, appariranno così di tanto in tanto nuovi volti e storie, ventate d'ottimismo e improvvisi tradimenti, e ai quali s'intreccerà poi anche il percorso di una bella e misteriosa italiana (Maya Sansa) in preda a una ‘crisi da divorzio'. Il dibattere tra Alceste e Filinte sul concetto di stima, amicizia e affini fungerà dunque da lente di in gradimento per mettere a fuoco prima le affinità e poi le insanabili divergenze nel modo dei due 'amici' di intendere e vivere la vita: scegliere o disdegnare di scendere a compromessi con il mondo, guidare o meno una bicicletta dai freni rotti. Uno scambio di ruoli concettuale che diverrà poi motivo (reale) per riappropriarsi delle proprie scelte: la via di una mediocrità votata al successo per Gauthier Valence, il rigido perfezionismo destinato a ripiegare su sé stesso per Serge Tanneur.

"...stimare tutti è lo stesso che non stimar nessuno".

"Riscontro dovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento; non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo di mandare all'inferno tutto il genere umano." (Il misantropo).
Dopo la divertente e originale commedia Le donne del sesto piano, il regista francese Philippe Le Guay sforna un'altra commedia che ha già fatto incetta di consensi, grazie a una sofisticata ispirazione teatrale e alla bravura di due attori che duettano recitando e riportando al centro la grazia e le aberrazioni dell'attore in quanto esasperazione narcisistica dell'uomo. L'idea, nata proprio dalla passione di Fabrice Luchini (che ammette di conoscere Il misantropo a memoria) per il palcoscenico e in particolare per Molière, si traduce in un omaggio al teatro così come alle idiosincrasie stesse dell'uomo. Inclini o meno a vedere il prossimo come un'opportunità piuttosto che come un fardello, i protagonisti di Molière in bicicletta indagano e si confrontano con quel senso di (auto) isolamento ed estraniamento della realtà indotto dalle dinamiche spesso crudeli e dolorose del mondo delle spettacolo o della vita in generale. Molto abilmente Le Guay fa poggiare l'opera sullo scambio (che alterna momenti costruttivi a momenti distruttivi) tra i due ottimi protagonisti e ottenendo numerosi momenti di 'ironica o amara riflessione'. In particolare, è attorno alla misantropia di Serge e alla sua affinità elettiva con il misantropo Alceste che Le Guay aggiunge personalità a un film che non dice molto ma sa bene come dirlo. Più spostato verso l'estetica e l'intimità narrativa del teatro, Molière in bicicletta è senza dubbio una di quelle piccole pellicole-chicche francesi che soddisfano il gusto raffinato di un pubblico attento e alla ricerca di opere dall'aura sofisticata. Uno di quei film che si fondano sulla pregnanza di ogni singola scena e sull'astuto intarsio creato dai dialoghi piuttosto che sulla più classica visione d'insieme.

Molière in bicicletta Nato con l’intenzione di ‘portare a passeggio’ Molière e il suo pensiero a bordo di un film che confronta le asperità del teatro a quelle della vita, l’ultimo film di Philippe Le Guay è un’opera che mescola sacro e profano facendo scontrare il gusto raffinato dell’opera teatrale con la veste patinata e prosaica delle contemporaneità (incarnata dalla popolarità delle serie televisive). Un ottimo Fabrice Luchini nei panni di un moderno misantropo e la buona spalla di Lambert Wilson in quelli della sua antitesi sono senza dubbio la vera carta vincente di un film che (altrimenti) sarebbe apparso ben più scialbo.

7

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