Recensione Miracolo a Le Havre

Aki Kaurismaki e gli abitanti 'miracolati' di Le Havre

Articolo a cura di

Incantato e disincantato l'anacronismo che attraversa (il) Miracolo a Le Havre del finlandese Aki Kaurismaki. Rievoca l'umiltà partecipata di personaggi stravaganti e fin troppo reali come Amélie Poulain (accomunati anche dal particolare legame con le stazioni, salotti d'incontro del viavai delle più variegate esistenze), aggrappati alla vita per uno strano caso del destino. Ed è proprio là, su quella vetta di tolleranza che abbraccia insieme dignitosi lustrascarpe, tenere panettiere, solidali fruttivendoli, mogli devote e giovani immigrati, che il fato e la realtà s'incontrano per regalare un (doppio) miracolo che sa tanto di speranza, un sincero appello di solidarietà a un mondo che sembra averne perso davvero ogni traccia. E dunque ananas floreali, ciliegi in fiore e fumosi personaggi dell'anima entrano, quasi alla rinfusa ma con una loro coerenza, a far parte dell'anestetizzante e vivida parabola di Kaurismaki sull'identità umana, sulle pulsioni positive e sulla possibilità, forse tramite un realismo magico - una fantasia che trasfigura la realtà (non a caso nel film si leggono i racconti di Kafka) - di estirpare il cancro da una società che ai miracoli (purtroppo) non riesce proprio più a credere.

Per le vie di Le Havre

Un passato da scrittore serrato nel cassetto e tanta dedizione per il suo dignitoso ma poco redditizio lavoro di lustrascarpe, Marcel Marx (André Wilms) sembra risorto a nuova vita dopo aver incontrato la compagna Arletty, donna di una bontà inusuale che pare averlo salvato dalla grigia vita di clochard, e con la quale l'uomo condivide ora una complice vita di coppia nel quartiere portuale di Le Havre. La routine delle giornate di Marcel, tutte ugualmente spese tra la stazione di Le Havre in cerca di clienti e il fumoso pub di quartiere per svagarsi con gli amici di sempre, verrà però interrotta quando incontrerà il piccolo Arissa, un giovane profugo africano in fuga dalla polizia (incarnata dalla sfuggente figura di un insinuante commissario di polizia interpretato da Jean-Pierre Darroussin), la quale vorrebbe destinarlo, assieme ai suoi compaesani, agli inospitali centri di accoglienza. Nel frattempo, Marcel apprenderà anche che la sua dolce metà Arletty è gravemente (e forse irrimediabilmente) malata. Scatterà nell'uomo la ferrea volontà di rimboccarsi le maniche e dare un contributo personale al mondo, con i mezzi a sua disposizione, aiutando Arissa a sfuggire alla polizia e poter raggiungere la madre in quel di Londra. Un gesto fortemente simbolico e di estrema solidarietà che contribuirà all'avverarsi di quel miracolo umano ritratto nel film.

Il pregnante escapismo di Kaurismaki

Autore di lavori dalla matrice esistenzialista largamente apprezzati dalla critica (come Vita da Bohème, L'uomo senza passato o Le luci della sera) il finlandese Aki Kaurismaki torna sul grande schermo con un film che coniuga pressanti argomenti di attualità (l'immigrazione, lo smarrimento del senso di solidarietà, la crisi politica, economica e dei valori) con un escapismo narrativo utile a osservare le condizioni critiche in cui versa la società odierna con un occhio più distaccato e forse per questo più sincero. Attraverso lo stravagante personaggio di Marcel, così determinato nel raggiungimento del suo obiettivo ultimo da apparire molto spesso - funzionalmente - sopra le righe, Kaurismaki riesce nell'intento di mostrare, al contrario, come sia il mondo del reale a girare sottosopra, ad esempio nel suo accanirsi nei confronti di un bambino smarrito (bravissimo il piccolo Blondin Miguel a raccontare con un solo sguardo quel profondo smarrimento fisico e umano) e innocente con l'unica colpa di voler riunirsi alla madre. Ed è in questa capacità di far sfumare la realtà che appare surreale in un surreale che rievoca un'umanità a dir poco sopita, che Le Havre risulta effettivamente un film compiuto e per certi versi addirittura necessario - nella sua volontà di abbattere il confine tra ciò che appare e ciò che è, e per risorgere infine nella speranza di un ‘miracoloso' ciliegio in fiore, ultimo disperato appello a un'immagine di rinascita che regala nuova linfa alle (nostre) speranze sopite.

Miracolo a Le Havre Convince Aki Kaurismaki con il suo Miracolo a Le Havre, parabola sur(reale) sulla speranza di ripristinare la speranza terrena attraverso la riconquista del senso e dei valori di identità, solidarietà, umanità. È un miracolo così inaspettato (i miracoli non accadono in questo quartiere dice Arletty) quello di cui ci parla Kaurismaki, da avere lo stesso effetto straniante e conciliante di un ombroso commissario che se ne va in giro con un ananas sottobraccio. Tutto può accadere in un mondo che sembra non avere senso e che dunque deve per forza trovarlo in uno slancio di empiriche stravaganze.

8

Che voto dai a: Miracolo a Le Havre

Media Voto Utenti
Voti: 7
6.9
nd