Recensione Mine vaganti

Antonio dichiara la propria omosessualità alla sua famiglia: sarà il caos

recensione Mine vaganti
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Ferzan Ozpteck è, senza ombra di dubbio alcuna, uno dei registi contemporanei più quotati in terra italica, tanto rispettato e vendibile - accezione da non intendersi neccessariamente come negativa - da potersi permettere di sfornare una media di un film l'anno, distribuito e pubblicizzato nel migliore dei modi.
Una sorta di autore cinematografico che gode e soffre allo stesso tempo l'assenza di un cinema che sappia riportare alla mente il glorioso passato tricolore della macchina da presa, sempre attento ad affrontare temi impegnati senza però riuscire a godere della reale maestria di cui vorrebbe fare sfoggio.
A un anno di distanza dall'apprezzato Un giorno perfetto, il regista torna sul grande schermo con una commedia dai toni forti ma brillante, che utilizza un tema attuale come quello dell'omosessualità come pretesto per parlare, a modo suo, degli amori impossibili, dei desideri nascosti e delle verità celate.

La lacrima che fa traboccare il vaso

Antonio e Tommaso sono due fratelli, entrambi omosessuali figli di una ricca famiglia del salento, costretti a nascondere la propria intimità a causa della rigida provincialità dei loro genitori.
Antonio gestisce l'azienda di famiglia conseguendo ottimi risultati mentre Tommaso, sognatore e giovane estremamente sensibile, tenta la carriera da scrittore di romanzi, mentendo ai genitori che lo credono laureato in economia e commercio a Roma.
Stanco di nascondersi Antonio, fino ad allora figlio ideale, stimato e rispettato da tutti, decide di dichiarare ufficialmente la propria omosessualità, dando vita ad un vero e proprio trauma fra i suoi cari: Vincenzo, il padre, è così sconvolto dalla notizia da ripudiare Antonio all'istante scatenando così la sua rabbiosa reazione: il giovane abbandona l'abitazione e lascia la famiglia senza riguardi.
Tommaso si vede così crollare il mondo addosso su di lui vengono trasferite tutte le aspettative, le responsabilità aziendali ed il desiderio di vederlo sposato con una donna al proprio fianco: ad eccezione di sua nonna, tutti ignorano la sua omosessualità ma esporsi sarebbe un dolore troppo immenso per il padre, così legato alle proprie radici e alle certezze che lo hanno sostenuto per tutta la propria vita.

Leggero come una piuma, pesante come un mattone

Ferzan Ozpetek non è un regista atipico. Probabilmente non è neppure un regista scomodo, così come non è un autore memorabile né un narratore eccellente, eppure, a causa di una pressochè totale assenza di concorrenza sulla piazza e a delle indiscutibili doti d'alchimista della celluloide che gli appartengono, riesce sempre a rimanere ben sopra la fredda linea della mediocrità, a volte facendo uso di format stra-abusati e trucchi del mestiere atti solo a lasciare sconvolto lo spettatore che invece, il più delle volte, non resta che perplesso.
Mine vaganti usa il pretesto dell'omosessualità per affrontare, di riflesso, un tema meno concreto ma decisamente più discusso: quello dell'amore impossibile.
Difatti, ognuno dei protagonisti vive un logorante sentimento che, per un motivo o per l'altro, diviene tormento nei loro cuori, inconsciamente consapevoli del fatto che nulla di concreto potrà mai vedere la luce. Ed è tale patire, l'illusione e l'impossibilità che tutta questa voglia prenda forma a dare allo stesso tempo morte e vita agli uomini perchè senza l'illusione l'emotività si spegne e mantenerla accesa ricorda di essere vivi.
La formula alchemica adottata da Ozpetek è sempre la stessa: un intreccio narrativo con al suo interno un onirico sguardo al passato, sempre presente, sempre docente. Una ricetta che in questo caso assume valenza solo grazie alla splendida scena finale del film e di cui si sarebbe fatto volentieri a meno altrimenti.
Il regista lavora, per giunta sapientemente, sull'ironia e sul lato grottesco giocato dalla tragicomica situazione di un padre e di una madre bigotti, incapaci di comprendere una diversità sessuale come quella che vive il loro figlio (a questo punto “quasi”) perfetto.
Una morale di fondo, inoltre, che abbatte ogni banalità, è che la verità non è sempre necessario, che vivere le proprie speranze, passioni, dolori dentro di se a volte è la scelta migliore: impedisce agli altri di soffrire, permette a se stessi di lottare.
La recitazione degli attori è di buon livello, come spesso accade quando vengono diretti da Ozpetek e riesce a coinvolgere gli spettatori senza sbavature, in modo espressivo e piacevole. Scamarcio soffre cadute di stile dovute anche ad un ruolo che sembra non appartenergli mentre Alessandro preziosi appare piacevolmente in forma, tutto questo condito dalla favolosa presenza della meravigliosa Ilaria Occhini (I complessi, La città morta).
Da antologia la sequenza degli amici effemminati di Tommaso, semplicemente da sbellicarsi dalle risate.

Mine vaganti Mine vaganti è un film ben calibrato, fatto di momenti di leggerezza ed altri di grande drammaticità. Ovviamente un lavoro marchiato Ozpetek, con i pregi e i difetti che questo nome porta con se, rimane pur sempre il lavoro di un professionista dotato di indubbia ispirazione. Riesce a non risultare mai noioso e trascina con se lo spettatore senza che neppure se ne renda conto.

7

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