Recensione Millennium - Uomini che odiano le donne

David Fincher porta nuovamente sullo schermo i celebri personaggi di Larsson, ma in maniera assai anonima

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Uno dei casi letterari più clamorosi degli ultimi anni è quello relativo all'opera di Stieg Larsson. Giornalista, scrittore e consulente impegnato nel mondo del giornalismo investigativo, Larsson ha raggiunto la notorietà mondiale postuma, dopo la disgraziata dipartita nel 2004 causata da un attacco cardiaco. Solo dopo la sua morte, difatti, è stata pubblicata la trilogia Millennium, base di un progetto ad ampio respiro rimasto, purtroppo, incompiuto. Secondo romanziere più venduto al mondo nel 2008, Larsson ha lasciato in eredità al mondo della fiction le storie e i personaggi di Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander, ispirandosi per l'uno a sé stesso, e per l'altro ad una ragazza, vittima di stupro, che non era riuscito a salvare da ragazzo. Divenuto paladino della lotta al razzismo e alla violenza sulle donne, nei suoi romanzi il giornalista svedese introdusse i temi portanti che voleva esplorare e combattere. Dalla trilogia sono stati tratti prima tre film svedesi -assurti a fama mondiale anche grazie all'iconica interpretazione di Noomi Rapace- e infine una pellicola hollywoodiana con protagonisti l'astro nascente Rooney Mara e l'inossidabile Daniel Craig, per la regia di un maestro del thriller quale David Fincher. Finalmente Millennium - Uomini che odiano le donne arriva anche nel nostro paese, e noi siamo qui a raccontarvene pregi e difetti.

The girl with the dragon tattoo

Svezia, pochi anni or sono. Il giornalista investigativo Mikael Blomkvist (Daniel Craig), editor di punta della rivista Millennium, viene condannato in tribunale per calunnia e diffamazione ai danni di un potente magnate svedese, Hans-Erik Wennerström. Screditato e sull'orlo della rovina economica, all'uomo non resta che accettare l'incarico di redarre le memorie di Henrik Vanger (Christopher Plummer), decano dell'imponente impero commerciale dei Vanger. O almeno questa è la versione ufficiale: il vero compito di Mikael è, difatti, cercare di scoprire qualcosa in più sulla sorte di Harriet, nipote preferita di Henrik scomparsa in circostanze misteriose quarant'anni prima. Sentendo l'approssimarsi della morte, difatti, Vanger vuole sistemare i conti col passato e scoperchiare il vaso di Pandora dei segreti di famiglia, convinto che sia stato, per l'appunto, un familiare ad uccidere la ragazza, per motivi ancora ignoti. La missione di Blomkvist, inizialmente una semplice ricerca, diventerà sempre più pericolosa e inquietante, e fondamentale sarà l'apporto che la giovane, ribelle ed asociale hacker Lisbeth Salander (Rooney Mara) darà all'indagine...

'All the rape, no subtitles'

The movie you already saw...now in english. All the rape, no subtitles!” recitava scherzosamente un fake poster qualche giorno fa.
E, a conti fatti, non aveva tutti i torti.
Alla naturale ritrosia che accompagna l'attesa dei remake cinematografici si era, nel tempo, sostituita nel pubblico e nella critica la fiducia in un regista specializzato in thriller (anche di stampo investigativo) come David Fincher, l'uomo che non solo ha saputo osare sceneggiature inusuali come Il curioso caso di Benjamin Button e The Social Network, ma che ha portato al cinema vere e proprie 'esperienze' come Fight Club e Se7en. Una garanzia di qualità, insomma. In più, il cast era ben nutrito e dotato. Insomma, tutto sembrava volgere per il meglio. E, in effetti, il risultato finale è più che soddisfacente. Il film è, innanzitutto, più coerente col testo originale rispetto alla pellicola di Niels Arden Oplev del 2009; è ben recitato e rende bene l'atmosfera del tutto.
Eppure...eppure, nonostante sia un prodotto che merita sicuramente una visione come film di genere (dopotutto la storia originale, per quanto lungi dall'essere geniale, è intrigante) non convince né come remake né in quanto film di Fincher, più anonimo che mai.

Ma andiamo con ordine. Abbiamo già detto che il film di Fincher è più fedele al libro di quanto non lo fosse l'originale svedese; be', a parer nostro...anche troppo. Quasi sempre, i remake hollywoodiani portano a casa loro storie nate in contesti sociali, politici e culturali spesso anche molto diversi con invidiabile nonchalance, anche a costo di perdere buona parte del significato originale derivante dal contesto (vedasi molte versioni yankee di film horror orientali originariamente intrisi di folklore e misticismo caratteristici dei luoghi d'origine). In questo caso, invece, anche il remake è ambientato in Svezia, per un qualche motivo che, in sostanza, ci sfugge. I personaggi di Larsson non hanno caratteristiche tipiche 'svedesi' e anche l'ambientazione, per quanto curata e ampiamente descritta nei romanzi, non obbliga la presenza dei personaggi a Stoccolma piuttosto che a Pittsburgh. Insomma, per una volta che gli americani potevano 'impiantare' una storia dalle loro parti senza che qualcuno se ne avesse a male, non l'hanno fatto. Tanto, l'invadente product placement potevano inserirlo comunque, Ikea compresa.
Nonostante ciò, di tutto il cast protagonista, uno solo degli attori, in fin dei conti, risulta svedese, e i testi che vediamo in giro (su schermi, quaderni etc.) sono perlopiù in inglese. Non sia mai che il pubblico medio debba leggere qualche sottotitolo. Però continuiamo a dargli in pasto nomi che non riesce a ripetere senza incorrere nello scioglilingua, sì, ci sembra un'ottima idea.
Oltretutto, cosa ha da offrire in più della versione originale, questo film? Tutto e niente. Qualche attore più famoso e, in teoria, più bravo, forse. E, di certo, Craig, Plummer o Skarsgård sono tutt'altro che disprezzabili (anche se fa una certa impressione vedere 'James Bond' così impacciato, debole e 'ordinario') ma nel confronto tra le due Lisbeth, nonostante l'innegabile impegno, Rooney Mara esce sconfitta dalla Rapace, che forse esprimeva meglio il carattere 'selvatico' di questa curiosa antieroina che, in fondo, è il pezzo forte di tutta l'opera.
Si nota poco anche lo sforzo produttivo: i quasi 80 milioni di dollari di differenza di budget si vedono poco e, anzi, la scena dell'inseguimento in moto è meglio realizzata nella versione più 'economica'.
Inoltre la maggior aderenza al testo letterario non si traduce, in questo caso, in una migliore comprensione della trama o in un approfondimento di temi importanti tralasciati nella precedente versione: la figlia di Blomkvist non è poi così fondamentale, soprattutto nella limitata economia di un lungometraggio, per non parlare poi di elementi quali l'eventuale acquisizione del giornale da parte dei Vanger o addirittura la presenza del gatto. O, ancora, un epilogo estremamente prolisso, che recupera l'elemento triste che spezza l'happy ending della versione svedese ma solo dopo aver ammorbato il pubblico per diversi minuti con una scena fin troppo annacquata, che Oplev aveva giustamente liquidato in poche, efficaci, inquadrature. Tutto ciò porta il film ad una lentezza che speravamo lontana e relegata alle freddi lande del nord: già il film originale era piuttosto moscio e soffriva di brusche impennate, e si sperava che un maestro come Fincher potesse dare più ritmo all'insieme. Speranze vane: dopo dei titoli di testa belli ma fin troppo movimentati, Fincher fallisce nell'impresa e riesce a rendere il suo film ancora più -inutilmente- lungo della versione svedese. Quasi due ore e tre quarti che, con occhi più taglienti sul montaggio e la costruzione delle scene, potevano benissimo perdere almeno mezz'ora, guadagnandoci.

Millennium - Uomini che odiano le donne Sappiamo benissimo che alcuni di voi obietteranno sull'opportunità di basare una recensione sul confronto con una versione precedente dello stesso film. Ma quello che c'era da dire, rispetto al libro e rispetto al film in sé, l'abbiamo appurato in poche righe fin dall'inizio: il film merita ed è ben realizzato, sebbene non si riveli eccelso in alcun comparto. Se fosse il primo film tratto dai romanzi di Larsson e fosse diretto da un John Smith qualunque non avremmo, in fondo, nulla da ridire. Ma da Fincher, non lo nascondiamo, ci aspettavamo ben altro.

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