Midway, la recensione del nuovo war movie di Roland Emmerich

Il regista di 2012 e Independence Day torna in sala con un film di guerra mediamente appassionate e cinematograficamente fuori tempo massimo.

recensione Midway, la recensione del nuovo war movie di Roland Emmerich
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A tre anni di distanza dal deludente Independence Day: Rigenerazione, il disaster artist Roland Emmerich torna nuovamente in sala con del cinema di guerra, non iper-tecnologico e contro un invasore alieno, questa volta, ma guardando al passato e alla Battaglia delle Midway. Uno scontro decisivo per gli esiti della Seconda Guerra Mondiale, combattuto in mare aperto, nell'Oceano Pacifico, senza che le navi di linea aprissero mai il fuoco tra di loro e utilizzando invece le rispettive flotte aeree per distruggere le truppe nemiche. Fu uno dei primi e seminali dispiegamenti strategici e militari delle portaerei in battaglia, svoltasi senza contatto visivo tra le flotte contrapposte.
Partendo da una sceneggiatura del semi-sconosciuto Wes Tooke, Emmerich prova come sempre a impalcare uno spettacolo cinematografico di grandi proporzioni, mettendo insieme un cast corale che riunisce nello stesso esercito Woody Harrelson, Patrick Wilson, Luke Evans, Ed Skrein, Dennis Quaid e Nick Jonas, riuscendo però soltanto a scalfire la dura superficie che separa lo spettatore dal provare del sano entusiasmo.

Un film fagocitato dalla superficialità

Per motivi di attinenza storica e anche di portata, il film che più si avvicina alle corde di Midway è il Pearl Harbour di Michael Bay: una pellicola vecchia di 18 anni divenuta un cult tra gli appassionati di genere e all'epoca accolta in modo pessimo. Per confezionare il suo nuovo progetto, Emmerich parte proprio dall'attacco giapponese al tristemente noto porto militare americano, così da sviluppare poi (maldestramente: anche colpa della penna di Tooke) la strategia delle parti in gioco e sistemare i pezzi sulla scacchiera del Pacifico. Lo fa con un occhio rivolto all'intrattenimento in salsa blockbuster e con un altro al lato umano della guerra, scadendo ovviamente in uno spicciolo patriottismo che fa perdere persino autenticità all'intera vicenda, che si trasforma molto velocemente in un'accozzaglia senza salvezza di stereotipi.
Trattandosi di un cast corale, non c'è un vero protagonista ma tante macchiette caratteriali: il pilota ribelle e tutto d'un pezzo (un Ed Skrein irricevibile), lo stacanovista analista militare (Wilson), l'ammiraglio dai saldi principi (Quaid), quello capace di ascoltare i suoi sottoposti (Harrelson) e tutta un'altra serie di comprimari che sembrano non riuscire a imprimersi come dovrebbero. C'è persino chi, come Aaron Eckhart, viene assurdamente introdotto con molta enfasi solo per scomparire dopo appena due scene.

Delle sorti dei personaggi o dei loro piani ci scopriamo man mano sempre più disinteressati, complice anche un ripetersi di situazioni stancante che non aiuta ritmo e varietà della narrazione, elemento che, in aperto contrasto con Pearl Harbour, lo fa uscire con le ossa rotte dal confronto. La Battaglia delle Midway, per altro, partiva da una ragionata strategia giapponese per indebolire la marina americana e invadere poi il continente, ma nel film di Emmerich si dà molto più spazio alla difesa e al contrattacco degli yankee, recludendo gli ormai alleati orientali in secondo piano, concedendogli al massimo qualche intervento chiarificatore - poi neanche tanto, vista la qualità della scrittura.

Il re dei disastri

Fatta pace con un comparto attoriale mal sfruttato (e scelte anche opinabili) e una sceneggiatura sostanzialmente inesistente, lato spettacolo si avverte la decisa mano di Roland Emmerich, che è poi quella che innalza verso la sufficienza l'intera baracca. Il re dei disaster movie sa come e quando colpire per mettere in scena alcune sequenze esteticamente ragionate e dirette con passione. Dall'attacco iniziale a Pearl Harbour fino allo scontro decisivo al largo delle Isole Midway, il lungometraggio spezza alcuni estenuanti momenti dialogati con una serie di piccoli scontri che danno senso alla presenza del regista in cabina di comando, anche se è palese una mancanza basica di ingegno in merito alla varietà dell'azione.
Senza mai osare in qualche intrigante virtuosismo o sfruttare al massimo le potenzialità del genere per raccontare una battaglia tanto particolare, Emmerich si dedica all'eccessiva spettacolarizzazione della guerra (elemento che fa poi il paio con l'eccessivo patriottismo della trama), dando vita a combattimenti aerei o manovre in picchiata sì, belle da vedere, ma non dopo la quinta volta, girate per altro in modo identico, senza creare alcuna tensione. Abusa inoltre in modo esasperato di una CGI a tratti fin troppo posticcia e di escamotage post-produttivi e di editing visibilmente pensati per abbattere i costi e la durata del film, che con le sue due ore e venti si fa già fin troppo sentire.

Si avverte su tutto l'amore del regista per questo tipo di cinema, che però vive, struttura e fruisce in modo un po' troppo antiquato, senza ragionare sui necessari aggiornamenti per renderlo visivamente e concettualmente più moderno e appetibile. Trattandosi per giunta di un blockbuster a tutti gli effetti (100 milioni di budget senza spese di promozione), pensare di rivedere le proprie convinzioni come fatto già da molti altri colleghi, sperimentando in trovate tecniche, avrebbe enormemente giovato a un film che, purtroppo, si regge a stento a galla, imbarcando davvero troppa acqua.

Midway (Roland Emmerich) Più che essere un film sbagliato, il Midway di Roland Emmerich è un titolo posticcio e forse fuori tempo massimo, quasi di serie B se accostato agli arrangiamenti di guerra pensati da Christopher Nolan con il suo Dunkirk o dal prossimo 1917 di Sam Mendes. La sceneggiatura e il cast corale fanno il minimo indispensabile per sorreggere l'idea di spettacolo cinematografico del regista di Independence Day, che si rivela a tratti riuscito e anche di grande impatto, ma fin troppo ripetitivo, poco vario, appoggiato a una CGI non sempre funzionale al risultato. È poi fin troppo evidente l'amore per un certo ideale patriottico che fa perdere attinenza storica e veridicità al progetto, che imbarcando acqua da tutte le parti si regge a galla quel tanto che basta per trarsi in salvo da un totale disastro.

6

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