Midsommar, la recensione del nuovo horror di Ari Aster

Il regista di Hereditary torna in sala con un altro horror, diverso ma comunque simile nel trattare il tema del lutto con elegante crudeltà.

recensione Midsommar, la recensione del nuovo horror di Ari Aster
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La giovane Dani (Florence Pugh) è traumatizzata dalla morte dei genitori e della sorella, e cerca sostegno morale soprattutto nel compagno Christian (Jack Reynor), il quale invece, a sua insaputa, sta cercando di lasciarla da un anno. Alcuni mesi dopo, lui la invita a unirsi a un gruppo di amici per un viaggio in Svezia, dove assisteranno alle festività del solstizio d'estate secondo antiche tradizioni di origine pagana.
Per Christian e il suo amico Josh (William Jackson Harper), entrambi studenti di antropologia, la trasferta ha un interesse accademico, mentre per Mark (Will Poulter) è un'occasione ghiotta per provarci con le donne svedesi. Dani, dal canto suo, ha principalmente bisogno di un cambio d'aria. Un'aria decisamente diversa, tra prime esperienze psichedeliche, usanze bislacche, l'assenza di campo per il cellulare e il famoso sole di mezzanotte che non tramonta mai, dando al tutto un'atmosfera sottilmente irreale...

"Faccio l'accento svedese?"

Un anno fa, quasi dal nulla (il regista aveva già all'attivo dei cortometraggi piuttosto apprezzati), è spuntato l'horror d'autore Hereditary, esordio nel lungometraggio del cineasta americano Ari Aster, un progetto spudorato e provocatorio che ha sconvolto il pubblico del Sundance Film Festival e poi terrorizzato gli spettatori nel mondo intero grazie alla sua miscela di spaventi, immagini forti e idee tutt'altro che banali sull'elaborazione del lutto. Un'opera ambiziosa, imponente ma a tratti anche frustrante (a molti non andò giù, per esempio, l'eccessivo bisogno di spiegare determinate cose), che col senno di poi è stata una sorta di prova generale del nuovo Midsommar, che condivide alcune aree tematiche con Hereditary e ragiona in modo altrettanto beffardo sulle convenzioni di genere.
Stando allo stesso Aster, il suo esordio era nato come un normale dramma famigliare prima di trasformarsi in un horror, e allo stesso modo Midsommar, la cui origine risale a un tentativo di lavoro su commissione, va oltre qualunque aspettativa su quello che un film da brivido odierno dovrebbe fare. Come ha affermato il regista, è un break-up movie travestito da horror pagano.

Che IKEA, ma quale IKEA!

Fin dal titolo, l'opera seconda di Aster si colloca in una realtà ben precisa, quella della tradizione svedese del midsommar (noto anche come juhannus in Finlandia e sankthans in Danimarca), una festività talmente importante che a livello nazionale è stato persino suggerito di renderlo il giorno di festa per antonomasia. Una festività che il regista ha evidentemente preso sul serio, rendendola il titolo del film, scegliendo veri attori svedesi per i ruoli secondari e rispettando al massimo le vere tradizioni e iconografie associate ai festeggiamenti del solstizio, con risultati affascinanti e a volte anche divertenti (chi conosce un minimo la lingua riderà di gusto quando viene introdotto, con reazioni diverse da parte di svedesi e americani, il termine byxmyndig).

Rimane però quell'aria di incertezza, di sospensione tra due mondi, dettata sia da quel sole che non tramonta mai che dalla decisione di girare gli esterni in Ungheria, restituendoci una Svezia riconoscibile ma al contempo un po' strana, in bilico tra ragione e follia, tra riti antichi e usanze odierne. È un contrasto continuo, per l'intera durata del film, fino a un'inquadratura di commiato che rimane impressa nella mente a lungo dopo la visione.

Una lunga sofferenza


Come Hereditary, Midsommar non esita a prendersi i propri tempi: 140 minuti, per l'esattezza, e al netto di quell'atmosfera subdolamente malsana che c'è sin dall'inizio, la transizione verso l'horror comincia seriamente verso metà film. Ma è un orrore diverso, meno diretto rispetto all'opera precedente di Aster, che qui si interessa veramente ai rapporti sempre più disagiati tra le persone senza tirare in ballo entità demoniache. Certo, c'è il paganesimo, e i rimandi a The Wicker Man (l'originale del 1973, non il remake con Nicolas Cage) sono evidenti, ma al regista sta a cuore soprattutto la bruttezza interiore dell'essere umano, e le sfumature ambigue annesse a quel concetto.

Rimane il meccanismo palesemente costruito a tavolino (la precisione geometrica delle inquadrature è il lascito più evidente di Hereditary), ma al suo interno è percepibile qualcosa di più libero, una furia incontenibile che trascende qualsiasi provocazione artificiosa. Una furia incontenibile come quella di Dani, giovane eroina catapultata in un mondo a lei sconosciuto e alle prese con sentimenti contrastanti, resi alla perfezione dalla performance a tratti calorosa e a tratti gelida di Florence Pugh, che con questo film si impone definitivamente come una delle attrici inglesi maggiormente degne di nota nel panorama attuale. Panorama che per l'occasione si tinge di un azzurro innaturale, baciato da un sole la cui luce rende ancora più terrificante ciò che Aster ha in serbo.

Midsommar - Il villaggio dei dannati Ari Aster torna dietro la macchina da presa, a un anno dall'uscita di Hereditary, con un altro horror, ancora più strano, ancora più malsano, ancora più crudele, ancora più ambizioso: Midsommar. La precisione è la stessa, ma dietro le inquadrature studiate a tavolino c'è tanto dolore, tanta rabbia. Ma anche tanta umanità, il che rende ancora più deliziosamente insostenibile la progressiva evoluzione di un incubo alla luce del sole, quel sole estivo scandinavo che non tramonta mai e quindi mostra tutti gli orrori, fisici o spirituali che siano.

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