Mi Chiamo Francesco Totti: la recensione del film di Alex Infascelli

Abbiamo visto Mi Chiamo Francesco Totti alla Festa del Cinema di Roma, ecco cosa pensiamo del lavoro svolto da Alex Infascelli.

Mi Chiamo Francesco Totti: la recensione del film di Alex Infascelli
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Scrivere di un Campione come Francesco Totti è una sfida proibitiva, cos'altro si può dire in più di un monumento del Calcio e, in generale, dello sport? Un modello a cui tanti da sempre si sono ispirati per valori quali la fedeltà verso una comunità e un amore che non potrà mai essere interrotto per nulla al mondo. Questo è stato in pochissime battute il Capitano più amato della storia della Roma, Campione del Mondo del 2006 e simbolo di genio e sregolatezza del Calcio mondiale. E quando si è davanti a personaggi simili non c'è tifo che tenga.
Certamente tanti altri hanno egualmente vissuto una carriera come quella di Francesco Totti, ma nessuno potrà mai vantare di aver avuto la Città Eterna ai propri piedi per oltre venticinque anni. Un rapporto d'amore profondo, viscerale e a tratti isterico nella sua travagliata conclusione che ha reso la storia del calciatore più unica che rara.
Per questo motivo in occasione della Festa del Cinema di Roma 2020 abbiamo avuto l'estremo piacere di vedere in anteprima Mi Chiamo Francesco Totti, documentario realizzato da Alex Infascelli che va a ripercorrere non solo la vita calcistica bensì anche quella intima del Gladiatore Giallorosso.

Il film tutto è eccetto che un prodotto autocelebrativo o indirizzato esclusivamente a coloro che da sempre tifano la Roma. Non è così ed è forse la sorpresa più bella di questo documentario, che ricordiamo essere disponibile in via del tutto eccezionale anche nelle sale cinematografiche dal 19 al 21 ottobre.
Ma come sono riusciti, produttori e regista, a rendere il film appetibile anche a chi non si è mai interessato a Totti? La risposta è molto semplice: mostrando Francesco nella sua più pura genuinità, quella che da sempre lo contraddistingue.

Non si parla di Calcio ma di Vita

Mi Chiamo Francesco Totti non è un documentario in cui il Calcio è protagonista indiscusso bensì, e questo rende fin da subito palese l'intento del regista, un metaforico piedistallo su cui elevare il racconto di vita di questo personaggio tanto noto quanto misterioso. Soprattutto per chi non è mai stato vicino al simbolo di Roma e della Romanità più verace è bene sapere che, sia in ambito professionale che intimo, Francesco Totti è sempre stato restio a rilasciare molte interviste o, meglio, dichiarazioni che lo mettessero realmente a nudo.
I motivi sono molteplici, come affermato da lui stesso dopo la conclusione della sua carriera: preservare la propria Società da attacchi mediatici e ovviamente proteggere la sua famiglia, elemento cardine della sua vita.
Basti pensare che, a seguito della recente e dolorosa morte del padre Lorenzo, Francesco Totti ha deciso di non prendere parte alla presentazione ufficiale di questo documentario proprio in occasione della Festa del Cinema di Roma 2020.

Una scelta giusta, toccante, che rende ancor più evidente quanto sia più importante il valore umano che quello commerciale.
Tornando però a quanto detto sopra, Mi Chiamo Francesco Totti colpisce proprio per la ricercata volontà di dare allo spettatore non degli scoop sportivi, bensì di prenderlo e portarlo per mano attraverso l'intera e meravigliosa vita vissuta dal Capitano. Prima l'uomo, poi il calciatore.
Da toccanti reperti storici proprio con il padre Lorenzo (detto Enzo), figura fondamentale per la crescita e il consolidamento di Totti sia da uomo che da calciatore, che a momenti duri della vita, come il drammatico infortunio del 2006 che per poco non costò la clamorosa esclusione dai Mondiali di Calcio poi vinti dalla Nazionale Italiana, fino a quelli più dolci come il rapporto con Ilary Blasi, sua moglie, e la nascita dei figli.

C'è tutto quel che effettivamente doveva esserci, con la classe però di rendere il pallone un mero accessorio di questo racconto anziché l'apparente protagonista. Si parla di vita e di come a volte, con un singolo treno passato e preso all'ultimo minuto, tutto possa cambiare da un momento all'altro. Dalle strade di Porta Metronia (quartiere popolare di Roma) all'Olimpico, una parabola tanto dolce quanto amara data la sua conclusione degna del miglior romanzo drammatico esistente sulla Terra.

Un prodotto riuscito nel suo essere non celebrativo

Alex Infascelli ha avuto la giusta intuizione nel rendere Mi Chiamo Francesco Totti un documentario così ben riuscito: lasciare al protagonista, attraverso il classico stratagemma della voce narrante fuori campo, piena libertà di raccontare realmente i fatti vissuti sulla propria pelle.
Il tutto, a volte, alternato da figure chiave della vita e carriera del personaggio quali Giuseppe "Principe" Giannini e Antonio Cassano. Il primo è stato il suo idolo indiscusso d'infanzia, il secondo invece il compagno con cui ha condiviso il miglior calcio giocato nella sua carriera essendo lui stesso un Campione, purtroppo, vittima del suo introverso carattere.

Come detto questo prodotto parte dal principio per poi concludersi (seguendo alla lettera il libro Un Capitano di Condò, che vi invitiamo a leggere) proprio in quella data, un giorno che i Romanisti e i cultori del Calcio non potranno mai e poi mai dimenticare: il 28 maggio 2017, giorno dell'ultima partita di Francesco Totti con la maglia della Roma.
Una fede indiscussa portata avanti scalzando di tanto in tanto offerte da ogni parte del globo, con alcune clamorose quali quelle di Florentino Perez del Real Madrid e di Silvio Berlusconi del Milan.

E vedere quella conclusione, intrisa di lacrime ed emozioni, farà comprendere a tutti il perché quel giorno a Roma si scrisse una delle pagine più belle dello Sport. Solamente Francesco Totti e la sua Storia di onestà e amore verso la propria Città hanno potuto dare vita a un racconto che, con questo documentario, è stato spiegato nella maniera più toccante ed equa possibile, senza scadere in sterili e banali celebrazioni.
Proprio per questo siamo certi che vi commuoverete a ogni visione di questo prodotto, che probabilmente verrà tramandato di generazione in generazione tra i Romanisti e non solo.

Mi chiamo Francesco Totti La sfida è stata ampiamente vinta sia da Infascelli che da Totti, in particolar modo per quanto la genuinità del protagonista principale sia quel plus utile a rendere Mi Chiamo Francesco Totti un prodotto che trasuda onestà da ogni poro. Non c'è alcuna voglia di elogiare bensì di raccontare, perché - ora e per sempre - si continuerà a parlare di uno dei giocatori più forti della storia del Calcio nostrano e internazionale. Un documentario sportivo che si spera apra le porte ad altri prodotti simili, confezionati con lo stesso taglio e talento.

8.5

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