Venezia71

Recensione Messi

Un irriconoscibile Álex de la Iglesia ci racconta la vita e il mito del campione argentino idolo delle folle

recensione Messi
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Stare a sciorinare l'intero palmarès di Lionel Messi sarebbe a dir poco pleonastico: basti ricordare che il pluripremiato Pallone d'oro è universalmente riconosciuto come uno dei calciatori più forti della storia, alla pari del predecessore e connazionale Diego Armando Maradona. Vero trascinatore di folle, questo giovane argentino vede, ad appena 27 anni, già il primo documentario sulla sua figura umana e sportiva, diretto da un regista, oltretutto, decisamente fuori dagli schemi. Stiamo parlando di Álex de la Iglesia, cineasta spagnolo noto per i bizzarri e riuscitissimi Ballata dell'odio e dell'amore e Le streghe son tornate (Las brujas de Zugarramurdi), che ha deciso di accettare la sfida di raccontare questa figura del mondo del calcio che si appresta a divenire leggendaria.
L'idea è quella di parlare di Messi in maniera inusuale, non limitandosi al "classico" modus operandi di realizzare un documentario: anzi, i filmati di repertorio sono decisamente pochi e inframezzati da ricostruzioni in forma di fiction, qualche intervento di personaggi famosi ma, soprattutto, delle testimonianze e delle chiacchiere in libertà di chi lo ha conosciuto veramente, quando ancora era solo un ragazzino talentuoso che tutti volevano in squadra alle giovanili: parenti, amici, insegnanti e allenatori, tutti riuniti in convivio al tavolo di un ristorante per parlare e celebrare il nuovo mito dell'attaccante di punta del Barcellona e della nazionale Argentina.

"Diventerai il più forte del mondo"

Il film, presentato a Venezia 71 durante le Giornate degli Autori dallo stesso de la Iglesia (presente alla Mostra anche come autore di uno dei segmenti del curioso Words with gods) è dunque un documentario atipico, a cui è difficile dare una collocazione. E in verità, in sala, durante la presentazione, le reazioni sono state assai disparate. I fan del calciatore argentino si sono visibilmente emozionati, ma quelli del regista spagnolo, perlopiù, hanno reagito in maniera contrariata. Se non ci fosse il nome di de la Iglesia nei titoli di testa e di coda del film, difatti, nulla farebbe pensare che si tratti di una sua opera. Certo, non ci si aspettavano particolari guizzi registici, sangue e bizzarrie varie da un documentario sportivo, ma perlomeno un po' di verve sì. Per un'ora e mezza, invece, si assiste a un prodotto di stampo quasi televisivo, quando ai filmati "d'epoca" (a bassissima risoluzione, nonostante stiamo parlando di materiale video di vent'anni fa al massimo, ma trattasi a tutti gli effetti di filmati amatoriali o tratti da tv locali) si vanno a unire riprese dal vivo al ristorante e scene di pura fiction dal tono e dalla fotografia che ricordano sceneggiati argentini quanto e più dello stesso Messi. Oltretutto anche il montaggio e la scelta degli attori (per le parti di fiction) non aiutano a far chiarezza, mischiando personaggi reali e interpreti e mancando a volte di contestualizzare le situazioni: in questo modo chi non è già addentro al mito di Messi farà fatica a ricostruire le vicende e capire il fenomeno dietro l'uomo. Perché, fondamentalmente, ci ritroviamo davanti a una vera e propria agiografia del personaggio, nella quale trovano davvero poco spazio le critiche e i "lati oscuri" del nostro eroe sportivo e ci si limita a riempirlo di complimenti, fregiarlo di titoli, tesserne le lodi senza, però, mostrarci davvero la sua grandezza, anzi soffermandosi anche troppo su episodi sì importanti, ma non così tanto da parlarne ripetutamente (come le difficoltà della sua famiglia ad abituarsi a vivere in Spagna o le difficili cure sostenute da ragazzino per assicurarsi una crescita adolescenziale 'normale' a dispetto delle sue predisposizioni fisiche). La noia prende presto il sopravvento, e il film si riscatta solo nel finale, quando (in modo invero furbetto) gioca la carta del momento commovente, grazie al ricordo della nonna di Lionel.

Messi I fan dello straordinario campione argentino, sicuramente, apprezzeranno l'agiografia messa in atto da Álex de la Iglesia nel suo ultimo film, documentario assai poco convenzionale che mescola, alle classiche interviste e filmati di repertorio, momenti di fiction e le chiacchiere in libertà, a tavola, di chi lo conosce di più: i cittadini della sua città natale, Rosario, con cui è cresciuto e che l'hanno visto crescere e diventare una leggenda. Tuttavia, nonostante l'impostazione originale, della mano del geniale regista spagnolo non si nota praticamente nulla, soffocata da uno stile e una messa in opera fin troppo televisiva e dedita a raccontare solo verità parziali. Manca, in sostanza, l'emozione in grado di appassionare anche chi, di pallone, non capisce nulla. E la colpa non è certo di Messi.

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