Men in Black International, la recensione: quando si rompe il giocattolo

Chris Hemsworth e Tessa Thompson tornano a fare squadra nel nuovo capitolo di un franchise riadattato per essere sterile sotto ogni punto di vista.

recensione Men in Black International, la recensione: quando si rompe il giocattolo
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Niente più Tommy Lee Jones o Will Smith, in questo sequel/soft reboot di Men in Black, che non prova neanche più a rifarsi al fumetto firmato da Lowell Cunningham, mantenendone intatto solo il nome. Le azioni degli agenti K e J non vengono però dimenticate e continuano a far parte dell'universo che in Men in Black: International cambia forma, si dilata e si espande dall'America all'Europa, fino ad arrivare anche in Marocco.
La nuova avventura imbastita da F. Gary Gray (Fast & Furious 8), con protagonisti Chris Hemsworth e Tessa Thompson nei panni degli Agenti H e M, è più grande e - lo dice il nome stesso - internazionale, solo che nel voler essere così cosmopolita, aperta al diverso, spumeggiante, elettrica e dolorosamente cringe non riesce nell'intento di rilanciare al cinema un franchise apprezzato soprattutto per due elementi: il rapporto tra i protagonisti e quell'amore tutto sonnenfieldiano per l'artigianale e le atmosfere alieno-fiabesche, comunque integrate a meraviglia con la rivoluzione digitale cinematografica.

Better extinct than go big in this way

Men In Black: International è un agglomerato di idee senza un preciso scopo. Pesca a man bassa dai blockbuster più recenti, specie di stampo cinecomic, adoperandosi per ricalcare non tanto la funzionale e centrata formula Marvel ma proprio quel difficile insieme di ironia non-sense e gusto per l'improvvisazione visto in Thor: Ragnarok. Come riportato in precedenza, i problemi produttivi del reboot sono stati diversi, tanto da arrivare a cambiare il film nel profondo, modificandolo radicalmente e dandogli un taglio completamente differente da quello pensato da Gary Gray.
Regia e montaggio non sono comunque i problemi principali del progetto, perché a creare insofferenza nello spettatore è una sceneggiatura blanda, inutilmente prolissa e prevedibile sin dal prologo iniziale, che richiama tra l'altro alla mente quello di Men in Black III. Superato l'incipit dedicato al personaggio di H, si passa all'infanzia di M e a tutta la trafila che la porta a divenire una recluta Men in Black, appellativo comunque obsoleto vista le presenza di molte donne anche nei ranghi più alti dell'agenzia, come l'Agente O interpretata da Emma Thompson.
A questa rilettura femminista del franchise si dedica molto tempo, sia esplicitamente che implicitamente, dando ampio margine di movimento a M, alle sue intuizioni più brillanti, alla sagacia del "leader", rendendo invece Chris Hemsworth un vero babbeo tutto muscoli e poco cervello, il belloccio forte e carismatico che agisce d'istinto, si caccia nei guai e costringe i Men in Black a sistemare i suoi pasticci.

Sull'imitare Thor: Ragnarok c'è poco da dire: non ce la fa proprio. Quella di Waititi era una decostruzione centrata, ironica e funzionante del personaggio e un'esasperazione voluta, divertita e sagace. Il dividere poi il pubblico è stata una conseguenza calcolata e fisiologica, rompendo come ha fatto con il canone di Thor, eppure nella sua volontà di snaturare a tutti i costi ha portato a casa il compito divinamente. In Men In Black: International ogni dialogo virato alla ricerca di quel clima insensato ma sarcastico, tra l'imbarazzato e il geniale, frana invece su lunghe e scoscese prolissi davvero sgradevoli, perché tendono prima di tutto a reiterarsi senza mutare, e poi perché sono semplicemente tediose e stancanti, quasi partissero intenzionalmente per andare a caccia di sbuffi tra il pubblico pagante, poco di sorrisi.

Sba(di)gliare

In tutto questo ci rimette anche l'azione e la costruzione di situazioni interessanti. La sequenza più meninblackiana del film è una ambientata nel cuore di Londra, con H e M, i nemici davanti a loro e una macchina "giocattolone" da scoprire pezzo per pezzo. In quel frangente si respira l'aria salubre del franchise, l'intenzione di svagarsi con lo spy-action e la commedia, mettendo curiosi James Bond in giacca e cravatta contro villain intergalattici apparentemente imbattibili. Anche una parte dell'approdo di Hemsworth e della Thompson a Napoli è tra le scene più riuscite del progetto, che nella sua generalità non riesce comunque a colpire nel segno avvincendo come vorrebbe, affascinando per un ricercato ampliamento del mondo alla Wizarding World, dove tra le strade di Londra, Parigi o Marrakesh si trova tutto un ecosistema suburbano di alieni e strutture MIB nascosto agli occhi dei comuni mortali.
Il problema della sceneggiatura affligge anche la relazione tra i due agenti protagonisti, che non trasmettono mai lo stesso carisma e la stessa simpatia di Tommy Lee Jones o Will Smith, ancora insuperabili. Anche la parte della vestizione di M è tutto un siparietto femminista che scherza sulle "misure" degli uomini, che nel frattempo si insultano senza motivo o si temono per chissà quale gara di virilità implicita, come dimostra l'Agente C (Rafe Spall) fra gli altri.
Le donne invece fanno squadra, si comprendono, si appoggiano e si capiscono, anche se poi sono soltanto O e M le protagoniste femminili del film, il che dà in fondo motivo di esistere a questo contrasto.

Il punto è questo: si nota immediatamente che a scrivere la sceneggiatura ci hanno pensato due uomini che non sapevano assolutamente come caratterizzare in modo acuto la tematica della parità sessuale, facendo l'unica cosa possibile, cioè invertire i ruoli e squilibrando le caratteristiche maschili rispetto a quelle femminili.
Il che, in fondo, dimostra che non esistono uomini o donne diversi ma soltanto sceneggiatori più e meno brillanti, con Matt Holloway e Art Marcum che ci sono apparsi alquanto spenti.
C'è anche da dire che le parti visibilmente più dilatate e in parte improvvisate sono quelle che vorrebbero intrattenere di più ma che curiosamente fanno l'esatto contrario, andando a cozzare contro il buon gusto, che dev'essere presente anche e sopratutto quando si tenta di scrivere con fare umoristico il cattivo, di gusto. Unico punto a favore della sceneggiatura è il cosiddetto comic relief di una new entry poco presente in promozione, un personaggio davvero molto carino che funziona praticamente dall'inizio alla fine e che regalerà piacevoli sorrisi. Il resto è da sparaflash dritto negli occhi.

Men in Black: International Men In Black: International non funziona, inutile girarci intorno. Non lo fa nella sua volontà di imitare quell'ironia non-sense e quel gusto per l'improvvisazione di Thor: Ragnarok, dilatando dialoghi e battute fino a renderli tediosi e imbarazzanti. Non riesce a sorprendere nella costruzione del rapporto tra i nuovi Agenti H e M, interpretati con il pilota automatico da Chris Hemsworth e Tessa Thompson, e non regala momenti avvincenti (eccetto uno), colpa questa di un rimaneggiamento produttivo che ha cancellato completamente la visione di F. Gary Gray. L'espansione del mondo d'azione è ben riuscita e una new entry in particolare riesce a strappare più di un sorriso allo spettatore, eppure questo soft reboot del franchise si dimentica in fretta e senza remore, come essere sparaflashati in piena faccia appena usciti dalla sala.

5

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