Matthias et Maxime, recensione del film di Xavier Dolan

L'attore e regista canadese “torna a casa” con un dramma intimo, delicato, vicino alle atmosfere dei suoi primi film.

recensione Matthias et Maxime, recensione del film di Xavier Dolan
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Matthias (Gabriel D'Almeida-Freitas) e Maxime (Xavier Dolan) sono amici da sempre, parte di un gruppo affiatatissimo. Un giorno, i due accettano di partecipare al cortometraggio della sorella di uno degli amici, e per esigenze di copione devono baciarsi. Matthias e Maxime finiscono la scena con un po' d'imbarazzo, subito dopo si interrogano sulle rispettive preferenze (soprattutto Matthias, ufficialmente eterosessuale).
I dubbi portano a tensioni progressive all'interno del gruppo e rischiano di danneggiare l'amicizia tra i due. Sarà necessario trovare una soluzione, possibilmente prima che Maxime parta all'estero per due anni...

Canada, mon amour!

Con Matthias et Maxime, il suo ottavo lungometraggio dal 2009 a oggi (e ricordiamo che all'epoca dell'opera prima J'ai tué ma mère aveva appena vent'anni), Xavier Dolan "torna a casa". È un ritorno al Québec e al suo francese bislacco, che necessita di sottotitoli anche nei paesi francofoni; è un ritorno al Festival di Cannes, dove il cineasta canadese è stato nuovamente accolto in concorso dopo aver disertato la kermesse nel 2018, portando La mia vita con John F. Donovan a Toronto; ed è soprattutto un ritorno a quel cinema più piccolo, più intimo, fatto letteralmente in casa.

Un viaggio a ritroso che Dolan stesso avrà senz'altro ritenuto necessario, dopo l'accoglienza non eccelsa delle sue due produzioni straniere: se per il francese È solo la fine del mondo, basato su un testo teatrale molto importante e interpretato da un cast di prim'ordine, ci fu una certa freddezza soprattutto da parte degli americani (infatti negli USA il film è andato direttamente su Netflix, perché nessun distributore tradizionale lo ha voluto comprare), per La mia vita con John F. Donovan le reazioni sono state talmente negative da rendere il progetto sostanzialmente invisibile dopo la prima mondiale a Toronto (quando Matthias et Maxime è stato presentato a Cannes, il film precedente di Dolan era uscito in sala solo in Francia).
Scottato quindi da queste esperienze internazionali, il giovane autore, al di là di qualche ruolo minore in produzioni statunitensi (l'abbiamo visto in Boy Erased e lo ritroveremo in It: Capitolo Due), ha deciso di ricaricare le batterie in un contesto narrativo e produttivo più libero.

Struggente intimità


C'è una certa autoironia in diversi momenti dell'ottavo film di Dolan, tra allusioni a una fattoria e la sempre gradita presenza di Anne Dorval, indimenticabile volto di Mommy. Ed è difficile non leggere un minimo di intento autodenigratorio nella figura della giovane regista che, per dimostrare di essere al passo coi tempi, si esprime in uno slang che esaspera la vera tendenza quebecchese di condire le frasi con sporadici termini in inglese, possibile rimando beffardo alla travagliata esperienza angloamericana del vero regista con il lungometraggio precedente. Ma soprattutto c'è quella grande empatia che lui ha sempre provato per i suoi personaggi, che abbiano il suo volto o meno.

E per quanto si possa legittimamente parlare di "passo indietro" dopo l'espansione dei film precedenti, è un passo indietro fatto con cura e amore, per il cinema come arte e forma espressiva (come tutti i lungometraggi di Dolan da Les amours imaginaires in poi, il film è stato girato in pellicola) e per quegli individui che da sempre popolano il suo universo fatto di piccoli rapporti umani deliziosamente complicati.
In particolare, è evidente l'affetto che Dolan prova proprio per Matthias e Maxime, le cui contraddizioni interne sono al centro di numerosi, sofferti primi piani, intrisi di una tenerezza che si fa sempre più potente col passare dei minuti. Sarà anche un Dolan "minore", ma proprio nella sua piccolezza si cela una forza drammaturgica non indifferente.

Matthias & Maxime Arrivato all'ottavo lungometraggio, Xavier Dolan fa un piccolo passo indietro, lasciandosi alle spalle l'esperienza del cinema francese e quella in lingua inglese per tornare in territori canadesi, e in particolare quebecchesi, che lui ama tanto e tanto gli hanno dato in passato. Il risultato è un dramma piccolo, intimo, delicato, dove ogni inquadratura trasuda empatia e sincerità. Bentornato a casa, Xavier.

7.5

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