Marx può aspettare: la recensione del nuovo film di Marco Bellocchio

Marco Bellocchio rivive la saga della sua famiglia concentrandosi in particolare sulla figura del fratello gemello Camillo, scomparso suicida a 29 anni.

Marx può aspettare: la recensione del nuovo film di Marco Bellocchio
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A due anni dal successo riscontrato con Il traditore, la cui marcia trionfale conclusasi con il David di Donatello al miglior film era iniziata proprio al Festival di Cannes, Marco Bellocchio - probabilmente, insieme a Nanni Moretti, il regista italiano più importante attualmente in attività - torna sulla Croisette per ritirare non solo la speciale Palma d'oro alla Carriera ma anche per presentare il suo nuovo docufilm, Marx può aspettare.
Già in sala in Italia grazie a 01 Distribution, il film rappresenta per l'autore un ritorno verso molteplici destinazioni: quella delle forme del documentario, anzitutto, con le quali Bellocchio non si misurava dal 2002, ma anche quella del proprio nucleo familiare e di conseguenza quella del passato. Lo spunto, come in un film di Michael Cimino, è il grande vuoto insondabile lasciato da un'assenza, una mancanza: quella del fratello gemello Camillo, nato qualche minuto dopo Marco il 9 novembre 1939 ma andatosene molto prima, a soli 29 anni nel giorno di Santo Stefano del 1968. Da suicida.
Una tragedia indecifrabile ma anche fintamente privata, il cui mistero l'autore ha infatti tentato di sondare innumerevoli volte nel corso della sua filmografia: e Marx può aspettare, titolo che si rifà a una frase già utilizzata da Bellocchio in Gli occhi, la bocca e che gli venne suggerita dallo stesso Camillo in una delle loro ultime conversazioni, è soprattutto un'opera sul cinema e sull'immagine che torna su sé stessa.

Marx ha aspettato

La premessa che dà il via alla narrazione è un pranzo, avvenuto nel 2016 e che ha coinvolto tutta la famiglia Bellocchio. Al cospetto delle cineprese dell'autore, apparecchiate di fronte all'ampia tavolata quasi a invitare il pubblico a sedersi insieme ai commensali, un susseguirsi di ricordi, antichi rancori e corrosivi rimpianti mai dimenticati, benché le memorie e le testimonianze spesso rischieranno di scontrarsi (perché, in fondo, ognuno ricorda a modo proprio e, soprattutto, ognuno sceglie di credere ciò che preferisce).

Tra Storia (italiana) e storie (familiari), il film chiarisce i suoi intenti fin da subito presentando innanzitutto i grandi assenti, i Bellocchio che a quella tavolata non potranno mai sedersi, e alterna costantemente interviste frontali a vecchie fotografie, immagini di repertorio e filmati privati, una ricerca d'archivio tramite la quale l'autore si interroga - anzi accusa - sull'ideologia borghese che fu il motore della sua generazione, ma che il film identifica come il velo che impedì a tutti i membri della famiglia Bellocchio - cui Marco non risparmia critiche, gettando nel calderone innanzitutto sé stesso - di accorgersi dei malanni interiori di Camillo.
Un angelo fragile che proprio quella borghesia si è dimenticata di salvare, e al quale l'essersi "sistemato" evidentemente non poteva bastare.
Più la narrazione prosegue, poi, raggiungendo il climax emotivo nella riesumazione dei tragici momenti del ritrovamento di Camillo senza vita - una sequenza da brividi per intensità ed emozione - Marx può aspettare lega insieme i suoi temi fondamentali, la famiglia, la religione e una sua analisi psicanalitica, che a ben guardare sono i argomenti cardine dell'ipertesto dell'autore, le colonne portanti sulle quali Bellocchio ha costruito il suo cinema dagli anni '60 a oggi.

Al centro del documentario pare infatti esserci soprattutto l'immagine, mostrata in maniera frammentata o nella sua interezza che ritorna su sé stessa e che riesamina in retrospettiva tutta l'opera bellocchiana.
Da I pugni in tasca a Salto nel vuoto, da Gli occhi, la bocca a L'ora di religione, Marx può aspettare si pone come un'opera testamentaria che trasforma la vita di Bellocchio in una saga filmica i cui capitoli hanno scandito i dolori, le perdite, i rimorsi.
Un film che si pone come l'esegesi di un'esistenza e che interviene attraverso il mezzo filmico - nell'ultima scena, l'unica, se non di finzione, platealmente ricostruita e nella quale il tocco del regista è evidente - per catturare ciò che non si può filmare, il vuoto lasciato da un'assenza.

Marx può aspettare Marco Bellocchio filma un’opera-testamento che, con lucidità, vigore e spregiudicata onestà intellettuale, emotiva e psicologica ripercorre tutta la sua esistenza pubblica e privata, un campo-controcampo su una famiglia e su un percorso - personale e professionale - gravato da un peso tanto enorme quanto invisibile. Marx può aspettare è tutto il cinema di Marco Bellocchio messo insieme e (ri)visto da un’altra prospettiva, quella di un’assenza rincorsa ed esorcizzata per tutta la vita attraverso i film e con la quale l’autore fa finalmente i conti, arrivando addirittura a intravederla di sfuggita su un ponte solitario sul far della sera.

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