Un Marito Fedele Recensione: il film Netflix è prolisso e poco credibile

L'adattamento dell'omonimo romanzo di Anna Ekberg si trascina con eccessiva lentezza attraverso passaggi irrealistici e poco coinvolgenti.

Un Marito Fedele Recensione: il film Netflix è prolisso e poco credibile
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Dopo aver preso posto nelle librerie di tutti gli appassionati di thriller nel mondo, la tradizione scandinava di storie omicide e loschi intrighi prosegue la sua marcia trionfale nel catalogo Netflix portando sul piccolo schermo un'opera di Anna Ekberg. Dopo aver accolto le pericolose foreste danesi di Søren Sveistrup - trovate qui la recensione de L'uomo delle Castagne - e riletto insieme a Thomas Petterson in chiave fin troppo fantasiosa l'omicidio del primo ministro Olof Palme - qui la recensione di The Unlikely Murderer - tocca alla celebre coppia di autori danesi che si nasconde dietro lo pseudonimo di Anna Ekberg fare capolino nel mondo del cinema in streaming.

Tra i film Netflix trova infatti spazio il noir danese Un Marito Fedele, un film ambientato nella cupa penisola nordica e diretto senza particolari spunti personali da Barbara Topsøe-Rothenborg. La storia si muove con estrema lentezza sulle note dei suoi continui piani diabolici, ma lo scarso impatto emotivo si accoppia ad un anonimato visivo per creare una pellicola che fatica a tenere vivo l'interesse dello spettatore nonostante gli svariati ribaltamenti di fronte.

L'amore può uccidere

La pellicola si apre sulla scena madre di tutto il film, e cioè con il presunto incidente automobilistico con omissione di soccorso che ha spezzato la vita di una donna mentre faceva jogging a notte fonda in una stradina isolata nel bosco.

La voce fuori campo del detective che ha lavorato al caso espone alla figlia i numerosi dubbi suscitati dall'omicidio, puntando fin da subito i riflettori sulla figura di Christian (Dar Salim), un uomo che all'epoca dei fatti era vittima della gelosia di sua moglie Leonora (Sonja Richter). Il sospettato è un architetto presso un'importante società edile, sposato e con un figlio in procinto di diplomarsi, che da alcuni mesi porta avanti una relazione clandestina con la giovane collega. L'amante però non ha intenzione di vivere la propria vita sentimentale in segreto, per questo obbliga Christian a lasciare sua moglie per ufficializzare il loro fidanzamento: losche manovre finanziarie avvenute in passato impediscono però all'uomo di allontanarsi da Leonora come se nulla fosse, mentre la donna tradita si dimostrerà capace di qualsiasi macchinazione utile a salvaguardare la propria famiglia.

Un racconto diluito

La tradizione giallista scandinava è ormai consolidata nell'immaginario collettivo con quelle ampie distese di alberi e le sue piccole cittadine disperse nella natura che tanto si prestano a sparizioni misteriose ed omicidi insabbiati, con persone schive e sempre inclini alla solitudine che rendono spesso difficoltosa la ricostruzione delle aggressioni: i punti fondamentali provenienti dal contesto letterario li ritroviamo anche in questo adattamento cinematografico, il quale si lascia però apprezzare soltanto per i continui ribaltamenti narrativi che vanno ad impreziosire un racconto altrimenti povero e privo di passione, quasi sterile nella sua confezione fredda e opaca costruita da una regia che non offre alcuno spunto personale alle vicende.

Gli eventi criminali che puntellano la visione si dimostrano fin troppo spesso irrealistici, con una sceneggiatura che chiude volentieri un occhio davanti agli ovvi indizi disseminati da assassini amatoriali, prove inconfutabili o comunque validi sospetti che dovrebbero guidare le forze dell'ordine sulla giusta via, e invece le indagini vengono lasciate nell'ombra per far spazio alla storia degli assassini e dei loro ripensamenti.

Recitazione insufficiente

Gli intrighi, presenti e passati, che legano i due coniugi in un'ambigua torbidità morale finiscono con l'essere sviliti da scene dilatate fino all'inverosimile, portate sullo schermo attraverso dialoghi poco plausibili - quando non banali - da attori che non spiccano per espressività né per coinvolgimento nella storia.

Non funziona la modalità narrativa della "ricostruzione" da parte del detective, perché essa non si basa sulle prove ottenute sui luoghi del delitto ma sulla fantasia scriteriata del personaggio in questione, il quale è improvvisamente in grado di ripercorrere per filo e per segno gli avvenimenti ormai archiviati nonostante all'epoca dei fatti non fosse andato nemmeno vicino alla risoluzione del caso. La sospensione dell'incredulità è dunque messa a dura prova non solo da un racconto poco efficace, ma anche da una realizzazione tecnica che lascia intravedere i limiti del budget soprattutto nella proposta visiva, con le stesse location reiterate senza sosta ed una scenografia votata al risparmio.

Un Marito Fedele Il crime thriller targato Netflix riporta sul piccolo schermo l'affascinante tradizione noir proveniente dalla penisola scandinava, ma questa volta non riesce a centrare il bersaglio grosso a causa di una storia poco convincente e avara di emozioni, la quale potrebbe essere ricordata soltanto per i continui ribaltamenti di fronte che mettono in luce le ambiguità morali dei suoi protagonisti. La recitazione priva di trasporto si affianca alla monotona regia per ricreare un racconto fin troppo diluito, nel quale le lungaggini di dialoghi irrealistici puntellano una visione che avrebbe beneficiato di una sceneggiatura maggiormente concreta e dal minutaggio più ristretto.

5

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