Marighella, recensione del thriller firmato Wagner Moura

Wagner Moura, ex-protagonista di Narcos, esordisce come regista con un thriller politico sullo sporco passato del suo Paese, il Brasile.

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Brasile, 1964: un colpo di stato porta all'estromissione del governo, eletto democraticamente, e all'insediamento della dittatura militare. Si forma così un movimento di resistenza, guidato dallo scrittore e politico Carlos Marighella (Seu Jorge). Dichiarato il principale nemico pubblico della nazione e preso di mira dal brutale poliziotto Lúcio (Bruno Gagliasso), Marighella porta avanti la sua denuncia spietata di ciò che il Brasile sta diventando, e alle accuse di terrorismo di stampo comunista egli risponde sempre allo stesso modo: non è né leninista, né stalinista, né maoista o altro. È brasiliano e lo sarà fino alla morte.

Una storia tragicamente vera

Sono passati quasi cinquant'anni dalla tragica scomparsa di Carlos Marighella, assassinato dalla dittatura militare nel novembre del 1969. Ancora oggi è una figura controversa in Brasile, considerato da alcuni come un terrorista anziché uno che lottò per la libertà di un Paese finito in mano a un gruppo despotico. È anche per fare un po' di chiarezza in merito che l'attore Wagner Moura, noto per essere stato Pablo Escobar nelle prime due stagioni di Narcos, ha scelto di debuttare dietro la macchina da presa con Marighella, presentato fuori concorso alla Berlinale. Un film impegnato e impegnativo, 155 minuti di complotti e sparatorie per raccontare un capitolo violento della Storia del Brasile, durato due decenni (la pellicola non lo dice, ma il controllo dei militari durò fino al 1985). E Moura la racconta con gusto quasi hollywoodiano, adottando gli stilemi del thriller politico con elementi action.
Lo fa con la partecipazione produttiva di Fernando Meirelles, celebrato regista di City of God, ma si percepisce maggiormente l'influenza di José Padilha, autore dei due Tropa de Elite: l'operazione è ambiziosa ma abbastanza superficiale, efficace ma elementare, ripercorrendo i tratti salienti degli ultimi anni di vita di Marighella con un ritmo frenetico e sprazzi di retorica spicciola (per quanto giustificata). Nonostante la durata generosa, manca l'approfondimento necessario, la contestualizzazione: le scritte iniziali spiegano gli eventi del 1964, ma non c'è il corrispettivo alla fine per chiarire quale sia stata l'eredità di Marighella e che fine abbia fatto la dittatura. È quasi come se fosse la prima parte di un progetto più vasto, un racconto più lungo che potrebbe continuare sullo schermo dopo la morte del protagonista, proprio come Narcos è andato avanti dopo il decesso di Escobar.

Nell'attesa di eventuali conferme o smentite in tal senso, il film va preso per quello che è: un thriller incalzante e ben confezionato che però non va al di là del minimo indispensabile, cosa che lascia particolarmente perplessi se si pensa che il target principale, il pubblico brasiliano, potrebbe trarre beneficio proprio da un lungometraggio più interessato alle complessità geopolitiche di allora, ma anche di oggi (il ruolo del governo americano, altro elemento controverso, rimane sullo sfondo).
Per ora, bisognerà accontentarsi della performance intensa e carismatica di Seu Jorge, veterano del cinema di Meirelles e Padilha che in questa sede ha l'occasione di dominare lo schermo con una determinazione inscalfibile. È quasi un'interpretazione troppo grande per il film in cui è collocata, ma proprio per questo rende alquanto gratificante la visione.

Marighella Wagner Moura, ex-interprete di Pablo Escobar per Netflix, esordisce come regista tornando nel natio Brasile, per raccontarne uno squarcio di Storia particolarmente duro e sporco. L'approccio, nonostante la durata generosa, è piuttosto didascalico, ma il meccanismo da thriller politico funziona, grazie a sequenze d'azione ben congegnate e un pugno di interpretazioni da applauso, soprattutto quella di Seu Jorge nei panni dell'attivista Carlos Marighella.

7

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