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È stata la mano di Dio, la recensione: Paolo Sorrentino a nudo

Il regista de La grande bellezza firma un titolo autobiografico e romanzato, il suo più intimo ed emozionante, un meraviglioso Amarcord partenopeo.

È stata la mano di Dio, la recensione: Paolo Sorrentino a nudo
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Il suono di un elicottero accompagna il campo lungo che dal mare si sposta fino alle sponde di Napoli. Una città perfettamente incastonata tra verde e blu, tra lo smeraldo della natura e il suo sublime (il Vesuvio che incombe su tutto), lo zaffiro dell'acqua che abbraccia la polis partenopea per eccellenza. Napoli è uno stile di vita, è amore e rabbia, superstizione e cultura, e Paolo Sorrentino entra lentamente e con soppesata poesia nell'anima della città già in apertura del suo meraviglioso È stata la mano di Dio, presentato in concorso alla 78° edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Il prologo è tutto dedicato ai costumi che rendono Napoli unica e irripetibile, come la devozione a San Gennaro e al Munaciello (spirito folkloristico) che spingono Zia Patrizia (Luisa Ranieri) a chiedere la grazia di restare incinta solo per scoprire una realtà diversa, più triste e popolare, che nulla ha a che vedere con la fede e il timore, per lo meno non cristiano.

Inquadrandola anzi distrattamente come reale evasione della mente, Sorrentino sfrutta la devozione religiosa di una convinta partenopea per presentarci la famiglia Schisa, composta dal papà Saverio (Toni Servillo), dalla mamma Maria (Teresa Saponangelo), dal figlio maggiore Marchino (Marlon Joubert) e dal minore Fabietto (Filippo Scotti), vero protagonista del film. Da qui l'opera diventa racconto d'affetti e di formazione che sa farsi grande commedia d'autore e anche dramma familiare, dipingendo con romanticismo barocco e felliniano i meccanismi nascosti che aprono alla crescita, le scelte che portano al cambiamento, le tragedie che obbligano a prendere in mano le redini della propria esistenza.

(Al)l'ombra di Maradona

Proprio nell'anno del compimento della sua mezza età, Paolo Sorrentino ha deciso di tornare al lungometraggio e con qualcosa d'importante da dire, almeno a livello personale. Qualcuno potrebbe pensare che l'autoreferenzialità di un autore raggiunga il picco di massimo vuoto quando questi decida di girare un progetto autobiografico - seppure romanzato -, ma la realtà è meno deludente di quanto dica Zio Alfredo (Renato Carpentieri), almeno con firme di questo calibro.

Il regista di Loro confeziona infatti con È stata la mano di Dio il suo film più intimo ed emozionante, tentando di fare i conti a livello artistico col dramma che lo rese orfano all'età di 16 anni, raggiungendo il giusto e necessario distacco per renderlo opera mai fine a se stessa e auto-compiaciuta, anzi profondamente raffinata e universale.
Il titolo fa riferimento all'adorazione di Sorrentino per Diego Armando Maradona, figura che lo accompagna da sempre e che a detta sua "gli salvò la vita". Senza entrare nei dettagli della tragedia, raccontando così a nudo un dramma tanto forte e personale, l'autore sceglie di interfacciarsi e confrontarsi con il suo passato, prendendo paradossalmente distanza dalla sua stessa ossessione per El Pibe de Oro (e dunque dalla venerazione del mito) e tentando un riallaccio a posteriori con la città di Napoli, dalla quale fuggì appena maggiorenne per vivere a Roma. E questo fa, Sorrentino, quando immortala ed eleva la culla della cultura partenopea, le sue luci, i suoi colori, il calore, le strade, le persone.

Una poetica concretezza

È un dipinto filmico che non vuole mai farsi aulico o allontanarsi dalla visione dell'autore, dai suoi ricordi declinati in chiave cinematografica, dalle prime tensioni sessuali, dal rapporto con il Padre (un fantastico Toni Servillo), dal legame con la madre (una Saponangelo bravissima), dal suo essere così introverso e innamorato quasi accidentalmente del cinema.

Per Fabietto (interpretato da un eccezionale Filippo Scotti), nell'opera, basta un uomo appeso a testa in giù e lo sguardo si fa sognante, quasi voglioso, desideroso di sperimentare quella forma artistica che può escluderlo e allontanarlo dalla realtà, considerata ormai scadente, triste, ripetitiva. Ha gli stessi occhi e lo stesso e ingenuo entusiasmo di Salvatore in Nuovo Cinema Paradiso, ma il sogno è realizzare qualcosa di importante, di riuscire a trovare "qualcosa da dire" che non sia comune ma unico.
Rispetto a tante altre sue opere in qualche modo più ermetiche, e per questo considerate vicine allo spirito stilistico di Fellini, È stata la mano di Dio vive di una concretezza davvero sorprendente nonostante una certa lirica onirica che fa capolino di tanto in tanto, ma è nell'anima del ricordo e nella volontà del racconto che il film diventa straordinariamente irripetibile.

Guardandosi dentro e indietro, Sorrentino confeziona un inno partenopeo al valore intellettuale e popolare di una città e di un modo di intendere la vita che non ti abbandona mai, così come gli affetti cari che se ne vanno, esattamente come un amico che d'improvviso non puoi vedere più. Resta tutto lì con te seppure distante e spesso per sempre, ma è ciò che ti lascia dentro a illuminare la via per tentare di tornare indietro, proprio come fatto da Sorrentino, che retroattivamente ha voluto fare chiarezza a se stesso sul valore che il potere del cinema ha avuto sulla sua esistenza e la sua crescita.

Certo, la Mano di Dio avrà anche agito secondo un meccanismo misterioso e incomprensibile, ma a risanare la ferita aperta della perdita e dell'abbandono è stata quella del Cinema e concretamente di una città che in ogni angolo, anfratto, via o approdo ha sempre avuto e sempre avrà qualcosa di bello da raccontare. E se aprire con San Gennaro e chiudere con Pino Daniele non è una lettera d'amore a Napoli, un inginocchiarsi davanti alla sua magnificenza popolare e folkloristica per riconoscerne da autore affermato il valore salvifico e di profonda ispirazione, allora Zio Alfredo aveva proprio ragione.

È stata la mano di Dio In un moto introspettivo intimo ed emozionante, Paolo Sorrentino regala con È stata la mano di Dio il suo film più personale e caloroso, un ritratto romanzato, poetico e raffinato di un passato tragico a cui tornare per allontanarsi dalla devozione del mito e riallacciare i legami con Napoli, culla della cultura partenopea di cui il film è grande inno cinematografico. Tra interpretazioni sentite e straordinarie, e una regia meno lirica e felliniana ma di grande impatto, È stata la mano di Dio è l'Amarcord Sorrentiniano che segna per l'autore un punto di svolta essenziale della sua poetica, che abbraccia qui il racconto di formazione e il dramma familiare senza scadere nel sentimentalismo e sfruttando una retorica più umana e popolare, comunque gloriosa e audace. Un film indimenticabile.

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