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Mank, la recensione del nuovo film Netflix di David Fincher

Il blasonato autore di Seven firma il suo omaggio alla figura dello sceneggiatore, in un film cinematograficamente impeccabile e dalla scrittura affilata.

recensione Mank, la recensione del nuovo film Netflix di David Fincher
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Il critico Alexander Woolcott descrisse a suo tempo Herman J. Mankiewicz come "l'uomo più divertente di New York", città natale dello sceneggiatore e giornalista. Affabile ma spinoso, di cultura sconfinata ("conosci a memoria il dimetro giambico", gli dice qualcuno), brillante ma chiuso nei limiti del suo alcolismo: Mank - come si faceva chiamare - era una delle figure più interessanti e affascinanti della Hollywood della Grande Depressione, vicino agli uomini di settore più potenti dell'epoca, da Louis B. Mayer a Irvin Thalberg e fino ad arrivare a William Randolph Hearst, grande magnate dell'editoria americana, influente tanto nel cinema quanto in politica.
Conosciuto e ammirato soprattutto per l'acume e l'audacia dei suoi dialoghi per commedie, tutti provenienti da una conoscenza sopraffina delle opere di Shakespeare, Mank era voluto bene dalle major ma al contempo tenuto a distanza dai progetti più importanti a causa del suo vizio e della sua verve spietata e sincera, di un talento profondamente intellettuale, tutti elementi che lo allontanarono a lungo dal successo.

Questo arrivò paradossalmente in uno dei momenti più difficili della sua vita, quando costretto a letto a causa di una brutta frattura e in un momento di stallo creativo e lavorativo, venne chiamato dalla RKO e scelto da Orson Wells per scrivere il soggetto di Quarto Potere, primo film diretto da quello che all'epoca era considerato Il Ragazzo Prodigio di Hollywood. Il nuovo, straordinario e sofisticato titolo di David Fincher racconta e approfondisce così proprio la creazione e l'ispirazione dietro a una delle opera più belle e applaudite della storia del cinema, studiando anche l'uomo dietro la penna e omaggiando la Settima Arte in uno dei momenti di passaggio più essenziali e importanti di sempre.

Un film vintage dal sapore attuale

Viene da chiedersi cosa abbia spinto un autore come Fincher a dedicare i suoi sforzi creativi a un film come Mank, molto diverso della sue precedenti produzioni. Stringendo il cerchio, l'originale Netflix è il suo secondo biopic cinematografico, considerando il già magnifico The Social Network, ma ancor più intrigante è il fatto che si tratti dell'opera drammaturgicamente più elegante ed elaborata della sua filmografia, cinematograficamente la più ricercata in assoluto. La risposta arriva dunque dalla sfida proposta dalla realizzazione di un progetto a suo modo raro perché formalmente articolato, ma dopo essere uscito dalla faticosa esperienza di Mindhunter - sempre per il colosso dello streaming - il regista di Seven e Zodiac aveva bisogno di qualcosa di marcatamente differente, persino intimo se pensiamo che la sceneggiatura è stata scritta dal padre Jack Fincher nei primi anni '90, quando avrebbe dovuto essere inizialmente girata.

Un trentennio dopo, Fincher Jr. pensa di proporre quello stesso identico soggetto a Netflix, che lo approva lasciando come sempre carta bianca all'autore, che tira fuori dal cilindro un titolo magnifico e mai così attuale, capace di parlare un linguaggio elevato e profondamente ragionato e descrivere i meccanismi mai mutati del mondo, dal particolare di Hollywood al generale della politica o dei canoni ipocriti delle relazioni sociali. Mank è uno di quegli spaccati di un'epoca ormai scolorita che riesce a imprimersi con forza nella modernità con fare vintage. Il lavoro sull'immagine e sul suono è infatti superlativo, e come già rivelato dall'autore appare realmente come un film preso dagli archivi della UCLA e restaurato in digitale. Il suono curato da Ren Kycle è distorto e lontano, riecheggiante proprio come i classici degli anni '40, con un respiro sibilante in sottofondo.

Contribuiscono in modo splendido alla riuscita del film anche le musiche di Trent Reznor e Atticus Ross, delicatamente tese e capaci di risvegliare nel cuore e nella mente dell'audience rumori e sinfonie distanti ma indimenticabili. L'immagine, al contempo, ha un'altissima definizione compressa di quasi due terzi per dare carattere a un bianco e nero ricco di personalità, conturbante e avvolgente in questo suo look retrò dove compaiono anche escoriazioni di pellicola o bruciature di sigaretta (aggiunte in post-produzione). Geniali anche gli avvisi in sovrimpressione dedicati alle location e mostrati come fossero delle battiture di una sceneggiatura (interno, giorno, descrizione, data e se necessario flashback), dando così risalto proprio al ruolo dello scrittore e centralità al tecnicismo della parola.

Riconoscimento

Se con il suo C'era una volta a Hollywood Tarantino offriva i suoi ossequi artistici al cinema degli anni '60 - in fase di mutamento - e all'operato degli attori, così Fincher regala al pubblico un incredibile e opulento saluto ai secondi albori della Settima Arte, soffermandosi con distratta attenzione sul passaggio dal muto al sonoro e - crediamo per nulla involontariamente - per donare "onore e voce alla parola", come già detto pocanzi dall'esplosiva e acuminata protagonista di Mank. Un'idea, questa, sorretta dalla volontà dell'autore di dare pieno riconoscimento alla figura dello scrittore (così come era il padre), la cui prima arma e mezzo unico di comunicazione è proprio il verbo, che modella, distrugge e ricostruisce continuamente negli spazi aperti della propria immaginazione, chiudendosi poi nei recinti bianchi di una partitura cinematografica.
Prima di essere un titolo dedicato al riconoscimento, Mank è però un film adatto ai nostri tempi e alla crisi dell'intrattenimento "classico", perché riflette in modo cinicamente pragmatico sulla necessità di "adattarsi a un nuovo tipo di entertainment", sulle sfide da affrontare in piena trasformazione, verso la scoperta del nuovo e di una crescita sostanziale in tempi inquieti (in termini personali ed economici).

Ricambia il nostro sguardo e la nostra attenzione e sorride beffardo a ogni passaggio, consapevole della sua enorme caratura drammatica in grado di produrre più di una considerazione valida e sorprendente sulla quotidianità di oggi. Un flashback che riporta al 1930 sembra fotografare perfettamente quanto accade adesso, con il presidente di una major che dice a Mank e alla sua "banda di sceneggiatori": "Dobbiamo riportare il pubblico al cinema... come?". La risposta è sferzante: "Proiettiamo i film in strada". C'è bisogno di qualcosa di nuovo che vada dal pubblico prima che il pubblico trovi modo e volontà di riscoprirlo.

E poi come dice l'ottimo Arliss Howard nei panni di Louis B. Mayer (patron della MGM), "Il cinema è un'attività in cui l'acquirente con i soldi ottiene solo un ricordo. Ciò che compra appartiene ancora a chi l'ha venduto ed è questa la vera magia", finché la gente sceglie o è in grado di comprare ricordi, ovviamente.
Non bastasse tutto questo, in Mank si trattano anche i temi delle fake news (i cinegiornali politicizzati), il voto presidenziale (ci siamo dentro) e la grande influenza del denaro all'interno di un sistema elettorale fallato e di un'educazione socio-culturale inadatta di buona parte dell'elettorato, quello che Mank definisce "il pubblico ignaro per cui uno sceneggiatore è una minaccia più grande di un politicante".

Un ensemble da Oscar

Oltre all'impeccabile regia di Fincher e all'incredibile e particolareggiato lavoro tecnico di ogni settore, Mank è uno dei migliori film del regista anche grazie al suo protagonista, un magnetico Gary Oldman in un ruolo che più di altri ha saputo cucirsi addosso con grazia e armonico disequilibrio. È un mattatore della scena, un gigante dello schermo anche quando rarefatto e scolorito: il suo dipinto di Mankiewicz è totale e mai esasperato anche se limitatamente shakespeariano. Una performance appuntita e affilata proprio come i dialoghi fiume che recita tra una sigaretta e un bicchiere di whisky, eccentrico, esuberante, spesso ebbro e sempre eccezionale.
Mai così inappuntabile anche una grandiosa Amanda Seyfried nel ruolo di Marion Davies, moglie di William R. Hearst (un bravissimo Charles Dance) e amica e confidente di Mank. Non solo è ipnotica ed elegante nei suoi movimenti e nell'accento della defunta star, ma ha un modo di recitare per lei inedito, veloce, costantemente su di giri anche nelle espressioni eppure calmo, del tutto studiato in ogni particolare.

Le sequenze che la vedono fianco a fianco a Mank sono di una bellezza contenutistica ed emotiva insolita e delicata, le più intense e d'impatto dopo le due scene madri delle feste a casa del magnate americano, una in cui si parla di socialismo e comunismo, l'altra dove sorge la prima bozza mentale di Quarto Potere ammodernando ossessione, lotta e ideali di Don Chisciotte (questa è davvero da manuale di cinema).

Da sottolineare anche l'impressionante interpretazione di Orson Wells ad opera di Tom Burke, praticamente reincarnazione precisa del regista in ogni dettaglio, spaventosamente identico in tutto, specie nella voce, per cui deve esserci stato un bel lavoro su tono e timbro con un coach.
Mank è insomma grandissimo acume cinematografico che abbraccia senza stritolare la caustica, ingegnosa e distinta magnificenza dei dialoghi, usando come veicolo un carné di protagonisti e figuranti di spicco alla ricerca di confronti, scontri, illuminazioni e una certa decadenza libertina che non gusta mai. Probabilmente il più bel regalo che David Fincher potesse mai farci.

Mank Con Mank, David Fincher si addentra nel racconto dell'ispirazione dietro a una delle opere più importanti e riconosciute della storia del cinema, omaggiando la Hollywood della Grande Depressione in uno dei momenti di passaggio più essenziali del settore, dal muto al sonoro, regalando ai dialoghi affilati e brillanti del compianto padre Jack Fincher una forma cinematografica regale e impeccabile, altro sentito inchino diegetico al mondo della Settima Arte, un ricordo in bianco e nero bruciato qua e là, dal sonoro distorto e lontano ma mai così attuale, intelligente e completo, tanto nella forma quanto nel contenuto. Gary Oldman si rivela interprete eccezionale ed esuberante in uno dei ruoli più completi della sua carriera, esattamente come un'inaspettata Amanda Seyfried in una performance acuminata e intelligente come ogni parola o dialogo del film. Mank è forse uno dei migliori lavori di Fincher di sempre, perché inchino riverito all'arte cinematografica, formalmente perfetto, contenutisticamente moderno, semplicemente impeccabile.

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