Mandy, la recensione dell'horror con Nicolas Cage

La star americana raggiunge l'apice dell'eccentricità recitativa in un progetto dall'identità bipartita e folle.

recensione Mandy, la recensione dell'horror con Nicolas Cage
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I fan del cinema di genere avranno forse visto Beyond the Black Rainbow, lungometraggio d'esordio di Panos Cosmatos, figlio del compianto George P. Cosmatos che diresse Sylvester Stallone in Rambo II e Cobra. Ed è proprio la morte di entrambi i genitori, scomparsi rispettivamente nel 1997 e nel 2005, a essere stata una delle cause scatenanti della scrittura dell'opera seconda di Cosmatos, come lui stesso ha spiegato in occasione della prima internazionale al Festival di Cannes all'interno della Quinzaine des Réalisateurs, dopo aver già conquistato i nottambuli del Sundance all'inizio del 2018. Parliamo di Mandy, un'opera coraggiosa e folle, un prodotto di genere totalmente fuori dal sistema nonostante la presenza di Elijah Wood tra i produttori e di Nicolas Cage nel ruolo principale. Una mattanza di insanità e sangue, l'equivalente cinematografico di uno strambissimo trip lisergico di due ore, a base di heavy metal e satanismo.

Delitto e castigo

La struttura del film è volutamente bipartita, per certi versi straniante, con una prima ora relativamente "normale" e la seconda intrisa di follie visive e narrative. Inizialmente ci viene presentata la vita quotidiana, piuttosto ordinaria, di Red (Cage) e sua moglie Mandy (Andrea Riseborough), che vivono alquanto isolati nei boschi vicino al lago Crystal Lake (rimando quasi gratuito, ma sottilmente esilarante, al franchise di Venerdì 13). La coppia viene presa di mira da una setta satanica guidata da un certo Jeremiah (Linus Roache), con conseguenze tragiche che spingono Red su un lungo, sanguinoso percorso di vendetta. È lì che il film trova la sua vera identità in quanto divertimento splatter, ma già nella prima ora è identificabile l'approccio malato e non interamente ancorato a questo mondo tipico di Cosmatos, tra sequenze oniriche e battute bislacche che lasciano presagire evoluzioni al di là di ogni concezione logica e perfettamente in linea con l'idea tipica di elaborazione del lutto nel cinema horror più estremo.

Nicolas fuori dalla gabbia

Da diversi anni Nicolas Cage si dà a ogni genere di avventura cinematografica, che si tratti di vera passione o di un divertissement girato per pagare debiti di vario genere. Con Mandy è in netta prevalenza la prima dimensione e la transizione da una parte all'altra è contrassegnata proprio da una lunga scena in cui il divo, unica presenza scenica, dà sfogo a tutto ciò che lo rende un performer imprescindibile anche nei progetti più scadenti. Sul piano puramente recitativo siamo dinanzi all'apice di quello che lo rende Nicolas Cage, emblema della stramberia all'ennesima potenza e beniamino dei fan che seguono fedelmente la sua carriera a prescindere dall'esito artistico del singolo progetto. Difficilmente assisteremo nuovamente a una performance così potente e pura, l'essenza del carisma e della Nicolas Cage-itudine che ammiriamo da tre decenni. Il film avrà anche il nome della protagonista femminile, ma in mezzo ai deliri a base di acido, grande musica e litri di liquido ematico il centro nevralgico rimane lui, lasciato libero di esplorare ogni sfumatura delle sue tecniche professionali fino ad arrivare a livelli quasi (letteralmente) divini, culmine logico di due ore di visione decisamente fuori dal comune.

Mandy Panos Cosmatos firma un'opera seconda folle e divertente, un racconto di vendetta intriso di immagini bislacche, musica a palla e sangue in quantità industriale. La prima metà più tranquilla cede il posto a una seconda assolutamente fuori di testa, con un anello di congiunzione di non poco conto con le fattezze di Nicolas Cage, presenza imprescindibile per rendere l'esperienza stramba al punto giusto.

9

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