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Malcolm & Marie, la recensione del film Netflix con Zendaya

Sam Levinson, già creatore di Euphoria, torna al lungometraggio con un film da Pandemia sull'amore e sul cinema senza troppi peli sulla lingua.

recensione Malcolm & Marie, la recensione del film Netflix con Zendaya
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Sam Levinson apre il suo Malcolm & Marie in comunione d'intenti col finale di uno dei film più premiati della stagione, Un altro giro di Thomas Vinterberg. In un bianco e nero distante dal tocco espressionista del Mank di David Fincher e più naif, splendido dal punto di vista stilistico ma artisticamente fine a se stesso, il "titolo da Pandemia" Netflix comincia con un'inquadratura fissa che all'angolo sinistro mostra una villa di campagna, nell'altro una macchina in arrivo.
Terminati i titoli di testa (che citano gli anni '50), entrano in casa Malcolm & Marie, un giovane regista e la sua compagna e musa. Sono appena rientrati dalla prima del nuovo lungometraggio diretto da Malcolm, eleganti nei loro abiti da sera, stanchi e affamati. Lui è però felice e va a versarsi un po' di allegria liquida, alza la musica a tutto volume e si destreggia in un balletto sinuoso per tutto il salotto. Marie va ai fornelli e prepara la cosa più tipica della cucina americana: mac & cheese, tanto per creare contrasto e dare un valore popolare ai personaggi. Malcolm dice a Marie: "Sono un po' brillo perché la vita è bella".

In sottofondo c'è il soul di James Brown e l'alcol è protagonista proprio come nell'opera di Vinterberg, ma d'accompagno. L'anteprima è andata bene ma Malcolm comincia a sparare a zero sulla critica cinematografica e Marie fuma contrariata in cucina. Qualcosa non va. Cos'è successo poche ore prima o giorni addietro? È tutto così rose e fiori come Sam Levinson vuole farci credere? Il film comincia così a decostruire la relazione dei suoi unici protagonisti mettendo in scena non solo l'amore nella sua complessità ma lanciandosi anche in una critica sferzante e caustica della stampa di settore, soffermandosi nel farlo sull'ispirazione stessa che muove un autore e il suo mondo. Cosa rende amabile un persona? E necessaria? Qual è il valore del cinema e quale quello della critica?

Un artista e la sua musa

Nel suo mood così palesemente compiaciuto, Malcolm & Marie ricorda dalla distanza l'autoreferenzialità e la masturbazione artistica di Darren Aronofsky con madre!, senza gli stessi trip creativi e differente anni luce in stile e contenuti. È nell'essenza dell'onanismo cinematografico che gli si accosta, nella volontà se non addirittura nella necessità di Levinson di dover esprimere un suo impellente pensiero sull'amore, l'universo e tutto quanto ma inserito in un contesto che, con un dovuto passo indietro, messo a fuoco, ha la chiara forma di un dito medio alla critica di settore, non del tutto generalizzata e anzi, forse fin troppo mirata. A chi? "Al bianco di IndieWire, al bianco di Variety o alla bianca del Los Angeles Times", e non è assolutamente un caso dato che Malcolm è interpretato da John David Washington e descritto come "il futuro Spike Lee o il futuro Berry Jenkins".
Prende di petto questa specifica ed espressa porzione del settore perché l'elemento fondante della critica in questione di Levinson è l'annullamento del giudizio artistico davanti alle necessità sociali che irrompono con troppa forza non richiesta nel cinema.

I bianchi si sentono in colpa con i neri e tutto diventa "critica sociale", a prescindere poi dalle reali intenzioni dell'autore, il cui intento magari non era nemmeno quello di "rivendicare il black power" oppure dare potere concreto alla donna protagonista del film. Per Malcolm e dunque per Levinson, questa fetta di giornalismo non va oltre il sociale e filtra l'arte proprio attraverso "ciò che vuole dire", quando poi in realtà vorrebbe spesso solo mostrare e raccontare una storia bella e intensa ma un po' fine a se stessa, chiusa nel suo mondo, alfa e omega della sua realtà, esattamente come fa il regista per Malcolm & Marie, che è purissimo solipsismo autoriale, senza contradditorio.

O meglio, un contraddittorio c'è ed è quello di Marie, che abbassa la superbia del compagno e si erge a musa in ribellione contro il suo artista, perché messa da parte, bistrattata, non voluta. Eppure è isterica, senza controllo, un fiume in piena che vuole sfondare gli argini del cuore e dei pensieri di Malcolm. Ricorda un po' l'escamotage narrativo di Lars Von Trier per La casa di Jack, dove Virgilio è coscienza del protagonista, messo lì per chiarire l'ingiustificabilità del pensiero di Jack, che comunque sente ma non ascolta.

Voyerismo cinematografico

Nel film di Levinson la cosa chiara è lo scontro di pensieri e l'alternarsi quasi ritmico della favella sulle complicazioni dell'amore e sull'attacco incessante, senza sosta ed esplosivo di Malcolm contro chi "non comprende il suo cinema" - anche se lo ritiene un capolavoro (e qui c'è il paradosso). L'intero racconto e lo scritto dell'autore di Euphoria si regge solo ed esclusivamente sulle interpretazioni magnificamente estenuanti di John David Washington e Zendaya, che formano una coppia on screen straordinaria, di grande charm, con una chimica incredibile che rende il progetto un composto cinematografico interamente giocato sul fisico e sulla retorica dei personaggi, anche se tutto profondamente studiato nel dettaglio, inserito in binari voyeristici e idiosincratici fin troppo evidenti, seppure sagaci e raffinati.

Anche in questo il film ricorda madre!: nella composizione binaria di due temi o ispirazioni che poi vanno lentamente a fondersi insieme. Sì perché la crisi di coppia è legata alle scelte di Malcolm, mentre lo sfogo dell'autore è in verità un urlo fiero e anche presuntuoso della sua cultura e della sua grandezza, che anche se vorrebbe farsi piccola e popolare appare più verace e intellettuale di quanto pensi.

E se la critica avesse ragione e lui stesso non comprendesse le dimensioni di alcuni suoi preconcetti? Certo, può tranquillamente discutere della cultura afroamericana raccontata dai bianchi, ma cosa succede nel momento stesso in cui gira un film su di una tossicodipendente e una critica cinematografica prende di mira alcune sue scelte forse troppo maschiliste? Ecco il muro dove va a sbattere, ma a sbattere seriamente, tanto che nel corpo centrale dell'opera c'è un forsennato sbotto quasi senza fiato contro la critica del contenuto sociale vs "le idee e l'emozione che suscita il film", quello dove Washington dà il meglio di sé.

E poi si torna sulla coppia, sulle incomprensioni, sulla musa che bacchetta l'artista e lo incolpa e gli mostra cosa significhi essere musa e cosa essere amante.

E Levinson consegna infatti a Zendaya e alla sua superlativa espressività un monologo da brividi sul ruolo della donna proprio come ispirazione, su di un mondo Uomo che spesso non dice abbastanza volte grazie all'universo femminile dopo averlo espropriato della sua identità, manipolato all'essenza, saccheggiato di ogni contenuto possibile e raccontato senza appartenenza, con un distacco esistenziale che, seppure carico di emotività e costrutto, non è abbastanza per ringraziare e rendere fede a qualcosa che in verità non si può conoscere a fondo. Ecco: se per l'amore basta un grazie, per il cinema serve forse più umiltà.

Malcolm & Marie Malcolm & Marie di Sam Levinson è un esercizio di stile retorico pruriginoso contro una fetta di critica di settore e un approfondimento umano e voyeristico sugli ingranaggi che muovono una relazione, oliata o meno dall'amore. Ricorda un po' l'onanismo artistico e creativo del madre! di Aronofsky e mette in scena un susseguirsi binario di sfoghi contro la stampa di settore e di una musa contro il suo artista, senza soluzioni di continuità, dando colpe, prendendosi meriti, sbattendo contro muri, vomitando tante verità e cattiverie. John David Washington e Zendaya formano una coppia magnifica con una chimica straordinaria, e hanno entrambi due monologhi da brividi che non dimenticherete facilmente. Potrà anche essere un titolo naif da pandemia, persino orgoglioso del suo solipsismo e della sua autoreferenzialità, ma anche questa è arte con la A maiuscola ed è un percorso cinematografico di un autore con l'impellente bisogno di esprimersi. E a volte è anche bello così.

8

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