Made in Italy, la recensione del nuovo film di Luciano Ligabue

Luciano Ligabue torna a raccontare la provincia più violenta e ordinaria, trovando il coraggio di spingere fuori i suoi personaggi in cerca di riscatto.

recensione Made in Italy, la recensione del nuovo film di Luciano Ligabue
Articolo a cura di

Dall'uscita di Da Zero a Dieci sono passati 16 lunghi anni, da Radiofreccia ben 20, tanto che qualcuno ha persino pensato in questo arco di tempo che Luciano Ligabue avesse definitivamente chiuso la sua carriera da regista e riservato tutte le energie alla musica e ai concerti. Il rocker di Correggio invece era soltanto alla ricerca di una buona storia da raccontare, una di quelle sanguigne e veraci che sono diventate per lui come un marchio di fabbrica, un tratto distintivo e rassicurante. Una storia che abbiamo già conosciuto grazie al disco Made in Italy, un concept album che ora dà il nome anche al terzo lungometraggio dell'artista emiliano.
Le parole e la musica si sono fatte dunque immagine, dipinti in movimento; il protagonista Riko è diventato di carne, ossa, sentimenti e sofferenza. Perché la sua vita è intrisa di dolorosa normalità, come tanti altri: il giorno scorre via senza scossoni in fabbrica, a insaccare mortadelle, la sera nel silenzio più totale fra le mura di casa, di fronte a una moglie con la quale ormai non ha più dialogo. Insieme hanno generato un figlio ormai adolescente, che ha conquistato la sua indipendenza e la sua personalissima solitudine mentre la routine divorava l'esistenza dei genitori.

Immobili e fallibili

Quando ci si trova immobili davanti all'immobilità, il rischio è di non saper reagire in alcun modo. Riko reagisce agli eventi rimanendo seduto su una sedia, con lo sguardo fisso nel vuoto, incapace a dire una qualsiasi parola, mentre la provincia più selvaggia (senza cui il Ligabue menestrello sarebbe un uomo perso) lo divora e lo inghiotte. Il rocker sembra ripartire dai personaggi di Radiofreccia, oggi totalmente cambiati, diversi e maturi; non sono più ragazzini in cerca di un posto nel mondo, sono padri di famiglia e lavoratori annoiati, con responsabilità ben più importanti e pesanti. Certo non tutti hanno fatto lo stesso percorso, c'è anche chi si è perso nella pittura e si è lasciato accarezzare dallo spettro del gioco d'azzardo, chi ha deciso di prendere le noie della vita con filosofia e riderne fra una partita a carte e un'amante svogliata.
Ligabue prende ancora una volta un gruppo di amici e ne fa un ritratto spietato, emozionante, spiegando con minuzia di dettagli ogni loro malessere, ogni desiderio sopito o soffocato. La vita di Riko e dei suoi più fidati compagni non è altro che la nostra, quella di tanti, che ogni mattina si guardano nello specchio e vedono un involucro vuoto, privo di passione. Made in Italy prende infatti le sembianze di un manuale di sopravvivenza, un percorso psicologico che ci porta a pensare in maniera diversa, ad accettare i cambiamenti e a reagire agli eventi, non a subirli incondizionatamente.

La forza della semplicità

Oltre ai problemi naturali e fisiologici di un matrimonio che dura da svariati anni, di rapporti d'amicizia finti e di facciata, di dipendenze e silenzi assordanti, il film sfrutta buona parte della sua durata anche per criticare aspramente il mondo del lavoro odierno. Un sottobosco oscuro che ha trasformato gli operai nella stessa carne da macello che tutti i giorni insaccano in enormi budelli disinfettati, che decide il loro destino licenziandoli da un giorno all'altro, senza preavviso. E come si fa a ripartire quando ormai si è oltre i 40 anni, si ha una famiglia ridotta in pezzi e la voglia di vivere ridotta all'osso?
Dal profondo pessimismo che caratterizza i tempi che stiamo vivendo, Ligabue cerca di strappare con la forza tutto il buono possibile, riempiendo un dramma doloroso e soffocante di sfumature positive, di note agrodolci e impagabili rivalse. Fa toccare ai suoi personaggi il fondo più buio, per poi farli riemergere a suon di colpi di coda.
Nella sua linearità e semplicità, la sceneggiatura di Made in Italy infatti non può non colpire lo spettatore; fra i tanti personaggi sullo schermo è facile immedesimarsi in qualcuno di loro, rivedere nei loro occhi e volti scavati il nostro stesso, reale malessere. La narrazione scorre via in maniera talmente naturale che ci si perde nella storia senza troppa fatica, pronti a essere scossi dagli eventi.

La luce oltre il buio

Tecnicamente Luciano Ligabue non è certo alla sua prima esperienza, infatti sa perfettamente come muovere la sua camera (in maniera più statica e diretta rispetto ai lirismi tentati con Radiofreccia), eppure qualche difetto a livello di costruzione non manca. La scrittura poteva essere asciugata in più punti, evitando momenti di stanca e agevolando il flusso degli avvenimenti.

Può poi succedere di vivere dei dejà vu rispetto proprio all'esperienza Radiofreccia, e in questo la figura del buon Stefano Accorsi - tornato nei panni del protagonista - certo non aiuta; non possiamo acclamare Made in Italy per la sua totale originalità, eppure l'intero progetto è avvolto da un'aura di semplicità e genuinità che permette di sorvolare anche sui difetti più evidenti.
Lo scopo dell'operazione non è certo scardinare l'attuale storia del cinema, al contrario il rocker di Correggio vuole tornare a parlare in modo intimo ai suoi fan e non solo. Vuole spiegarli per filo e per segno che oltre il buio c'è sempre uno spiraglio di luce, una via d'uscita, e lo fa nel modo più diretto possibile, senza troppi filtri o giri di parole. Veicolando il tutto con la musica ovviamente, riprendendo alcune delle melodie e delle parole utilizzate per l'appunto nell'ultimo album di inediti, che racconta in modo immaginifico la vita di Riko.

Noi siamo Riko

Un Riko bene interpretato da Stefano Accorsi per l'appunto, che non ha certo bisogno di presentazioni. Stiamo parlando di un attore ormai maturo, in grado di gestire e dosare rabbia ed emozioni a comando; per affrontare questo ruolo ha probabilmente preso pezzi di altri personaggi della sua carriera per fare un funzionale collage, motivo per cui spesso si ha la sensazione di dejà vu.
Questa volta però non è da solo sullo schermo, accanto a lui c'è la bellissima Kasia Smutniak, con il suo fare etereo eppure ruvido, in grado di passare da musa a carnefice in un istante. Degno di nota anche il cast "secondario", di grande qualità, che dona colore e sfumature a una narrazione lineare.

Made in Italy Luciano Ligabue torna dunque dietro la macchina da presa dopo 16 anni di buio cinematografico, non certo musicale. Anzi questa volta si parte proprio dalla musica, da quel Made in Italy che ha dato modo al rocker di Correggio di raccontare la mirabolante eppure ordinaria vita di Riko, un uomo come tanti che lavora e ama, soffre e ignora, combatte, si arrende e riparte. Tecnicamente non è un lavoro che fa gridare al miracolo, la sceneggiatura è intrisa di elementi già visti in passato nel cinema italiano e non solo, eppure nessuno riesce a raccontare la violenza e la bellezza della vita di provincia come Ligabue. Un artista che gode sicuramente di non pochi privilegi nel suo quotidiano, ma che non ha perso la sensibilità di raccontare la gente comune, il "lottatore medio" che sgomita quotidianamente per salvaguardare il suo posto nel mondo - quel posto che i ragazzi di Radiofreccia cercavano in maniera sregolata e sfrenata. Il cantante vi urla con forza di accettare i cambiamenti, addirittura arriva a spingere i suoi personaggi fortemente provinciali al di fuori del loro piccolo ambiente protetto, toccando così la capitale Roma e il cuore dell'Europa. Segno inequivocabile che niente e nessuno può legarci immobili in un punto, siamo noi a plasmare il nostro destino, non gli eventi che ci sovrastano.

6

Che voto dai a: Made in Italy

Media Voto Utenti
Voti: 9
5.8
nd