Macbeth Recensione: un grande film shakepeariano di Joel Coen su Apple TV+

Per la prima volta in solitaria, uno degli amatissimi fratelli Coen produce, scrive e dirigere un'eccezionale quanto derivativa trasposizione del Bardo.

Macbeth Recensione: un grande film shakepeariano di Joel Coen su Apple TV+
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Per antonomasia, il Macbeth di Shakespeare è divenuto nel corso dei secoli una delle opere del Bardo più adattate in chiave teatrale e cinematografica, archetipo tragico delle venefiche e drammatiche conseguenze della brama di potere. A interfacciarsi per primo con visione e coraggio allo scritto fu lo straordinario Orson Welles, che dopo aver sintetizzato al meglio il proprio stile filmico - contenutistico e visivo - con un capolavoro come Quarto Potere (1941) e La signora di Shanghai (1947), decise di trasporre con grandi aspirazioni la tragedia di Macbeth in un portentoso e ossequioso lungometraggio di grande caratura artistica. Era il 1948 e Welles portava sul grande schermo, in un glorioso bianco e nero, un'opera seminale (ma dibattuta) sui desideri più nefasti celati nel cuore umano, anche dei più retti, traslando il tutto in un'accattivante e oscura veste formale teatrale ancora oggi invecchiata splendidamente.

Seguirono altri rinomati autori: Akira Kurosawa nel 1957, Roman Polanski nel 1971, Bela Tarr nel 1982, fino ad arrivare al più sanguinoso e sovversivo take sulla storia imbastito da Justin Kurzel nel discusso film del 2017 (ed ecco a voi la nostra recensione di Macbeth del 2017), lo stesso che vedeva protagonista nel ruolo del Sire di Cawdor un magnetico Michael Fassbender. Grazie ad A24 ed AppleTV+, a distanza di cinque anni dall'ultima trasposizione, è adesso Joel Coen in solitaria a confrontarsi con la stessa fedeltà e ambizione di Welles al Macbeth shakespeariano, confezionando di fatto una summa concettuale dei precedenti lavori dei colleghi e arrivando per questo a una sorta di immacolata quanto fredda perfezione formale, certo devota alla Parola originale del Bardo ma non per questo esente da alcuni difetti strutturali, in primis di logica stilistica.

La vita è un'ombra che cammina

Non vi siete mai accostati alla tragedia macbethiana? In sintesi: quando tre Streghe (le Sorelle Fatali) incontrano i generali scozzesi Macbeth e Banquo di rientro da una vittoriosa campagna militare, queste profetizzano al primo la sua ascesa al trono di Scozia e al secondo una discendenza di sovrani.

Macbeth è sconvolto e sbigottito, ma quando Re Duncan conferisce al Sire di Glamis l'onorificenza di Sire di Cawdor, quest'ultimo comincia a nutrire forti ambizioni di divenire Re di Scozia, assecondato poi dalla moglie a compiere l'omicidio di Duncan e ottenere così in breve tempo il trono. Ed è proprio dalla sua ascesa che cominciano le fatali ripercussioni psicologiche e politiche di tali e tremende azioni.
È immediata la fascinazione tenebrosa e onirica con cui Coen ha voluto vestire questa brillante trasposizione, nutrendo ogni sequenza di algida quanto incantevole compiutezza scenica. Le inquadrature e la fotografia desiderate dal regista e concretizzate dalla mano di Bruno Delbonnel sono cariche d'inquietudine e ricerca, soprattutto nel tentativo di innestare un'anima quanto più teatrale possibile in un'opera idealmente cinematografica. Per questo a più riprese sembra di trovarsi di fronte un titolo art house vecchio stampo, illusione che viene tradita solo dalla nitidezza abbagliante e magniloquente delle immagini e del suono, già da sole in grado di suscitare attonito stupore.

I movimenti sono ridotti al minimo, lavorando sovente in camera fissa sui personaggi e gli ambienti, opzionando pochi campi lunghi e una ricercata staticità filmica per concentrarsi sul verbo dei protagonisti, tra iconici e mai laconici soliloqui e confronti girati con parsimoniosi - ma necessari - controcampi.

È proprio in queste scelte che si nota l'ancoraggio registico a un glorioso passato, soprattutto innamorato di Welles e Kurosawa, redendo questo nuovo Macbeth filologicamente, drammaturgicamente e cinematograficamente perfetto, ma più una pallida ombra di ciò che fu, un buco nero ambulante ed estatico che risucchia suo malgrado pure senso e corpo autoriale di Joel Coen, di cui onestamente non traspare nulla se non l'anelito personale e coniugale (la moglie Frances McDormand è interprete e produttrice del film) di interagire con stupefacenti intenti artistico-stilistici con la tragedia per eccellenza.

Attori sì, ma non pallidi

Può anche essere un paradosso, ma il limite massimo del Macbeth coeniano è il suo essere così devoto al Bardo e così disinteressato ad avere personalità autoriale. Il tratto più unico dell'opera, in questo senso, ricade sulla scelta di un attore afroamericano per vestire i panni del protagonista, qualcosa di inedito sia sul grande schermo sia per quanto riguarda i Macbeth cinematografici.

Chiamato a tale ruolo è stato Denzel Washington, attore di forte magnetismo e talento che infatti ha saputo donare al personaggio dei tratti espressivi davvero sorprendenti, specie nei momenti di perdizione "nell'altrove" e in questo suo costante navigare tra realtà e sovrannaturale, nel continuo moto ondivago di una psiche distrutta dalla sete di potere e dai rimorsi. Una performance di granitico spessore, che ha saputo cesellare con competenza tutte le difficoltà insite nella parte, prima su tutte quella della riproposizione, dunque in grado di diversificarsi da quelle dei titani del passato per essere sì dedita agli scritti di Shakespeare, ma anche ottimamente caratterizzata e in contrasto con le esigenze del regista. Stesso discorso vale per Frances McDormand, che regala alla sua Lady Macbeth una persistente aura tetra e angustiata, passando dal primo all'ultimo atto dall'essere donna combattiva e forte compagna - mente dell'omicidio - a debole, emaciata e perduta figura femminile sullo sfondo, distrutta da sogni e visioni di morte. Una prova eccellente anche questa, insomma, come d'altronde quelle dell'intero cast di contorno composto da rinomati nomi del cinema e del teatro britannici.

A spiccare su tutti è comunque una prodigiosa e conturbante Kathryn Hunter nel ruolo delle Streghe, che per quanto ridotto dà modo all'attrice di sfoggiare le sue incredibili capacità camaleontiche e caratteristiche.
Tirando le somme, in conclusione, ci troviamo dinnanzi a una trasposizione dalla duplice anima: quella tecnica e attoriale, sublime e riverente a Shakespeare, e quella invece autoriale, che non riesce in chiave artistica a superare paure e ambizioni del regista, inginocchiato in senso deferente all'immenso lascito cinematografico del passato.

Ciò non toglie però bellezza e senso a una delle tragedie più seminali della storia riproposte sotto la lente d'ingrandimento di Joel Coen, che sforna così il suo primo lungometraggio in singolo e getta le basi per un futuro senza Ethan al suo fianco. Più che un "fratello dove sei?" un "serious man" a cui guardare ora diversamente.

Macbeth - Joel Coen Joel Coen si interfaccia in solitaria con la tragedia shakespeariana per eccellenza, dramma profondo, tetro e dibattuto sulla brama di potere e le nefaste conseguenze delle azioni più spregevoli. Macbeth è un film profondamente ossequioso della parola e delle dinamiche drammaturgiche del Bardo, nonché summa concettuale delle più belle trasposizioni del passato - specie quella di Welles e Kurosawa - arrivando per questo a una perfezione formale tanto bella quanto tenebrosa e glaciale. Merito, peraltro, dell'immacolata fotografia in bianco e nero di Bruno Delbonnel. Manca forse di personalità e stupore, difetto forse dovuto alle paure insite nel solitario fratello Coen nel confrontarsi con un'opera tanto gloriosa e importante, ma anche grazie alle interpretazioni di Denzel Washington, Frances McDormand e Kathryn Hunter, questo nuovo Macbeth può dirsi assolutamente riuscito, sospeso e penetrante.

8

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