Recensione Lo sguardo di Satana - Carrie

Torna la ragazza telecinetica di Stephen King

recensione Lo sguardo di Satana - Carrie
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Pare che il Re dell'orrore su carta Stephen King abbia preso ispirazione da una ragazzina solitaria ostacolata dal fanatismo religioso dei propri genitori e da un ragazzo deriso a causa delle condizioni di estrema povertà in cui viveva, entrambi frequentanti il suo stesso liceo, per concepire Carrie, il romanzo che, nel 1974, gli ha permesso di inaugurare la fortunatissima carriera di autore di horror e thriller.
Romanzo che non ha tardato ad attirare l'attenzione dell'universo della Settima arte, tanto che, già soltanto due anni dopo, Brian De Palma provvide a trasferirlo su grande schermo tramite Carrie - Lo sguardo di Satana, non solo seguìto nel 1999 dal mediocre Carrie 2 - La furia di Katt Shea, ma anche apripista per tutta una serie di film più o meno noti incentrati su tormentati adolescenti impegnati a mettere in atto la tanto desiderata, liberatoria vendetta.
Film spazianti da Jolly killer, diretto nel 1986 da George Dugdale, Mark Ezra e Peter Mackenzie Litten, a Tamara - Toccata dal fuoco di Jeremy Haft, datato 2005; senza contare il fatto che in Venerdì 13 parte 7 - Il sangue scorre di nuovo il macella-teen-ager dalla maschera da hockey Jason Voorhees si trovò ad affrontare proprio una ragazza dotata di poteri telecinetici come la Carrie White kinghiana.

Diverso da King

La Carrie White che, interpretata nel lungometraggio originale da una stupefacente Sissy Spacek e già tornata in azione - con le fattezze della Angela Bettis di May - nel rifacimento televisivo Carrie, firmato nel 2002 da David"Generazioni"Carson, viene qui riproposta affidandone il ruolo alla brava Chloë Grace Moretz, ovvero la Hit-Girl della saga Kick-Ass.
Una Carrie White che, proprio come nella pellicola originale, è timida e continuamente emarginata dai propri compagni di scuola, oltre che oppressa da una madre ultra religiosa con le fattezze di Julianne Moore, la quale prende il posto della Piper Laurie del capostipite.
Mentre la Gabriella Wilde vista ne I tre moschettieri di Paul W.S. Anderson e l'esordiente Ansel Elgort sostituiscono Amy Irving e William Katt nei ruoli di Sue Snell e Tommy Ross, unici due studenti che tentano di aiutare la protagonista, tanto che il secondo la invita al ballo di fine anno scolastico.
Il ballo dove, come ormai è risaputo, finisce per essere ridicolizzata tramite un atroce scherzo organizzato ai suoi danni dai malvagi Chris Hargensen e Billy Nolan, rispettivamente incarnati dalla Portia Doubleday di Big mama: Tale padre tale figlio e da Alex"Chronicle"Russell, i quali finiscono incoscientemente per scatenare la sua furia vendicativa.

Scusa ma ti chiamo Moretz

Ma è proprio a partire dal fatto che questi ultimi due non riescano in alcun modo a possedere il carisma di cattivi trasmesso a suo tempo da Nancy Allen e John Travolta a rappresentare uno dei principali motivi che spingono ad intuire la non riuscita del remake a firma di Kimberly Peirce, autrice nel 1999 del Boys don't cry con Hilary Swank e Chloë Sevigny.
Remake aggiornato al XXI secolo introducendo una anonima gioventù con smartphone alla mano e YouTube da sfruttare all'occorrenza, ma i cui esponenti sembrano ricordare più quelli dei film del nostro Federico Moccia che i modelli studenteschi d'oltreoceano.
Fino al già citato scherzo finale che, in realtà, non si limita a riproporre quello lanciato nella trasposizione di De Palma, ma pare fondersi, in un certo senso, anche con quanto orchestrato nel sequel di Shea, come in questo caso comprensivo della proiezione di un video.
Quindi, con una strage decisamente più edulcorata e incapace di colpire al cuore lo spettatore come seppe fare il futuro regista di The untouchables - Gli intoccabili e Mission: impossible, abbiamo giusto un look generale corredato di effetti digitali che hanno consentito di aggiungere immagini quasi da disaster movie, tra terreni che si spaccano e automobili sospese in aria.
Però, sebbene il ritmo narrativo non tenda affatto a rendere fiacca la circa ora e quaranta di visione, l'insieme, con ogni probabilità, arriva ad accattivarsi esclusivamente le nuove generazioni, soprattutto se ignare della rilettura cinematografica depalmiana che amò, invece, chi non apprezzerà questa versione 2013.

Lo sguardo di Satana - Carrie Regista del Boys don’t cry (1999) che permise a Hilary Swank di conquistarsi il suo primo premio Oscar, Kimberly Peirce riporta sullo schermo la Carrie di Stephen King, studentessa dotata di poteri cinetici che fu Brian De Palma a raccontare per primo al cinema tramite Carrie - Lo sguardo di Satana, di sicuro una delle migliori trasposizioni dal Re della letteratura horror. Durante la visione, però, tra un cast di giovani attori quasi tutti anonimi e un massacro finale talmente privato di cattiveria rispetto a quello originale da far rimpiangere addirittura l’inutile remake televisivo diretto nel 2002 da David Carson, è facile intuire che ci troviamo dinanzi all’ennesimo rifacimento volto a prendere una vincente idea del passato per avvicinarvi le nuove generazioni. L’unica fetta di pubblico che, probabilmente, apprezzerà.

5.5

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