Recensione Lo Schiaccianoci 3D

Torna lo Schiaccianoci, nell'inedita versione di Konchalovsky

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Ci sono storie che crediamo di conoscere benissimo, entrano a far parte del nostro bagaglio di conoscenze anche se nessuno ce le ha mai raccontate. Succede spesso con i grandi classici, le cui trame si intrecciano con ogni forma di comunicazione multimediale moderna. Un esempio ne è Lo Schiaccianoci: pochi sanno chi sia l'autore e ancora meno persone hanno mai visto effettivamente il famoso balletto, eppure tutti siamo convinti di sapere quale sia la sfortunata storia del principe schiaccianoci. Molti hanno provato a portarla sul grande e piccolo schermo (per la maggior parte si tratta di film di animazioni pensati per un pubblico molto giovane, che spesso si avvalgono di icone già famose come, per esempio, Barbie), adattandola ad ambientazioni, tempi storici e personaggi differenti, e oggi Lo Schiaccianoci è pronto a tornare protagonista del periodo natalizio grazie alla trasposizione di Andrei Konchalovsky: ci sono voluti vent'anni e molte discussioni sulle possibilità visive e tecnologiche del progetto, ma alla fine il piccolo giocattolo di legno è pronto a ballare sui nostri schermi.

Sorprese sotto l’albero

Mary (Elle Fanning) non vede l'ora che arrivi il natale per trascorrere una serata insieme allo zio Albert (Nathan Lane) e ai suoi favolosi giocattoli. Quest'anno lo stralunato ma affettuoso zio ha deciso di portare con sé una bellissima casa delle bambole automatizzata e un singolare schiaccianoci, cappello napoleonico e giubba nobile rossa, un regalo semplice ma dal passato prezioso. Mary si affeziona immediatamente al giocattolo dagli occhi grandi e quando, durante la notte di Natale, il suo amico prende vita, la sua gioia è immensa. NC (Charlie Rowe) accompagna così la piccola Mary in un mondo magico, dove i giocattoli prendono vita e le decorazioni natalizie sono disponibili ballerine che volteggiano per il salone padronale. Peccato però che non sia tutto così magico come sembra: il regno dello Schiaccianoci è infatti stato usurpato dal perfido Re Topo (John Turturro) che, desideroso di portare via la felicità dal volto di ogni bambino, alimenta la sua immensa fabbrica del fumo bruciando tutti i giocattoli.

Trasformare un classico

La storia originale, Lo Schiaccianoci e il Re dei Topi, è stata scritta nel 1816 da E.T.A. Hoffmann. Ma solo settantacinque anni dopo è diventata davvero celebre grazie alla scelta di Marius Petipa, famoso coreografo russo, di trasformarla in un balletto musicato da Pëtr Tchaikovsky. La storia originale appariva tuttavia troppo tetra e cruenta per essere riempita di lustrini e giravolte e così il libretto fu riscritto da Alexandre Dumas, che la trasformò nella narrazione di un noioso (se visto attraverso gli occhi della piccola protagonista Clara) ma molto sfarzoso ricevimento natalizio, presupposto perfetto per inserire magia e giravolte in una stessa notte. Lo Schiaccianoci e il Re Topo, questo il primo nome dato all'opera, divenne subito un successo fin dalla sua prima rappresentazione del 1892 a San Pietroburgo. Ormai è un'istituzione del genere classico e il suo Valzer dei Fiori è tra i più riconosciuti di tutto il mondo. Ma come trasportare un atmosfera fiabesca così fortemente collegata alla danza classica sul grande schermo?

La versione Konchalovsky

In un'epoca in cui al cinema è la tecnologia a farla da padrone, è difficile immaginare una collocazione per Lo Schiaccianoci di Andrei Konchalovsky, progetto su cui il regista lavorava ormai già da vent'anni. Sarà per questo forse che la produzione, nonostante i velati rifiuti del regista, ha deciso di presentare l'opera utilizzando il 3D, visto come unico mezzo capace di permettere al magico mondo di Hoffman di fuoriuscire dallo schermo e abbracciare uno spettatore meravigliato. Gli intenti di questa trasposizione cinematografica sono di certo nobili e veramente apprezzabili, soprattutto perché, come afferma il produttore Paul Lowin, "da secoli lo scopo sociale delle fiabe è insegnare ai bambini come affrontare la paura e il pericolo". Perché non riportare in auge la più classica delle morali con una delle più classiche delle storie della tradizione? Konchalovsky, per il suo film, decide di attingere da entrambe le storie, quella originale e quella di Dumas, creando un mix originale che alterna momenti cupi e inquietanti a situazioni volutamente frivole e scherzose. Peccato però che in questo modo abbia creato una sceneggiatura che, strizzando l'occhio a due fasce di target all'opposto, si perde nel suo voler essere eterogenea a tutti i costi. Accanto ad atmosfere buie e atteggiamenti dispotici e dittatoriali, preludi di tragedie e drammi, troviamo una semplificazione dei personaggi estrema, che ne annulla la sospensione di credibilità. Un esempio? I topi, efferato esercito al servizio del Re Topo, sono sufficientemente stupidi da non essere presi troppo sul serio, eppure ammiccano a morali e comportamenti che solo i più grandi potrebbero contestualizzare. Alla base della ricostruzione della storia, quindi, sembra aleggiare un caos concettuale che stravolge la tradizione danneggiandola fortemente.
Tutto Lo Schiaccianoci in 3D sembra caratterizzato da una prolungata dicotomia concettuale, non sono nella caratterizzazione della trama, ma anche nelle modalità visive e musicali di narrazione. L'atmosfera generale del film è affascinante e ricca di richiami al costume di una immaginaria Vienna degli anni '20, tra art nouveau e art decò. "Mi sono ispirato in particolare ai lavori degli architetti Otto Wagner, che produceva anche delle meravigliose sculture di carta, e Josef Hoffmann. Infatti tutte le scenografie del film, dalla macchina volante ai giganteschi altiforni, si basano sulle innovazioni tecnologiche dell'epoca", racconta lo scenografo Kevin Phipps. Un'immagine complessa ma proprio per questo accattivante, molto adulta nelle sfumature e nelle costruzioni, che si scontra violentemente però con il secondo elemento caratterizzante della pellicola. Chiamandosi il film Lo Schiaccianoci è impossibile separare il tutto dai componimenti di Pëtr Tchaikovsky, riadattati in maniera moderna e forniti di un cantato. Nonostante tutto ciò sia stato affidato a Tim Rice, un nome che nel campo è quasi una certezza di successo, il risultato finale (almeno per quanto riguarda l'adattamento italiano) è grossolano e molto, decisamente troppo, infantile, distruggendo così tutto il lavoro "adulto" fin qui assemblato.

Second opinion, a cura di Marco Lucio Papaleo

Il nuovo film di Konchalovsky intrattiene e tiene viva l'attenzione, se non altro perché lo spettatore passa continuamente attraverso diversi registri linguistici e toni della storia, a volte tendente al sentimentalismo, altre all'avventura, con puntate all'arte figurativa e all'espressionismo sociale. Quel che non si capisce è se il regista volesse creare un'opera stratificata per le diverse fasce di pubblico come nella migliore tradizione Pixar -fallendo nell'amalgama- o semplicemente ha un senso della mediazione diverso dal comune. Tanto da rendere complessivamente affascinante la sua opera (con una tale ricercatezza per lo steampunk e la fantastoria -vedasi i riferimenti a Freud e a Einstein- applicati ad un classico come Lo schiaccianoci) ma, purtroppo, assolutamente dispersiva.

Lo Schiaccianoci 3D Il problema fondamentale de Lo Schiaccianoci in 3D è che non si riesce a capire bene il target di riferimento sul quale è stato costruito: troppo infantile per qualcuno che possa apprezzarne i riferimenti stilistici dell’opera classica, ma troppo articolato per essere un prodotto prescolare. Un esperimento che accende gli entusiasmi concettuali di uno spettatore che, a proiezione finita, si ritrova intimamente deluso da un’occasione sprecata. Persino le performance di attori che abbiamo imparato ad apprezzare, come John Turturro o la giovane Elle Fanning che tanto ci ha impressionato in Super 8, appaiono svuotate della loro caratteristica intensità, assestandosi su livelli buoni ma non eccellenti. Un vero peccato, per un capolavoro del balletto che sul cinema diventa trasposizione di un bel quadro animato.

5

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