Light of my Life, la recensione del film diretto da Casey Affleck

Dopo il documentario con Joaquin Phoenix I'm Still Here del 2010, Casey Affleck scrive, dirige e interpreta il suo primo lungometraggio.

recensione Light of my Life, la recensione del film diretto da Casey Affleck
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È sempre interessante quando un attore famoso, celebrato e vincente prepara il proprio debutto alla regia, proprio perché essendo già famoso, celebrato e vincente non deve preoccuparsi di avere successo e spesso e volentieri si lancia in opere particolari, fuori dagli schemi e affatto canoniche.
La tradizione è lunga in questo senso, dal recente Ryan Gosling di Lost River si potrebbe risalire fino al Marlon Brando de I Due Volti della Vendetta, ma "particolare e poco canonico" sono termini che si adattano perfettamente anche a Casey Affleck: Oscar al miglior attore con lo straordinario Manchester by the Sea, il fratello minore del due volte premio Oscar Ben aveva già debuttato alla regia nel 2010, ma col documentario I'm Still Here, a ben guardare un mockumentary per giunta con protagonista Joaquin Phoenix.
Era tutt'altro che standard quell'opera, con Phoenix che interpretava se stesso e dichiarava finita la sua carriera da attore in favore di una tutta nuova nell'hip-hop (il film fu girato proprio come un mockumentary, e neanche si fosse trattato di The Blair Witch Project provò a convincere i critici di Venezia 67 che ciò che Joaquin Phoenix sosteneva corrispondesse alla realtà, che la sua vita al cinema fosse davvero giunta al termine... ma naturalmente tutti capirono che si trattava di uno scherzo), ma con questo Light of my Life che Affleck scrive, dirige e interpreta in maniera sublime e meticolosamente raffinata abbiamo finalmente un vero e proprio debutto nel mondo dei lungometraggi, che apre a nuove possibilità per la carriera di Affleck.

Chissà, magari Joaquin Phoenix girerà un documentario nel quale l'amico affermerà di aver chiuso con la recitazione per cedere totalmente alla regia?

(On) The Road

Non è il Viggo Mortensen del The Road di John Hillcoat ma quasi, questo Casey Affleck è sempre più barbuto e calato nella maschera della sottrazione del dolore à la Manchester by the Sea e L'Assassinio di Jesse James Per Mano Del Codardo Robert Ford: entrambi padri senza nome la cui unica missione è quella di proteggere il futuro, rappresentato nel primo caso da un figlio e nel secondo da una figlia, chiamata Rag (e interpretata da Anna Pniowsky).

Il film si apre proprio mostrando i due protagonisti in una tenda di notte, lui le racconta una favola della buonanotte improvvisata e inizia a parlare di volpi, di Arche, di Noé, in una sequenza che dura tantissimo quasi a imitare i monologhi tarantiniani per come va avanti e indietro e intorno a un punto che sembra non arrivare mai, ma che poi infine arriva.
La scena è così delicata e discreta che riesce a essere ancora più incisiva nel suo significato, ovvero che le storie delle donne molto spesso vengono nascoste sotto quelle degli uomini (e quindi dagli uomini), perché l'unico punto di vista che conoscono è quello maschile. È un dialogo molto raffinato, che inquadra alla perfezione il tono e il mondo della storia che Affleck vuole raccontare.
Nel suo essere post-apocalittico Light of My Life va a mettersi in riga insieme a tutti quei film che negli ultimi anni hanno ripreso questo filone in chiave non spettacolare ma drammatica, dal succitato The Road a Z for Zachariah, A Quiet Place e altri (in un certo senso anche il recente Leave No Trace), con padri di famiglia che non hanno più una famiglia ma sono ancora padri di qualcuno e devono proteggere quel qualcuno dalle crudeltà di un mondo selvaggio.

Questa metafora sulle paure della genitorialità a lungo andare potrebbe finire col diventare ridondante e inflazionata, ma Affleck la accompagna a una riflessione sociale sul ruolo della donna e sull'importanza che questa ha nel mondo: la femmina qui non è la Eva biblica portatrice del peccato ma un valore perduto, quasi una sorta di ultima barriera fra la civiltà e l'era dei lupi.
Una misteriosa pandemia - come ci rivelano brevissimi flashback (il cui tratto è simile a quello di Kenneth Lonergan in Manchester by the Sea, non a caso) - ha ucciso tutte le donne, di qualsiasi età, risparmiando solo poche immuni. Quello che resta sono i ricordi e l'oscurità.


Distopia altmaniana

Con una fotografia dalla tavolozza di colori fatta di grigi, blu e bianchi pallidi (del grande Adam Arkapaw) e una colonna sonora (firmata da Daniel Hart) a tratti dolcemente malinconica e profondamente inquietante, Affleck dipinge senza fretta una storia mansueta di quotidiana monotonia, che però procede eternamente in allerta, con lo sguardo attento e le orecchie tese per potenziali pericoli sempre imminenti.

Affleck e la giovane Anna Pniowsky sono quasi sempre soli in scena, e questo estremismo contribuisce a rendere letteralmente terrificanti le apparizioni di altri esseri umani - ovviamente sempre uomini (di varie età) e molto spesso mostrati nello sfondo, accovacciati o intravisti mentre si avvicinano, sempre meno sfocati, verso i protagonisti.
Con questo passo le due ore forse appaiono eccessive, soprattutto perché il film avrebbe potuto dire il dovuto anche con 20 minuti in meno. È evidente però come il suo autore abbia voluto imitare il passo cadenzato del Robert Altman in film come I Compari o ancor di più Quintet (non a caso un post-apocalittico, anche quello nella neve), con la costruzione della narrazione e della messa in scena sempre paziente, sempre algida. Questa forma è utile alla sostanza del racconto perché depotenzia, o meglio rifugge, il punto di vista del protagonista maschile, restituendone uno molto più oggettivo e libero.

In alcuni istanti - soprattutto durante un lungo monologo sul finire del secondo atto - questo meccanismo appare un po' furbetto e pensato come passerella/pulpito per il povero Casey, tirato in mezzo nel cerchio incrociato del MeToo qualche tempo fa e qui evidentemente desideroso di rifarsi agli occhi del pubblico femminile, ma il finale, sia dolce che esplicativo, capace di chiudere il cerchio narrativo ricollegandosi alla scena d'apertura, cede le redini allo sguardo della bambina, affidando il futuro a un altro sesso.
Il punto di vista, come nella storia della volpe, è cambiato dal maschile al femminile, e con i titoli di coda giunge anche un senso di compiutezza davvero encomiabile, a livello tematico, per un'opera prima.

Light of my Life Al suo debutto nel lungometraggio Casey Affleck scrive, dirige e interpreta un'opera magari non originale al 100% ma raccontata con una nuova sensibilità, sia toccante che distaccata, in grado di riflettere sull'importanza della figura femminile nella società senza sentimentalismi e orchestrando un interessante passaggio di testimone tra punti di vista.

7.5

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