Recensione Lettere da Iwo Jima

"Fai ciò che è giusto, perchè è giusto"

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E' sempre difficile iniziare un racconto, una storia, intessere le trame di quel piccolo mondo che può essere il pensiero e dargli la forma voluta, renderla bella a vedersi, facile da capire, arricchire le parole di quel fascino che meriterebbero, per renderne gradevole il sapore, per significare e far pensare. C'è chi ha il dono, chi riesce a fondere nelle immagini, nei suoni, nelle parole, quella malia che traspare e trascende, che arriva dentro e ti scuote, ti fa cambiare.
Non è mai facile descrivere con parole quello che solo le immagini possono dire, descrivere un'opera grande e avvincente, in cui non ci sono vincitori nè vinti, un'opera pervasa di dura poesia, che avvince, strega, affascina.

Letters from Iwo Jima è il secondo film di Clint Eastwood sulla battaglia avvenuta nel 1945 sulla piccola isola del pacifico, nodo cruciale per le strategie delle fazioni americana e giapponese. Da qui sarebbe stato facile per gli statunitensi far partire bombardieri pesanti per la vicina capitale Tokyo, mettendo così in scacco la difesa dell'impero. Ventimila uomini, addestrati a dare la vita per il proprio stato, aspettano l'attacco, oramai imminente, del nemico occidentale. Su questo scenario sono molteplici le trame che si intrecciano a formare una storia che con la guerra coesiste, un racconto di uomini comuni, richiamati ad un conflitto per il loro paese, di uomini che fronteggiano altri uomini, di umane paure, valori, imposizioni, affetti.
Iwo Jima (isola dello zolfo in giapponese) è una landa vulcanica, un dente sassoso, nell'Oceano Pacifico, che il generale Kuribayashi (Ken Watanabe) è tenuto a difendere a costo della vita, propria e dei propri uomini. Kuribayashi trova sull'isola una difesa completamente errata, pronta a fronteggiare di petto l'attacco, ma totalmente inconsapevole della potenza di fuoco e dell'avanzata tecnologica che il paese d'oltreoceano aveva avuto. Le trincee, approntate sulla spiaggia, avrebbero avuto vita breve prese d'assalto dalle macchine da guerra. Da buon stratega, il generale decide di arretrare le difese, lasciando campo libero allo sbarco, ma rendendo difficile la vita del nemico una volta a terra.
Si scava, su Iwo Jima. Difese nella roccia viva, casematte, trappole e trincee ben nascoste per non lasciare facilmente il campo all'avversario. Giovani che scavano ogni giorno, in attesa del nemico, giovani con famiglie a cui mandare posta (le lettere del titolo, che non arriveranno mai), ragazzi che hanno lasciato genitori, mogli, figli, nel proprio paese, sapendo che probabilmente non sarebbero tornati. E se la scelta di spostare l'artiglieria sul monte Suribachi (il picco che si trova ad un estremo dell'isola) non è ben accetta agli alti ufficiali della Marina, saranno proprio queste le mosse che riusciranno a fermare l'avanzata americana per ben due mesi sulla piccola lacrima di terra. Due mesi durante i quali il tempo verrà scandito dalla paura, dai bombardamenti incessanti, dalla mancanza d'acqua, dal patriottismo eccessivo che non consente la ritirata, ma solo la morte autoinflitta, il ricordo dei bei momenti, l'eroismo dei singoli, l'atrocità della guerra.
La mano di Eastwood riesce a cesellare finemente l'animo dei suoi personaggi, riesce a muovere trame intricate senza lasciare nulla al caso, lavorando di fino, mettendo in luce angoli dell'animo vulnerabili, scuotendoli nel profondo. Movimenti di macchina lenti, maestosi, estatici, quasi ieratici che si alternano a frenetici momenti di battaglia, in cui lo sguardo è quasi in prima persona, come se la macchina fosse direttamente coinvolta nello scontro. Riprese di un color seppia angosciante che si accende con il rossore del sangue, con il fuoco delle bombe e delle esplosioni. Dialoghi che si avvalgono della quotidianità per arrivare all'eroismo, rimembranze di quel cinema parlato e pensato che un tempo era norma.
La scelta di realizzare i dialoghi in lingua originale riesce nell'intento di rendere le emozioni dei protagonisti più vere, più reali, più sentite, aumentando il trasporto e l'immedesimazione in maniera quasi magica, nonostante di solito tale espediente ottenga l'effetto contrario, quasi di straniamento. La fotografia riesce, come una macchina del tempo, a riportare nell'attimo, a far sentire l'odore di zolfo e morte, l'acre odore di paura, di polvere da sparo, le grida che si alzano, il rimbombare delle esplosioni che si contrappone all'assopito rumore della risacca.
Ottimo il lavoro degli attori, con un magistrale Watanabe, generale dal volto umano, che sa quando essere inflessibile e quando piegarsi al fato, quando aiutare e quando chiedere aiuto. Di grande spessore anche la prova di recitazione di Kazunari Ninomiya, semisconosciuto attore nipponico che nel film interpreta un ex panettiere che abbandona la moglie incinta a causa della chiamata alle armi.
In contrapposizione con la precedente pellicola (Flag of Our Fathers) in Letters from Iwo Jima Eastwood ci mostra il lato lirico della sua regia, meno caustico e accusatorio, anche se i temi forti non mancano neanche in questa opera. Le divergenze tra Popolo e Stato, rappresentate altresì dai giovani combattenti, che avrebbero preferito rimanere con i propri cari, e dai capi autoritari, sempre pronti a manifestare il loro potere in maniera rigida e repressiva, la labile divisione tra bene e male, tra buon soldato e cattivo soldato, l'onore di affrontare il nemico in quanto essere umano.

Lettere da Iwo Jima Raramente ci si trova innanzi ad opere che segnano il "cammino" della storia del Cinema. Le pietre miliari spesso e volentieri passano inosservate, se non vi si presta la giusta attenzione. Lettere da Iwo Jima può sicuramente fregiarsi di questo titolo. L'opera Eastwoodiana, perfetta nella sua duplicità, risulta una pellicola con tanto da dire, che farà sorgere domande e che non lascerà con quel senso di vuoto che, troppo spesso ultimamente, attanaglia lo spettatore all'uscita dalla sala.

8.5

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