Leonora Addio Recensione: la morte secondo Paolo Taviani

Paolo Taviani torna alla regia senza il fratello, scomparso da poco, e lo fa per raccontare una storia di morte, delicata ma allo stesso tempo dolorosa.

Leonora Addio Recensione: la morte secondo Paolo Taviani
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È come se fosse un esordio, un nuovo esordio, per Paolo Taviani al cinema. Lo fa senza il fratello Vittorio Taviani, al quale dedica Leonora Addio, e lo fa per raccontare in maniera dolorosa proprio la sua mancanza, il distacco da lui. Il film non ha niente a che vedere con la novella scritta da Luigi Pirandello nel 1910, ma è interamente dedicata al drammaturgo siciliano, e nel titolo nasconde l'ultimo saluto all'altra metà della coppia di un sodalizio che negli anni ha conquistato il Festival di Berlino a più riprese (ricordiamo l'Orso d'Oro per Cesare Deve Morire e il premio Fipresci proprio a Leonora Addio alla Berlinale 2022), permettendosi di diventare degli habitué. Il tributo in un sol colpo permette a Taviani di celebrare sia la scomparsa di Vittorio che un argomento a entrambi caro, quel Pirandello che viene celebrato da reperti documentaristici, la voce narrante di Roberto Herlitzka, e un racconto straziante, delicato.

Pirandello deve vivere

Era il 1936 quando Luigi Pirandello morì a Roma, nel pieno del fascismo, al culmine massimo del desiderio da parte del Duce di far sì che il funerale potesse essere riconosciuto come un evento tipicamente politico. Morì a Roma, il 10 dicembre lasciando incompiuto il suo I giganti della montagna, un'opera mitologica che poi verrà completata dal figlio Stefano.

Nonostante l'insistenza da parte di Mussolini per delle esequie di Stato per chi aveva riportato il Nobel alla letteratura all'Italia, vennero rispettate le sue volontà, scritte ben 25 anni prima. Cremazione, senza cerimonie, senza consacrazioni e senza monumenti: riposte in un'anfora greca, le ceneri vennero tumulate nel cimitero del Verano, adiacente alla basilica di San Lorenzo, a Roma. Da questo riparte Taviani, che sente la necessità di raccontarci il tumultuoso viaggio compiuto dall'urna del Maestro da Roma ad Agrigento, quando nel 1947 alcuni studenti - tra cui anche Andrea Camilleri, anche se non citato nel film - decisero di chiedere di riportarla in Sicilia per adempiere alle ultime volontà di Pirandello: essere sparso nella villa di contrada Caos, dove era nato. Taviani racconta in maniera fedele alla realtà, ma non senza aggiungerci quel tocco di finzione che il cinema richiede sempre, tutto il viaggio compiuto dal funzionario (nel film Fabrizio Ferracane) che da Roma porta i resti ad Agrigento in una cassa di legno, tra le difficoltà di trasportare un morto per quasi mille chilometri, fino al dissacrante momento di rifiuto della Chiesa di celebrare un corteo con un defunto cremato e riposto in un'anfora greca.

La morte di Pirandello è motivo sì di grande impegno e profusione da parte della città e di tutti quelli che vogliono rispettare le volontà del Maestro, ma è anche l'occasione per Taviani di raccontare l'ineluttabilità dell'evento e la futilità del gesto, allo stesso tempo, però, pesante. Lo è nell'ansia provata dal funzionario incaricato del trasporto delle ceneri, lo è nelle risatine provocate da alcuni bambini che assistono da un balcone, lo è nello stacco che Taviani compie dopo circa un'ora di film.

Una morte neorealista e grottesca

Perché dal bianco e nero dell'intero racconto, adatto a narrare un periodo che non ci è appartenuto ma che è stato di entrambi i fratelli cineasti, si passa al colore. Lo si fa perché il regista ci racconta l'ultimo scritto di Pirandello, il suo canto del cigno che parla, anche in questo caso, di morte.

Se la prima, quella dell'autore, è naturale, questa è indotta: un ragazzo che con un chiodo - da cui il titolo del racconto - uccide una sua coetanea, di meno di dieci anni, per un motivo che non viene chiarito e che lascia spazio a una serie di interpretazioni. Il passare del tempo condiziona il fautore di questo estremo gesto, portandolo ogni anno, prima da adulto e poi da anziano, davanti alla tomba della sua vittima. Tutti i temi trattati girano intorno alla dipartita da questo mondo, ma lo fanno anche abbracciando il grottesco, oltre alla malinconia. Un modo per farci sentire vicini a una condizione che ha colpito Paolo Taviani, rimasto adesso senza quel fratello col quale, da giovanissimo, aveva deciso di iniziare a fare cinema ispirato da Rossellini. La morte finisce per coprire qualsiasi aspetto della vita, inficiato anche dal bianco e nero che trasmette quel senso di caducità dell'esistenza stessa. Lo fa nel raccontarci la guerra, nel mostrarci gli americani che fanno capolino in vicende quotidiane dell'Italia, quasi a volersi intromettere in questioni che non appartengono loro.

C'è un omaggio al neorealismo, perché è un periodo florido del cinema italiano al quale non possiamo in alcun modo sottrarci, tantomeno vuole farlo Taviani, che quel momento l'ha vissuto. C'è la riflessione incessante su quella che era la condizione fascista e post-fascista dell'Italia, c'è uno spaccato quasi documentaristico su quello che era il modo di approcciare il quotidiano all'epoca: tra i treni infarciti di persone ma allo stesso tempo beate di ritornare alla terra natìa. C'è la dicotomia tra il ballo e le facce ingrigite di un gesto che dovrebbe essere liberatorio. La stessa mezz'ora finale, straniante, finisce per essere un lascito da parte del regista forse proprio al cinema, non solo a suo fratello.

Leonora Addio Leonora Addio è un film delicato, catartico e allo stesso tempo straniante: lo è nel fornirci due episodi nella medesima pellicola, con fotografie diverse, con obiettivi dichiaratamente in antitesi, seppur sorretti dal medesimo tema. Lo è nel fornirci una finestra neorealista sull'Italia post-fascista, ce la fa nel mettere in finzione una vicenda reale, che finisce per essere grottesca: il trasporto delle ceneri da Roma ad Agrigento di Luigi Pirandello. C'è un enorme omaggio alla morte, al fratello scomparso e allo stesso Maestro siciliano, per permettere a Paolo Taviani di impilare tutte le più forti influenze che la vita artistica gli ha concesso.

7

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