Lei mi parla ancora: la recensione del nuovo film di Pupi Avati

Dal romanzo di Giuseppe Sgarbi, il nuovo film di Pupi Avati si muove sui territori di Ingmar Bergman con un Renato Pozzetto indimenticabile.

recensione Lei mi parla ancora: la recensione del nuovo film di Pupi Avati
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Con Lei mi parla ancora il regista Pupi Avati sale ancora una volta in cattedra ed emoziona. A due anni di distanza dall'horror Il signor diavolo, il grande autore bolognese ritorna ad atmosfere sospese tra il realismo e il fantastico prendendo in prestito l'omonimo romanzo di Giuseppe Sgarbi, pubblicato originariamente nel 2016, per ripercorrere sensazioni e gravitas del cinema bergmaniano, citato con esplicita furbizia nelle immagini de Il settimo sigillo (tramite una bellissima sequenza da cinema estivo all'aperto) ma anche con sagacia e passione, seguendo - neanche troppo velatamente - passaggi e circostanze de Il posto delle fragole.

Un'assenza struggente e romantica

Il film inizia in maniera incredibile e solo nei primi venti minuti colpisce lo spettatore con una serie di immagini in grado già di dire tutto sui temi affrontati, in particolare la morte come assenza più grande che ci sia. Racconta la storia d'amore tra Nino e Caterina, interpretati rispettivamente dalle coppie Renato Pozzetto/Lino Musella e Stefania Sandrelli/Isabella Ragonese.
In un viaggio lungo 65 anni e dipanato su varie linee temporali, Avati coglie l'essenza di una vita insieme partendo dal buio tramonto di quell'esistenza condivisa per ricordare con rammarico, ma anche tragico romanticismo, la luce della sua alba.
65 sono gli anni di matrimonio che Nino a Caterina hanno condiviso, praticamente una vita intera di complicità e presenza costante.

Nel giro di pochi minuti dall'inizio del film però Nino si ritrova solo, Caterina si spegne dopo una serie di momenti che Avati gestisce mirabilmente, e allora la figlia, nella speranza di aiutare il padre a superare la perdita della donna che ha amato per tutta la vita, gli affianca un editor con velleità da romanziere, Amicangelo (un Fabrizio Gifuni che si supera dopo La Belva), che ha alle spalle un divorzio costoso e complicato e che inizialmente accetta il lavoro solo per soldi, arrivando subito a scontrarsi con la personalità forte di Nino, profondamente diverso da lui.

Ma, poco a poco, Amicangelo riuscirà a entrare nella vita dell'anziano, avvicinandosi sempre più al suo mondo ricco di pensieri, di amore, di emozioni che Nino tenta di conservare gelosamente.
Insieme, Nino e Amicangelo iniziano a scrivere un libro su quella storia d'amore che il protagonista continua a rivivere incessantemente attraverso i ricordi, e Avati scava dentro entrambi tenendo in mente l'amicizia che nel capolavoro bergmaniano sbocciava tra Isak e Sara, anche quella nata da una costante dialettica tra presente e passato.
Il romanzo di Sgarbi parlava della relazione del padre del celebre Vittorio con Caterina Cavallini, e fu scritto in compagnia del ghost writer romano Giuseppe Cesaro, ma Avati, oltre alla storia d'amore passata, dà grande importanza all'amicizia tra Nino e Amicangelo: qualcosa che nasce al posto di qualcosa che muore.
Magistrale Renato Pozzetto in un ruolo drammatico e stravolgente che i fan della commedia italiana potrebbero pensare stonato per la sua figura e fama, e che invece lui sa esaltare con una compostezza tragica e una dignità commovente.
Un'opera orgogliosamente stanca, remissiva, lucidissima, che riempie il vuoto delle assenze con immagini e parole cariche di significati.

Lei mi parla ancora Pupi Avati stupisce con un cambio di rotta improvviso dopo Il signor Diavolo e regala al cinema italiano una grande opera con Lei mi parla ancora, basata sull'omonimo libro di Giuseppe Sgarbi, padre del celebre critico d'arte Vittorio. Nino e Caterina sono interpretati con mestizia, passione ed euforia dalle coppie Renato Pozzetto/Lino Musella e Stefania Sandrelli/Isabella Ragonese in un arco temporale di quasi settant'anni: quella in uscita su Sky è un'opera ragionata e lucidissima, struggente e viva nonostante sia circondata dalla morte, il lavoro di un autore che sa sempre e comunque come fare cinema.

8

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