Venezia 67

Recensione Legend of the fist: The Return of Chen Zhen

Recensione del film di Andrew Lau che riprende il personaggio di Chen Zhen, portato per la prima volta sullo schermo da Bruce Le

recensione Legend of the fist: The Return of Chen Zhen
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La prima volta che abbiamo avuto modo di vedere in azione sullo schermo l'agilissimo personaggio del cinese Chen Zhen fu nell'ormai lontano 1972, quando il mitico Bruce Lee - in una delle sue ultime interpretazioni prima della misteriosa morte, avvenuta l'anno successivo - lo incarnò, immerso nello scenario della Shangai del 1910, intento a vendicare l'uccisione del proprio maestro di kung fu Huo Yuanjia, per mano dei rappresentanti di una scuola giapponese di karate, in quel Jing wu men circolato dalle nostre parti con l'esaltante titolo Dalla Cina con furore.
La pellicola, firmata dallo stesso Lo Wei che già aveva diretto Lee, l'anno precedente, ne Il furore della Cina colpisce ancora, circolato in Italia, però, soltanto in seguito, divenne un punto di riferimento per tutti i successivi film d'arti marziali in quanto, al di là di qualche sporadico predecessore, riportò il combattimento a mani nude.
Facile quindi immaginare la varietà di imitazioni, remake e sequel più o meno ufficiali sfornati da allora, tra cui Il ritorno di Palma d'acciaio, diretto nel 1976 sempre da Lo Wei ed interpretato da Jackie Chan, Fist of legend di Gordon Chan, che nel 1994 vide un ancora sconosciuto Jet Li nei panni di Chen Zhen, e perfino il rifacimento televisivo in sei episodi Fist of fury, con protagonista lo stesso Donnie Yen di Fist of fury: The sequel, del 2001, e di questo Legend of the fist: The return of Chen Zhen. Titolo a proposito di cui, non a caso, il regista di Hong Kong Andrew Lau, dichiara: "Proprio quest'anno cade l'anniversario del settantesimo compleanno di Bruce Lee, nato nel 1940. Realizzando Legend of the Fist: The Return of Chen Zhen ho voluto rendere omaggio ad una leggenda del cinema internazionale".

Ancora una volta, dalla Cina con furore...

Ed è negli anni Venti che si svolge questa nuova avventura, all'epoca dei Signori della Guerra, con la Cina traumatizzata dalle scorribande militari e il Giappone divenuto la presenza straniera più potente all'interno del Paese occupando il nord della città di Shanghai. Mentre, nella città lacerata dai regolamenti di conti internazionali, il raffinato discopub Casablanca sembra essere il rifugio preferito da una variegata clientela composta da imprenditori cinesi, funzionari inglesi, forze armate e spie che cercano disperatamente di rovesciare il crescente potere nipponico, nessuno immagina che dietro la figura del baffuto imprenditore Ku (Donnie Yen, appunto) si nasconda Chen Zhen, eroe che, creduto da tutti morto dopo aver vendicato, anni prima, la morte del suo mentore uccidendo tutti i giapponesi in un dojo di Hongkou, era in realtà fuggito in Francia a sostegno degli alleati, per combattere fianco a fianco dei compagni cinesi durante la guerra.
Travestito da guerriero mascherato della notte, l'obiettivo di Chen Zhen, che nel frattempo s'innamora di Kiki alias Shu Qi, impegnata a proteggere il suo pericoloso segreto, è quello di contrastare l'imminente invasione dei giapponesi cercando di salvare quante più persone della lista di nomi da assassinare preparata dagli stessi. Ma, quando scopre che il colonnello giapponese responsabile dell'invasione è il figlio del maestro di judo che aveva ucciso anni prima nel dojo di Hongkou, il suo passato inevitabilmente ritorna, così come l'orgoglio nazionale viene alimentato dalla vendetta personale

...ma il furore della Cina non riesce a colpire ancora

"Chen Zhen, personaggio reso celebre da Bruce Lee nel 1972 in Dalla Cina con furore, è stato l'eroe di tutti noi, mentre il film ha spalancato allo stesso Bruce Lee le porte dello starsystem internazionale. Come regista, ho quindi trovato molto difficile affrontare questa versione 2010 di Chen Zhen. La sfida più grande per me, lo sceneggiatore Gordon Chan e Donnie Yen è stata descrivere questo personaggio per la nuova generazione, di sicuro il più grande progetto finora affrontato nella mia carriera di cineasta. Nella mia versione, ho quindi cercato di distaccarmi dai precedenti Chen Zhen della storia del cinema, puntando ad una vera e propria svolta nell'equilibrio tra azione e dramma, nei costumi, nelle scenografie, e nelle scene d'azione. In caso contrario, non avrebbe avuto alcun senso riproporre la storia già nota" prosegue Lau, che apre la sua pellicola tramite un prologo ambientato nella Francia del 1914, con abbondanza di effetti pirotecnici ed eroe di turno impegnato ad infilzare avversari ed a saltare da una parte all'altra dello schermo, manco fosse Spider-man.
Paradossalmente, è proprio questo generale look tendente alla moderna blockbusterizzazione a stelle e strisce a spingere i fan irriducibili del cinema d'arti marziali a storcere in (buona parte) il naso, i quali si ritrovano il mitico picchiaduro dagli occhi a mandorla trasformato in una sorta di supereroe capace di sfidare le leggi della fisica, nascosto questa volta sotto una mascherina che lo pone a metà strada tra il Calabrone verde dell'omonima serie tv interpretata negli anni Sessanta dal succitato Lee e il protagonista dei vari Black mask (il primo dei quali, con Jet Li, circolato anche nei nostri cinema intitolato La vendetta della maschera nera).
Quindi, siamo più dalle parti dei cinecomics americani d'inizio XXI secolo che da quelle del classico film di kung fu, con uno script che, oltretutto, tende non poco a disorientare lo spettatore a causa dei troppi argomenti e generi tirati in ballo, dalla vicenda bellica all'intrigo spionistico, passando per il melodramma.
Ed è chiaro che, allora, non rimane da fare altro che abbandonarsi alle coinvolgenti sequenze di azione e violenza, talmente presenti da rischiare di rendere monotono l'insieme; il quale, comunque, durante il combattimento finale sembra riprendere lo spirito dei suoi predecessori, senza cui, con ogni probabilità, non sarebbero mai esistiti prodotti di successo come Matrix e Kill Bill.

Legend of the fist: The Return of Chen Zhen Regista insieme ad Alan Mak della trilogia Infernal affairs, da cui Martin Scorsese ha tratto il suo The departed-Il bene e il male, l’hongkonghese Andrew Lau riporta sullo schermo il leggendario eroe Chen Zhen, incarnato per la prima volta da Bruce Lee nel 1972, attraverso una pellicola che fonde storia di guerra, intrigo spionistico, arti marziali e melodramma. Troppi generi fusi insieme, quindi, che tendono non poco a disorientare lo spettatore, il quale, pur provando divertimento dinanzi alle numerose ed esagerate sequenze d’azione, non fatica ad individuare nuovamente le discontinue doti del cineasta, capace di alternare ottimi prodotti come la trilogia di cui sopra ad altri decisamente mediocri come l’horror The park o il thriller Identikit di un delitto, interpretato da Richard Gere.

6

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