Recensione Lebanon

L'altra faccia della guerra, quella sporca ed umana

Recensione Lebanon
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Maoz Shmulik è un esordiente col botto. Alla sua prima opera ha avuto modo di aggiudicarsi il Leone d'oro alla mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia 2009. Un notevole battesimo del fuoco. Lebanon è un film di guerra israeliano che tratta la "Guerra del Libano" e già questo potrebbe essere sufficiente per destare qualche riguardo. Se poi si aggiunge che il cinema israeliano è uno dei migliori dei giovani movimenti cinematografici e Lebanon è lecito considerarlo come un campione dello stesso, ci si rende facilmente conto come questo non può essere il solito film di guerra con spari, mine, sangue, trincee ed eroi. Questa è un'opera dura, gravida di verità pacifiste, dallo sguardo politicamente assente, ma umanamente impegnato. Durante la prima guerra del Libano del 1982, una milizia composta da paracadusti affiancata da un carro armato, ha la missione di perlustrare una città bombardata. Si capisce rapidamente come i soldati protagonisti coinvolti non possano vantare una disciplina gurriera prussiana, mancanza che si rincruderà quando i carristi nel tank saranno circondati dalle truppe siriane, ritrovandosi in un sconfortante isolamento.

Claustrofobia

Il nerbo emozionale del lavoro è l'arsura claustrofobica che vi si respira. Tutto diviene implacabile, calcolato in ogni dettaglio, soprattutto sonoro: vi è lo sferragliare continuo in sottofondo che, come una colonna sonora infernale, intensifica la paura dei soldati che sentono, ma non vedono; impressionano i suoni sordi e mai troppo lontani delle mine insieme alla visuale del tutto mutilata del carro armato che permette solo un quadro parziale della situazione. Così lo spettatore deve condividere l'ottica ristretta del carro armato, intuizione stilistica di grande effetto, nell'angustia del cingolato.Lebanon è un film durissimo. La totale stasi dei quattro giovani soldati, assediati dal nemico fuori e non meno dalle condizioni sempre più insostenibili dentro, riesce ad eludere la teatralità della guerra, come spesso ci è stata rappresentata sul grande schermo, per manovrare le realtà più sporche e meno spettacolari. Le sofferenze sono quelle psico-fisiche: lo spavento che mozza il fiato, il mondo visibile solo attraverso il mirino di un'arma. Le nevrosi dei quattro soldati non tardano a manifestarsi ed è questo un altro grande tema che il regista ha inteso affrontare: sono i disastri, spesso irriducibili ed irrecuperabili, della guerra, giacchè la psiche si dimostra ben più difficile da ricostruire con i mattoni e la malta. Nessuna esaltazione guerresca, nessun gesto da romantica bella morte, nessun patriottismo od altrettali retoriche di sorta, domina la paura ed il sentimento di impossibilità. Riuscire a filmare tutto questo è sicuramente un'esperienza registica rimarchevole e pare lapalissiano come questo sia un lavoro anche autobiografico, giacchè Maoz ha partecipato proprio al conflitto libanese, scrivendo questa sceneggiatura 25 anni dopo. La guerra quindi vista in soggettiva da dentro una tomba di ferro e cingoli, per quanto il finale apra alla compassione. Come tutti hanno ravvisato i riferimenti a Valzer con Bashir sono sensibili, il capolavoro di Ari Folman che cambiò la storia del cinema di guerra e quello di animazione. Lebanon, come si è detto, non ha una tesi politica da avanzare, per quanto le premesse possano ingannare, ma ha solo l'urgenza di raccontare una delle esperienze umane più devastanti. C'è poi chi lo percepirà come un'ammissione di colpe di un israeliano non allineato o più semplicemente come un'opera di libertà senza nemici di parte. Di contro qualcuno potrà rimbrottare di aver perso un'occasione ghiotta per spiegare qualcosa sulle questioni del vicino (e non "medio", come, sbagliando, si suole giornalisticamente dire) oriente.La sceneggiatura non è superlativa, ma anch'essa è tesa ad esulcerare gli aspetti suddetti della dimensione di abbattimento claustrofobico.

Lebanon Il debuttante israeliano Samuel Maoz realizza un aspro ed audace svolgimento tutto interno un carro armato, dove restano intrappolati quattro militari arruolati nella campagna dell'82 in Libano: la claustrofobia della situazione pare fatta apposta, nella sapiente architettura narrativa, per esasperare sino al diapason le nefandezze della guerra. In definitiva è un film contro la guerra, intesa generalmente, non contro quella precisa guerra orientale, che sposta il mirino dalla ricostruzione storica alla violenta introspezione dei soldati morituri. Rimane questo ferreo contenitore di sentimenti e di drammi, che bene riesce a tirarsi fuori dalle acque del melò che qui avrebbero certamente sbiadito il lavoro. E' un'opera che rimane, ancora diverse ore dopo, negli occhi e che si spera, quantomeno questo è nei chiari intendimenti del regista, di far maturare date convinzioni attraverso questo shock culturale.

7.5

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