Le verità, la recensione: la fiera della vanità firmata Kore-eda Hirokazu

Il regista giapponese Kore-eda Hirokazu protagonista di una lunga passeggiata dolceamara nella fredda Parigi, fra verità e menzogne.

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Il regista giapponese Kore-eda Hirokazu abbandona per un attimo la terra natia, dopo la Palma d'Oro a Cannes per Un Affare di Famiglia, per passeggiare candido fra le strade di Parigi e realizzare un'opera precisa al millimetro in cui ogni frame combacia alla perfezione con quello successivo, all'interno della quale però bisogna riconoscere costantemente ciò che è vero da ciò che, invece, è palesemente falso. Effettivamente anche noi potremmo aver scherzato con questo pattern, iniziando questa recensione con un'affermazione che non è del tutto reale... questo però lo scoprirete soltanto alla fine dell'articolo.
Il nostro viaggio inizia a casa di Fabienne, famosa attrice francese e donna tutta d'un pezzo, icona dei tempi andati che oggi se la passa con meno sfarzo ma con la medesima presunzione di sempre, con la quale ha dominato sia il set che la sua stessa famiglia. Il suo primo storico marito è stato buttato fuori di casa, quello attuale è più un cuoco che un compagno di vita, mentre la figlia Lumir si è trasferita (o fuggita?) a New York per sposare un attore televisivo che gira prodotti di serie B.

Assieme a lei, in una enorme magione parigina, anche una sorta di maggiordomo tuttofare, che dopo decenni di fedeltà decide di cambiare aria poiché stranito dall'uscita del nuovo libro della sua "padrona". Fabienne ha infatti realizzato un'autobiografia con la quale ha promesso al suo pubblico di raccontare nient'altro che la verità a proposito della sua blindata vita privata, peccato che poco o nulla sia reale fra le righe d'inchiostro.

Una drammatica commedia degli equivoci

Il volume fa così saltare qualsiasi equilibrio all'interno della grande casa dell'attrice, con il vecchio marito che decide di saltar fuori provando a cavare qualche ragno dal buco (leggasi qualche diritto d'autore relativo al libro), il fido servitore che abbandona tutto dalla sera alla mattina, la figlia - tornata temporaneamente dagli USA - che ha l'occasione di togliersi dalla scarpa tutti i sassolini accumulati da una vita di indifferenza e solitudine emotiva.
Ha così inizio un passo a due fra madre e figlia che trova inoltre uno specchio riflesso nel film che Fabienne sta girando, nel quale però interpreta una figlia messa in disparte da una madre, probabilmente a causa di un meritato contrappasso. L'ultima opera di Kore-eda Hirokazu appare così come una sorta di "drammatica commedia degli equivoci" lungo la quale si sorride, si sta male, si scherza, si piange ma soprattutto si riflette, all'interno di un ciclone che ruota proprio attorno all'attrice-matrona, una donna statuaria che in nome della sua carriera e dell'apparenza ha sacrificato l'affetto di un'intera famiglia.
Il regista giapponese però, che ha scritto, montato e diretto il film, non cede al buonismo da favola tradizionale: la "cattiva" dell'opera, Fabienne, è destinata a rimanere "cattiva", non c'è una reale redenzione per lei.
Ai suoi livelli di narcisismo (quasi patologico) è impossibile arretrare, cedere del terreno: si può soltanto andare avanti in modalità Schiacciasassi, anche nei momenti di maggior cedimento emotivo - solo apparenti.

La sola cosa che il pubblico può dunque fare è avvicinarsi amorevolmente al personaggio di Lumir, una scheggia impazzita che ha imparato - sin da piccola - a cavarsela da sola, a non contare su nessuno, anche grazie all'assenza di chi avrebbe dovuto accudirla e amarla incondizionatamente. Capito il meccanismo mortale che muove dall'interno la madre, comprende anche come "giocare" con il senso di verità possa farla sopravvivere una volta per tutte, innescando un divertente sali-scendi a cui il pubblico è chiamato - emotivamente - a partecipare.

L'arrivo dell'inverno

Tecnicamente, l'autore giapponese non abbandona il suo classico stile asciutto, privo di orpelli ed elementi superflui. Le immagini sgranate e volutamente low-fi amplificano un senso di intimità che solo un certo tipo di "cinema dell'anima" è in grado di utilizzare alla sua massima potenza. C'è però qualcosa di troppo artificiale nella costruzione del racconto, ci si affida troppo spesso a sequenze didascaliche che minano la profondità dei temi trattati, segno che forse la sceneggiatura avrebbe potuto esistere anche con qualche battuta in meno e qualche silenzio in più.

Tuttavia ci sono almeno due motivi per staccare un biglietto e vedere Le Verità su grande schermo, il primo si chiama Juliette Binoche, figlia e agnello sacrificale (eppure reazionario, mai arrendevole) che sa dosare meravigliosamente gesti, sguardi e parole affilate come lame; il secondo prende il nome di Catherine Deneuve, probabilmente preparatasi al ruolo divorando pane e superbia per almeno un anno, che si allunga al confine della caricatura d'autore senza mai scavalcarlo.

Gli uomini del racconto sono invece uno sfizioso contorno ma nulla di più, per volontà di sceneggiatura ovviamente, con un Ethan Hawke (che interpreta Hank, marito di Lumir) che gioca a bordo campo il ruolo del disturbatore seriale, sempre un po' fuori posto ma dal cuore tenero, incapace a far male ad anima viva (purché non alzi il gomito).
Così il lungometraggio preciso al millimetro, in cui ogni frame combacia alla perfezione con quello successivo in parte si ridimensiona, per diventare un dramma familiare emozionante ma non troppo, sempre ammantato da un freddo ancestrale come l'inverno parigino che appare nelle immagini finali - a degna chiusura del tutto.

Le verità Kore-eda Hirokazu approda in terra francese per dar vita a una "drammatica commedia degli equivoci", in cui la costante ostentazione della verità non fa altro che smascherare valanghe di menzogne - che solitamente fanno più comodo sotto al tappeto, o sepolte sotto chili di trucco. Un'opera che di tanto in tanto si perde in elementi didascalici, eccessivamente costruiti, e forse dimentica di coinvolgere lo spettatore in più punti, che però sa riprendersi in alcuni momenti ben assestati e in due protagoniste davvero superlative, che tirano le vere fila degli eventi.

7

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