Recensione Le streghe di Salem

Vinili maledetti e megere per il quinto Rob Zombie movie

recensione Le streghe di Salem
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L'ultima volta che abbiamo visto sugli schermi cinematografici un lungometraggio diretto da Rob Zombie (all'anagrafe Robert Bartleh Cummings), fondatore e cantante del gruppo alternative metal White Zombie, fu con Halloween 2 (2009), che, nonostante il titolo, non era un remake dell'Halloween 2 - Il signore della morte (1981) di Rick Rosenthal, ma il sequel del suo Halloween - The beginning (2007), allo stesso tempo prequel e rifacimento di Halloween - La notte delle streghe (1978), insuperabile capolavoro del grandissimo John Carpenter.
Sequel decisamente pessimo, nonché - senza alcun dubbio - il peggior lavoro firmato da colui che aveva aperto la propria promettente carriera registica tramite il bizzarro La casa dei 1000 corpi (2003) e la sua ancor più riuscita continuazione La casa del diavolo (2005), maggiormente orientata verso i connotati del moderno western a tinte splatter alla Sam Peckinpah.
Carriera che, considerando gli argomenti trattati, prosegue con quella che - vedendo tra i produttori l'Oren Peli artefice della incredibilmente fortunata saga Paranormal activity - è, forse, l'opera più personale del musicista-cineasta originario di Haverhill.

Musica megera

Infatti, si comincia nel 1692 con sette donne condannate a morte durante i processi delle streghe di Salem perché accusate di praticare la stregoneria e di invocare il demonio; una delle quali, alla vigilia dell'esecuzione, promette al giudice che torneranno in forma di spettri a perseguitare la città e che Satana si propagherà in essa attraverso colui che le ha fatte giustiziare.
Poi, ci si sposta al presente, dove troviamo Sheri Moon Zombie nei panni di Heidi Hawthorne, famosa dj di una radio di Salem che, alle prese con la disintossicazione dalla droga, s'imbatte in un misterioso disco in vinile che non solo suona al contrario, ma evoca nella sua mente una serie d'immagini annebbiate e confuse.
Segnando soltanto l'inizio di un vero e proprio incubo a occhi aperti destinato presto a coinvolgere anche lo storico della città di Salem ed esperto di processi alle streghe Francis Matthias, con le fattezze del Bruce Davison di X-Men (2000), e la vicina di casa della donna, Lacy Doyle, cui concede anima e corpo la Judy Geeson di Doomwatch - I mostri del 2001 (1972).

Zombie holocaust

Del resto, con quest'ultima affiancata dalle due sorelle Megan e Sonny, rispettivamente interpretate dalla Patricia Quinn di The rocky horror picture show (1975) e dalla Dee Wallace de L'ululato (1981), appare subito evidente che, come avvenuto nelle sue precedenti pellicole, Zombie tenda nuovamente a testimoniare non poco tutta la propria passione nei confronti della Settima arte di genere privilegiando la presenza di volti che l'hanno segnata; dal Ken Foree di Zombi (1978) alla Maria Conchita Alonso de L'implacabile (1987), passando per il Michael Berryman de Le colline hanno gli occhi (1977), la Meg Foster di Essi vivono (1988) e il Sid Haig di Foxy Brown (1977) impegnati in brevi apparizioni.
Tutti immersi in una lunghissima, lenta attesa impreziosita da una avvolgente atmosfera che non poco ricorda quelle che caratterizzarono un certo cinema demoniaco degli anni Sessanta e Settanta, a partire da Rosemary's baby - Nastro rosso a New York (1968) di Roman Polanski e L'esorcista (1973) di William Friedkin.
Anche se la maniera di gestirla sembra rimandare maggiormente al John Carpenter di Fog (1980) e de Il signore del male (1987), man mano che Venus in furs dei Velvet Underground fa da motivo musicale portante e non risulta assente neppure sangue che trasuda dai muri.
Per non parlare del magistrale, fondamentale sonoro, da considerare tra gli elementi più importanti di un'operazione sicuramente esile per quanto riguarda il plot, ma che individua nel curatissimo lato estetico il suo maggiore punto di forza; fino al pandemonio conclusivo d'immagini erotico-infernali che sembrano uscite direttamente dalla visionaria fantasia di Ken Russell.
Immagini che potrebbero far storcere il naso al pubblico meno smaliziato e più bigotto, ma che, paradossalmente, si rivelano indispensabile corredo di un elaborato apparentemente volto alla blasfemia gratuita e alla trasgressione a suon di satanismo, in realtà indirizzato da un lato a stimolare dibattiti sull'odierno significato dell'ossessivo atto di fede religiosa, dall'altro a spingere a riflettere su quali terribili verità possano nascondersi dietro tanti fatti di cronaca nera che affollano le pagine dei quotidiani giorno dopo giorno.

Le streghe di Salem Chi ha amato La casa dei 1000 corpi (2003) e La casa del diavolo (2005) potrebbe rimanerne deluso, perché qui c’è poco spazio per l’azione ed il grande spargimento di cadaveri. Ma gli amanti dell’horror d’atmosfera degli anni Settanta costruiti sui tempi dilatati e l’inquietante attesa non potranno fare a meno di essere conquistati dal film di Rob Zombie, il quale concretizza nei confronti del cinema demoniaco del passato un’operazione che, in fin dei conti, non risulta poi tanto distante, nello spirito, da quella concepita da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez tramite il loro Grindhouse (2007) per omaggiare l’exploitation che fu. Seppur corredata di deliri visivi da videoclip heavy metal cari al musicista-regista.

7

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