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Le strade del male: la recensione del film Netflix con Tom Holland

Antonio Campos dirige un cast all-star in un thriller genealogico lungo e intenso sul peccato e la miseria, il destino e la disperazione.

recensione Le strade del male: la recensione del film Netflix con Tom Holland
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Quello de Le strade del male è un racconto frammentato lungo un ventennio di storia e dedicato a tre famiglie differenti, unite però da un solo destino. Ci muoviamo in tre contee tra Ohio e West Virginia, quella di Meade, di Knockemstiff e Coal Creek, e tutto inizia nel 1945, poco dopo il rientro del soldato Willard Russell (Bill Skarsgard) dalla Seconda Guerra Mondiale, da lui combattuta di stanza presso le Isole Salomone, nel Pacifico. Siamo nel cuore dell'America, in alto a sinistra nella cartina geografica degli USA, e nel paese natio di Willard, che ha ancora vivo in mente il ricordo di un commilitone selvaggiamente crocifisso a morte dai giapponesi. Questo evento segna profondamente la sua psiche nonostante la costruzione di una famiglia tutta sua e il buon guadagno di un onesto lavoro, soprattutto spiritualmente, nelle viscere più profonde dell'anima.

Al contempo, la giovane Helen Hatton (Mia Wasikowska) si innamora del predicatore Roy Laferty (Harry Melling), mentre "il fotografo" Carl Henderson (Jason Clarke) sposa la cameriera Sandy (Riley Keough), sorella dello Sceriffo Lee Bodecker (Sebastian Stan). Se pensate possa trattarsi di una storia di successione e romanticismo vi sbagliate, perché Le strade del male è un thriller che attraverso i decenni racconta il passaggio di linfa vitale e mortale da un ramo all'altro di tre diversi alberi genealogici, raccontando la mestizia, il peccato e la miseria di vite spezzate dal dramma e dalla sorte, che porterà queste famiglie a incrociare continuamente e pericolosamente il proprio cammino.

Contro il diavolo ogni giorno

Narratore onnisciente dell'opera è Donald Ray Pollock, autore dell'omonimo romanzo da cui è tratto il film, che si rivela essere un fedele adattamento di un libro corposo e ricco di svolte e personaggi. A scrivere e dirigere per Netflix la trasposizione ci pensa Antonio Campos, noto soprattutto per il suo Christine del 2016 e per aver diretto qualche episodio di The Sinner e The Punisher. Un mestierante rodato con un occhio clinico per la scena, amante di atmosfere tetre e drammatiche e di un continuo accavallarsi di generi, che nel caso specifico trova forza e sostanza nella visione onniscente e cristallina del racconto.
Non è facile muoversi tra western neo-moderno, melodramma, thriller e un pizzico (ma solo un pizzico) di noir nel mentre di un continuo susseguirsi di avvenimenti e cambi al vertice dei protagonisti, eppure Campos riesce a penetrare all'interno di ogni personaggio ed estrapolarne in breve una lettura più o meno a tutto tondo in un tempo assai ridotto, che per alcuni non è nemmeno quello di un episodio televisivo (Mia Wasikowska è praticamente una comparsa). È così che riesce a dare carattere e sostanza a un filo tragico che lega ognuno di essi al dolore e alla morte, come se la sofferenza li abbracciasse per non lasciarli mai andare, costringendoli a combattere il loro male di vivere ogni istante (The Devil All the Time, titolo originale, è più che esplicativo).

Questo "diavolo" che li unisce entra allora in contrasto con la presenza costante e insistita della religione, vissuta con timore e ignoranza da tutti, anche se il regista crea questo interessante campo e controcampo concettuale tra fede intimistica e comunitaria, sforzandosi di trovare proprio come Pollock un senso al ventaglio di motivazioni, cause ed effetti dietro alle azioni dei protagonisti e individuando alla fine un credo opportunistico e demotivato opposto a un altro invece timorato ma ingenuo.

Campos delinea un brillante intreccio spezzettato in tante piccole anime e in tanti piccoli temi che trovano senso nel quadro generale dell'opera, lunga (2 ore e 20) e un po' affossata da un ritmo altalenante che non aiuta la (comunque buona) struttura del racconto, che vuole avere guizzi pulp alla Lansdale o alla Cormack McCarthy senza però condividerne le ambizioni tematiche o culturali. Perché Le strade del male parla di tutto e di tutti ma sostanzialmente parla di uno, Arvin Russell, interpretato da un fenomenale Tom Holland (ma è l'intero cast a stupire, compreso Robert Pattinson - nonostante un accento non proprio azzeccato) nel ruolo finora più ostico della sua carriera, talmente spezzato dentro e sui generis per le sue corde interpretative da averlo messo in seria difficoltà (per sua stessa ammissione).

Il momento giusto

Una frase racchiude in sé l'intero percorso di Arvin: "Ci sono tanti figli di pu**ana buoni a nulla, lì fuori. Devi solo aspettare il momento giusto". Un'infanzia difficile, quella del ragazzo, poi migliorata grazie all'impegno della nonna e alla vicinanza della sorellastra Lenora (Eliza Scanlen). Un bravo ragazzo massacrato dalla vita che tra tutti i personaggi è forse il più distante da Dio e dalla fede, che anziché donare gli ha tolto praticamente ogni cosa. Con lui e attraverso lui prima Pollock e poi il regista mettono in scena una sorta di vendetta umana contro le ingiustizie mai sanate dalla religione e dal credo, immergendo comunque la missione del protagonista nella violenza, in un agire per lui obbligato ma mai desiderato.
È straordinario il modo in cui tanto il romanzo quanto il film chiudono l'intero tracciato narrativo, affrontando di petto il diavolo del titolo e il tormento di un'esistenza sferzata da venti ostili e distrutta da continue lotte intestine con i propri demoni. Campos prende ogni tassello de Le strade del male e finisce di comporre il suo puzzle parlando di scelte e libero arbitrio ma anche di destino, confezionando un finale estremamente potente nella sua semplicità esplicativa racchiusa in una poetica formale cristallina.

Nel corso di due ore si passa infatti dai campi lunghi e dalla generalità dei protagonisti in gioco al focus su Arvin e ai primi piani sul suo volto così giovane eppure così maturo e deciso, proprio come quello del padre tanti anni prima. Lui, che ha sempre rifuggito e odiato quella fede tormentata di Willard, in conclusione è il più umano e meritevole di tutti, l'agnostico che sceglie di prendere posizione e agire, perché è la cosa giusta da fare ed è il momento giusto per farla.

Un film, Le strade del male, che vale la pena di essere vissuto ed esplorato grazie a una regia profondamente consapevole, a un cast corale di prim'ordine e una cura per l'insieme che non tradisce alcuna superficialità se non quella insita in alcuni passaggi della sceneggiatura, un po' scostante e non sempre puntuale nelle argomentazioni tematiche. Ma in generale siamo di fronte a un prodotto di prestigio per la piattaforma, di quelli divisivi che non sono fatti per essere seppelliti nel dimenticatoio.

Le strade del male Tratto dall'omonimo romanzo di Donald Ray Pollock (narratore onnisciente del film), Le strade del male di Antonio Campos si rivela un thriller "genealogico" dedicato al peccato e alla miseria, al destino e alla disperazione, alla fede e alla morte. È un percorso che attraverso due decenni e un folto gruppo di personaggi vuole soffermarsi sul dolore di esistenze sferzate dal dolore e dalla tragedia, spostandosi dall'universale al particolare, creando campi e controcampi tra ragione e religione fino a strutturare un complesso intreccio di azioni ognuna con una causa e un effetto. Un cast brillante in cui spiccano Tom Holland, Bill Skarsgard e Robert Pattinson che aiuta una sceneggiatura tematicamente discreta e un ritmo un po' altalenante a dare vigore e decisione alla trasposizione, che alla fine si chiude con un finale intimo e potente confezionato da una poetica emotiva semplice eppure encomiabile. Divisivo, scostante eppure penetrante, assolutamente da guardare. Un film nato con qualcosa di interessante da dire e mostrare che non merita il dimenticatoio istantaneo.

7.5

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