Le Mans '66, la recensione del film con Christian Bale e Matt Damon

James Mangold confeziona il suo film migliore addentrandosi in una storia di passione e ambizione, specchio del capitalismo contemporaneo.

recensione Le Mans '66, la recensione del film con Christian Bale e Matt Damon
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La prima cosa da sapere su Le Mans '66 - La grande sfida è questa: le figure di Enzo Ferrari (Remo Girone) ed Henry Ford II (Tracy Letts) sono secondarie e non centrali. Il titolo americano (Ford v Ferrari) è risultato inizialmente un po' fuorviante, lasciando credere ai fan delle due motor company e soprattutto dei due leggendari imprenditori che il nuovo film di James Mangold (Logan, Quel treno per Yuma) potesse raccontarne nel dettaglio la diretta rivalità, le ambizioni sfrenate, la vita più o meno a tutto tondo.
Molto semplicemente non è così, perché pur essendo presenti all'interno del racconto, i due uomini vengono sostituiti dalle rispettive aziende, dai reciproci intenti, dai diversi modi di intendere il mondo delle auto e il marketing. Di più: a ben guardare, neanche Le Mans '66 è un titolo che trova corpo e sostanza nell'antagonismo tra le due società, perché il focus principale è rintracciabile nella sfida contro il tempo e con se stessi dei due straordinari protagonisti principali, il Carroll Shelby di Matt Damon e il Ken Miles di Christian Bale, entrambi parte della scuderia Ford.

Dopo la fallita compravendita della Ferrari da parte della Ford nel 1963, Henry Ford si sentì infatti sbeffeggiato e usato dall'imprenditore italiano per far aumentare l'offerta d'acquisto mossa dalla FIAT. L'umiliazione personale fu così forte da convincere il potente CEO a scendere in campo in territorio endurance (circuiti con lunghe distanze ed elevati tempi di percorrenza), disciplina automobilistica praticamente sconosciuta a un'azienda puramente capitalista e ossequiosa dei meccanismi ben oliati della catena di montaggio, votata al solo mercato e al profitto, non per forza alla gloria e all'eleganza.
Necessario, in questa impresa, fu proprio il lavoro del furbo e talentuoso designer Shelby e della sorprendente conoscenza dei motori di Miles, al netto del brutto caratteraccio che lo rese famoso. Da questa unione di capacità e intenti, comunque, venne fuori la mitica Ford GT40 e la sfida alla 24 ore di Le Mans più memorabile della storia.

Romanticismo e specchio nero dello sport

Nell'anno della consacrazione autoriale di Todd Phillips con il suo dibattuto e affascinante Joker, dell'uscita nelle sale di C'era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino, di The Irishman di Martin Scorsese e del Parasite di Bong Joon-ho, non facciamo minimamente fatica ad annoverare tra i grandi titoli del 2019 anche questo Le Mans '66. Sorvolando per un secondo sul magnifico comparto tecnico, scenografico, registico e di montaggio, il nuovo film di Mangold è infatti un racconto romantico e appassionato dedicato alla resistenza e alla resilienza della volontà dell'uomo, ambientato sì nell'universo sportivo ma estendibile a ogni aspetto della vita.
Quella scritta da Jez e John-Henry Butterworth a sei mani insieme a Jason Keller è la storia di due colleghi e amici che tentano di realizzare l'impossibile, di lottare per le loro idee contro la mentalità aziendale e tarata della compagnia che vogliono aiutare, a denti stretti, un passo alla volta.
Da una parte c'è il Matt Damon più bravo degli ultimi anni, che dona carattere, leadership e saggezza al suo Shelby (la corsa in auto con Henry Ford II è già cult!), aperto al compromesso ma anche al cambiamento.

Dall'altra, invece, il focoso, carismatico e grintoso Miles di Christian Bale, che si dimostra ancora una volta attore poliedrico, energico, risoluto. Personaggi che trovano completezza l'uno nell'altro, che si incastrano a vicenda come le più pregiate componenti dell'automobile filmica disegnata da Mangold, che si dice "padre degli attori", una guida con il solo scopo di indirizzarli.
Il loro rapporto e le dinamiche intime e lavorative si concretizzano in dialoghi accesi e pungenti, momenti che trasudano personalità e carattere, un susseguirsi di emozioni che trovano corpo ed essenza anche nella superlativa convivenza artistica e stilistica delle parti.

La sfida di Shelby e Miles è però anche una grande metafora del mondo di Hollywood e del business, che critica apertamente. Al di là dell'orgoglio personale e del successo ingegneristico e su pista, l'obiettivo di Ford era infatti quello di modificare l'immagine pubblica della compagnia, di renderla appetibile, superiore. Con uno sforzo monumentale di ricerca (tra interviste, documenti ufficiali, filmati di repertorio e libri), il trittico di sceneggiatori e Mangold scelgono dunque di inserire in Le Mans '66 anche tutto un comparto di strategia aziendale per mostrare allo spettatore i retroscena più freddi e calcolati di una delle sfide automobilistiche più importanti di sempre.

È così che parte dell'esecutivo della società diventa il vero nemico da combattere, i cosiddetti Uomini Ford in cui il povero Miles non riesce proprio a rispecchiarsi, entrandoci direttamente in conflitto. Negli anni '60, il valore promozionale dello sport era soltanto in fase di rodaggio, ma oggi il marketing è alla base di tutto.
L'immagine pubblica lo è, il che rende le tematiche più sottili e non dichiarate del film accostabili alla studios way of think di Hollywood, alla lotta tra arte e commercio, anche se poi molti dei prodotti tanto dello sporto quanto del cinema si lasciano amare anche se figli di queste contrapposizioni interne.

Le parti per il tutto

Se nelle intenzioni, nelle interpretazioni e nella poetica Le Mans '66 risulta uno dei migliori titoli dell'anno, l'aspetto tecnico e registico del progetto contribuiscono a rendere il lungometraggio uno dei migliori di sempre dedicati al mondo delle auto, superiore anche al Rush di Ron Howard. Al pari della ricerca documentaristica, in termini produttivi lo sforzo è stato titanico. Sul set dovevano comparire macchine da corsa endurance, tra scuderie Ferrari e Ford, piloti, circuiti reali. Una sola Ferrari d'epoca costava 30 milioni di dollari, praticamente metà del budget, il che ha spinto Mangold e i suoi assistenti a optare per una ricostruzione di fedeli modelli delle auto dell'epoca, ingaggiando veri piloti per partecipare alle riprese.
Anche grazie a delle scelte meccaniche legate all'angolazione delle inquadrature, alla dinamicità di diversi movimenti di camera e a un montaggio cinetico, veloce ed entusiasmante, le sequenze di corsa sono davvero incredibili e fanno vivere allo spettatore il brivido della velocità, lasciandoli sentire parte dell'abitacolo e parte del circuito.
A prescindere dalle condizioni atmosferiche vere o artificiali, con pioggia o sole, il ritmo delle scene in questione non perde mai d'efficacia anche quando (spesso) alternato con i necessari stacchi al box, che completano e ottimizzano anzi l'intera resa narrativa. Soprattutto la corsa finale a Le Mans '66 ha una struttura lunga, articolata, laboriosa, che proprio come l'endurance testa volontà e resistenza dei suoi personaggi e del pubblico (per molti risulterà troppo diluita), dimostrandosi scelta efficace, davvero magnifica.

È un continuo susseguirsi di sorprese e di momenti d'epica sportiva di grande impatto (se non conoscete la storia, non andate a leggerla prima di vedere il film) che tirano le fila dell'intero operato e delle ambizioni di Shelby e di Miles, inserendoli in una guerra psicologica su strada e nelle retrovie dal montaggio serrato, decisivo, impeccabile.

Tutto questo assume ancora più valore pensando al fatto che Mangold non è in alcun modo un appassionato di motorsport e che ha impiegato molto tempo a rendere qualcosa per lui "lento e snervante" in un costrutto veloce, dinamico, incisivo. Ci sono voluti molti test, prove e sperimentazioni, ma la domanda principale che i realizzatori si sono posti è stata la seguente: "Cosa rende così lento uno sport che contempla e sfrutta l'alta velocità?". La risposta è stata rintracciata nel metodo di riprese delle corse, che rendono più statiche del previsto le automobili e non lasciano trasparire tutto quello che succede nell'abitacolo, nell'orecchio del pilota.

La vera corsa è lì, le grandi emozioni, i segreti del motore, la strategia. Per rendere tutto impressionante e d'impatto, si è deciso dunque di coinvolgere l'audience all'interno dell'azione, organizzando con precisione ogni sequenza e lavorando poi in post-produzione per cogliere i dettagli più importanti capaci di dare vita a uno spettacolo tanto riuscito.
Andando anche oltre le corse vere e proprie, Le Mans '66 è un film che gode di un'estetica elegante e ricercata, frutto della collaborazione tra il regista e Phendon Papamichael, direttore della fotografia. Alcune inquadrature restano scolpite in testa e vanno a corroborare quella già forte sensazione di trovarci dinnanzi a un progetto cinematografico davvero appassionante e lavorato con cura in ogni suo dettaglio, proprio come fu per la Ford GT40 e quel clamoroso successo che contribuì a plasmare la storia dell'automobilismo.

Le Mans '66 - La Grande Sfida Le Mans '66 - La grande sfida è un film romantico e appassionato, dedicato alla resistenza e alla resilienza dell'animo e della volontà dell'uomo, che racconta magnificamente il mondo dell'automobilismo - in particolar modo dell'endurance - tanto su strada quanto nelle retrovie aziendali o dei box. La lotta contro il tempo, contro la mentalità tarata di un'azienda e contro se stessi di Carroll Shelby e di Ken Miles si apre nella sua interezza anche a una riflessione relativa al mondo del business, all'immagine prima di tutto, all'eterna lotta tra arte e commercio che affligge oggi più di ieri anche il mondo del cinema, nello studios way of think di Hollywood. James Mangold va però oltre e confeziona un'opera completa e complessa grazie al perfetto incastro delle parti, dalle straordinarie interpretazioni di Matt Damon e Christian Bale al titanico sforzo produttivo e all'intero corollario tecnico, regalando al pubblico un titolo cinetico, dinamico, dal montaggio serrato e ricco di momenti di grande epica sportiva e approfondimenti caratteriali centrati ed efficaci. Un progetto cinematografico lavorato nel dettaglio e ultimato con grande impegno per essere entusiasmante, efficiente, emozionante. Forse il miglior titolo sportivo di sempre dedicato al mondo delle corse. Un vero successo, proprio come fu la Ford GT40 e il suo debutto su pista cinquant'anni fa.

8

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