Lacci, la recensione del film di Daniele Luchetti con Alba Rohrwacher

Daniele Luchetti porta al cinema lo splendido romanzo Lacci di Domenico Starnone, realizzando un film asciutto, essenziale, spesso graffiante.

recensione Lacci, la recensione del film di Daniele Luchetti con Alba Rohrwacher
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Quando ci si sposa, che sia di fronte a Dio oppure alle autorità, si sigilla una sorta di patto. Ci si promette l'un l'altra che non ci si farà del male a vicenda, che ci si supporterà fino alla fine dei giorni qualsiasi cosa accada, che non andremo a beccare semi in campi altrui, resteremo insomma fedeli alla nostra gabbia dorata, fatta di sincerità, di figli da accudire, di obblighi e verità. Un contratto non da poco che non tutti gli uomini e le donne che decidono di sposarsi alla fine riescono a onorare. Aldo è un marito che non ce l'ha fatta. Che dopo un matrimonio in piena giovinezza e due teneri bambini ha deciso di non soffocare, di respirare a pieni polmoni l'ossigeno di un'altra donna, più giovane, più dinamica, più carismatica della moglie Vanda. Aldo è uno che ha dimenticato in che modo si stringono i lacci delle scarpe e di quando lo insegnava ai suoi figli. Aldo è uno dei protagonisti di Lacci, romanzo di Domenico Starnone ora diventato un film per il grande schermo, capace di debuttare alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia numero 77.

Ma tu, papà, come leghi i lacci delle scarpe?

Il nostro protagonista è uno di quegli uomini che non amano affatto le discussioni, che preferisce soprassedere su tutto, non arrabbiarsi mai, rimanere sempre calmo e pacato. È però anche un grande esperto della fuga, una persona sfuggente e sfuggevole, che per l'appunto ha scelto di rintanarsi in un'altra città (Roma anziché Napoli), a casa di una donna più giovane di lui, inseguendo il sogno di una carriera da grande autore radiofonico e televisivo. Tutto questo però porta con sé un prezzo da pagare: l'oblio. Aldo dimentica il volto della moglie Vanda, ancor peggio quello dei suoi figli che, crescendo, faticano a loro volta a riconoscere un padre fantasma, apparso nelle loro vite per pochi attimi, poche ore a settimana, per anni e anni. Chi davvero non dimentica niente e nessuno è il tempo, che scorre impetuoso ma che presto o tardi torna a chiedere il conto.

Domenico Starnone e Daniele Luchetti, il primo su carta, il secondo su pellicola (concedeteci questo termine nostalgico), attraversano diversi decenni della vita di Aldo, Vanda, Lidia (la terza incomoda), i figli Sandro e Anna lungo un percorso pieno di ostacoli ed emozioni, spesso contrastanti. Se il romanzo sceglie di suddividere tutto in tre macro capitoli, lasciando l'onere e l'onore di ricostruire i fatti al lettore, coinvolto appieno nella vicenda, il film purtroppo non può avvalersi dello stesso splendido meccanismo, perdendo parte dello stile e del carattere originali strada facendo. Tuttavia non mancano i momenti di grande tensione, di affilata apprensione, di buon cinema.

Avanti e indietro nel tempo

Luchetti sceglie una struttura "a flashback" per fare avanti e indietro nelle vite dei protagonisti. Inoltre il cast cambia allo stesso cambiare delle epoche, sarà dunque premura dello spettatore fare attenzione a nomi, date, volti e situazioni. Una scelta certamente comprensibile, visto che si saltano e toccano vari decenni differenti, ma che da una parte spezza un po' la magia che invece è elemento essenziale del libro. Il regista romano riesce in ogni caso a mettere in scena una storia intensa, arricchita da ottime scenografie e sequenze in grado di imprimersi nella mente del pubblico.

Forse un ritmo leggermente più spinto avrebbe giovato a tutta la narrazione, bisogna riconoscere però che il romanzo originale è "paziente" allo stesso modo, anzi di più. Pur non essendo chissà quanto sterminato in termini di pagine, ha il tempo di aprire molte più parentesi, affrontare molte più questioni. Al cinema però, si sa, bisogna sempre rinunciare a qualcosa in fase di sceneggiatura e il Lacci cinematografico risulta comunque coerente, in linea con molte delle aspettative. Valore aggiunto poi è un cast variegato che non era certo facile incastrare.

Volti scavati e segnati

Luigi Lo Cascio è un malinconico Aldo da giovane, un padre che proprio non ce la fa a rimaner chiuso nella "prigione" della sua famiglia, uno spirito libero e probabilmente egoista all'estremo, che sa di provocare costantemente del male a persone che ha amato e che si porta tutto il peso del dolore su occhi stanchi, su un volto spento, appesantito dalla barba e dal senso di colpa. Ci ha sorpreso anche Silvio Orlando, che invece è Aldo in età più avanzata: un uomo per molti versi distrutto dal suo stesso passato, che non ha cambiato né occhi né volto, sempre segnati da un solco di eterea sofferenza. Immensa anche Laura Morante, una Vanda adulta che è riuscita a chiudere alcune delle sue ferite più profonde - ma lo ha fatto con ago e filo, a forza, per dovere, motivo per cui ancora soffre ed è chiusa a riccio su ogni fronte. Se i piccoli Anna e Sandro sono poi irresistibili, lo sono forse ancor di più le controparti adulte, con una Giovanna Mezzogiorno e un Adriano Giannini in stato di grazia, nonostante il loro minutaggio ristretto. Quando entrano in scena sconvolgono letteralmente tutto ciò che incontrano e toccano, in un capitolo/sequenza che per alcuni versi supera anche il libro di partenza - nel senso che alcune immagini, alcuni suoni riescono davvero a graffiare lo spettatore seduto in sala, in maniera molto più "fisica" rispetto alla nostra sola immaginazione.

Ci è piaciuta anche Linda Caridi (sì, la deliziosa Linda Caridi di Ricordi? accanto a Luca Marinelli), che per questo ruolo ha messo anche moltissimo coraggio - e guardando il film saprete perché. Purtroppo il vero anello debole del gruppo sembra essere Alba Rohrwacher, un'attrice a cui vogliamo bene ma che al ruolo di Vanda da giovane non ha forse dato la giusta sofferenza. La sua recitazione è spesso fredda, nasconde un dolore interiore che da spettatori però avremmo forse preferito veder fuoriuscire all'esterno - soprattutto nel corso della confessione del tradimento che dà inizio alle danze, con una reazione fin troppo controllata. Ma probabilmente siamo noi che abbiamo immaginato il personaggio in maniera differente, potrete valutare voi con i vostri stessi occhi.

Lacci Lacci di Daniele Luchetti è un film che vive all'ombra di un grande, grandissimo romanzo, e questo ovviamente ha dei Pro ma anche tanti Contro. Fra i primi abbiamo sicuramente una storia appassionante, dolorosa, la possibilità di fare un viaggio fra le epoche e sbirciare nella serratura di una famiglia ormai in frantumi. Fra i secondi invece abbiamo uno stile che purtroppo non riesce ad avvicinarsi a quello del libro (ma solo perché quest'ultimo ha davvero una costruzione magistrale impossibile da replicare su schermo), una magia più smorzata e controllata. Se le pagine scorrono fra le nostre mani portandoci via sempre più ossigeno, facendoci leggere quasi in apnea, il film è più lineare, si prende meno rischi, naviga nelle acque sicure del dramma all'italiana come abbiamo imparato a conoscerlo negli ultimi 20-30 anni. Tuttavia non mancano sequenze degne di nota, anche grazie a un cast che fa splendidamente il suo lavoro e raggiunge lo spettatore senza filtri.

7

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