La Vie en Rose, Storie di una Diva la recensione

Il film ripercorre la storia di Edith Piaf, la Mome, vero e proprio simbolo della Francia

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E' innegabile come il pubblico francese sia molto più ricettivo alle produzioni nazionali rispetto al nostro. Certamente questo è dovuto anche alla qualità e alla quantità di pellicole annuali. Non stupisce, perciò, il grande successo ottenuto da un film come La Vie en Rose, che ripercorre la vita di una delle celebrità più grandi della Francia dell'ultimo secolo. Stiamo naturalmente parlando di Edith Piaf, la Mome, vero e proprio simbolo di un Paese. Quest'opera autobiografica è affidata a Olivier Dahan, visto di recente alla prese con il secondo capitolo de I Fiumi di Porpora. Il regista ha cercato una musa che riuscisse a diventare in tutto e per tutto la Piaf, trovandola in Marion Cotillard, che è riuscita a delineare nel migliore dei modi (chiedere di più era francamente impossibile) le fobie e i gesti della grande cantante. Per di più attorniata da un buon cast, su cui spicca la figura dell'immenso (in tutti i sensi) Gerard Depardieu, il cui personaggio lascia però ben troppo presto il destino della protagonista. Non è la prima produzione biografica dedicata alla vita della Mome, basti pensare al film di Lelouch Edith e Marcel, ma è forse quello che ne ripercorre più da vicino l'esistenza, alternando pubblico e privato nel migliore dei modi.

Il passerotto di Francia

E' come il dipanarsi di un puzzle: si passa dall'infanzia tormentata, trascorsa in una casa di piacere, alla vecchiaia nella malattia dovuta all'alcoolismo. Non c'è un continuum temporale ordinato, ma ci si muove con maestria tra la varie fasi della vita della cantante, tra ricordi e speranze. E così vediamo crescere la giovane Edith, sotto l'egida di una madre degenere e in seguito, a sei anni, affidata dal padre a un bordello. E poi per strada in compagnia del genitore, prima in un circo, poi a elemosinare qualche spicciolo per strada, dove trova la passione per il canto. E sarà qui, qualche anno più tardi, che sarà scoperta dal suo pigmalione (Depardieu) che la lancerà al successo, prima in piccoli club parigini, poi alle grandi platee internazionali. Il tutto narrato sempre tramite un'alternanza passato/presente, con una forte propensione a non discernere il pubblico dalla vita privata, con quegli eccessi tipici del successo, in questo caso l'alcool, vero e proprio piacere irrinunciabili per la Piaf, che la condurrà a un'esistenza dolorosa lontana dalle scene a lei tanto amate. E' la Mome conosciuta e adorata un po' ovunque, perciò senza bisogno di suspence o giochi a sorpresa, ed è proprio in quell'inizio che unisce nascita e morte che si dipana tutto il senso della pellicola. Un viaggio attraverso gli anni che dipinge il ritratto di una donna infelice e debole, colpita dalla sfortuna, che trovava il suo vero essere di fronte a un microfono.

Due donne in una

E' incredibile come la Cotillard (attrice già esperta, la trilogia di Taxxi, Una Lunga Domenica di Passioni e il recente A Good Year - Un'Ottima Annata) sia riuscita a calarsi così a fondo nella personalità così istrionica della Piaf. Seguire l'esistenza di un altro lunga una vita, dall'adolescenza fino alla mezza età, non è impresa facile a tutti. La Cotillard è riuscita appieno nell'opera e, grazie anche a un trucco perfetto, sembra più volte di trovarsi faccia a faccia con la vera Mome. I gesti, fondamentali nelle interpretazioni della cantante, sono identici, così come i teneri sguardi e i sorrisi malinconici. La stessa attrice ha dichiarato che in lei era entrata una parte della Piaf, senza la quale non sarebbe riuscita a sfoderare una interpretazione di tale livello, dalla gioia incredula dei primi successi, dall'amore incondizionato verso il pugile Marcel Cerdan (Jean-Pierre Martins) fino ai vagiti finali, con quella decadenza inesorabile, passata tra ospedali e luoghi isolati dal resto del mondo. Un plauso all'attrice francese, sicuramente valore aggiunto di un film si buono, ma che probabilmente senza di lei avrebbe perso molto.

Biopic tendente al nero

Va dato atto al regista di non aver giocato troppo sulla componente musicale. Infatti, se si esclude qualche concerto dove si possono udire le splendide canzoni della Piaf, La Vie en Rose del titolo su tutte, rimane poco altro dell'esistenza sonora della cantante. E questa può essere un arma a doppio taglio, capace di deludere i fans ma allo stesso tempo di sorprendere, mostrandoci i lati più intimi della vita della Piaf. Il punto importante è che alla fine il film appassiona, e questo vuol dire aver centrato l'obiettivo. Non riesce, magari, nella difficile impresa di commuovere, ma è in grado di trasmettere un immagine forte e potente, che fino alla fine tiene incollati allo schermo. Non manca sicuramente un certo manierismo di troppo, di un ibrido che si muove tra certe biografie made in USA e il classico cinema francese, ma poco conta. La scenografia è perfetta, con una ricostruzione d'epoca (soprattutto nelle ambientazioni parigine) che lascia incantati. Il montaggio, giocato sull'exploit temporale precedentemente citato, non fa gridare al miracolo ma nemmeno delude. La Vie en Rose è un buon film, non un capolavoro, ma un omaggio sentito, non ipocrita e celebrativo, a una donna che per anni ha esportato nel mondo la classe e lo stile francese.

La Vie en Rose Non era facile realizzare una pellicola su un personaggio così amato in Francia come Edith Piaf. Il regista ha deciso, coraggiosamente, di non produrre un'opera celebrativa, mostrandoci invece anche i lati più oscuri della cantante, dalla sua infanzia fino agli ultimi tristi anni. Vi è riuscito grazie anche a un'interpretazione fenomenale della Cotillard, capace di proporci un ritratto della Mome straordinario, forte onoltre di un trucco che ha fatto miracoli. Lo spazio dedicato alle canzoni non è poi tanto come si poteva pensare, ma di fronte le note de La Vie en Rose e di altri grandi successi non si potrà rimanere indifferenti. A metà tra lo stile americano ed europeo, è una biografia di tutto rispetto.

7

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