Locarno 66

Recensione La variabile umana

Nel nuovo film con Silvio Orlando, il Commissario Monaco deve decidere come affrontare la realtà: se da poliziotto o da padre

recensione La variabile umana
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Ormai lo si può dire con certezza: girare film a Milano è diventata una tendenza. Tutti vogliono specchiarsi nei vetri del Diamantone o scrutare i più reconditi segreti dell'anima nei tramonti riflessi sulla torre Unicredit e le due gemelline Technimont. Pirellone e Velasca ormai non fanno più tendenza, scalzate dal nuovo centro direzionale. Ne sente il fascino anche Bruno Oliviero, napoletano di origine ma successivamente stabilito a Milano, che negli anni ha visto mutare il capoluogo lombardo. Lo aveva già raccontato in tre documentari, di cui almeno uno, MM Milano Mafia, ha conosciuto una certa popolarità. Ora prova a fare di più: mette insieme ciò che ha scavato nell'anima milanese con una storia noir, confezionando il suo primo film di fiction, con Silvio Orlando e l'ormai onnipresente Giuseppe Battiston.

Pioggia che batte incessantemente, inquadrature confuse, riflessi di luci nella notte: Ulrich è il nome della vittima, imprenditore di successo, ritrovato dalla moglie in una pozza di sangue una notte. Quella stessa notte ad accogliere il caso sono Levi (Giuseppe Battiston) e l'ispettore Monaco (Silvio Orlando), che però è turbato. Certo non lo conforta l'arrivo in caserma di sua figlia Linda, costretta a un verbale per "una ragazzata". Eppure è proprio questa la goccia fatale per Monaco, che dopo la scomparsa della moglie Elena è sprofondato sempre più inesorabilmente in una depressione sopita, una tendenza passivo-aggressiva che acuisce il deterioramento del rapporto con la figlia. Inevitabilmente, gli eventi corrono paralleli e Monaco è costretto a gestire il delicato caso Ullrich, fatto di adescamento di ragazzine e maxi-edizioni del TG sulla parete della Coin, e il turbolento, mutilato legame tra padre e figlia. In un film dove la città è protagonista, "è cambiata" secondo l'ispettore, qualcosa di cinico e corrotto la logora dall'interno.

Una piccola Chicago

Da grandi ammiratori di Milano e di noir, abbiamo riposto una speranza ingenua nel film di Oliviero. L'impatto delle prime scene, certo decisamente frutto di consueti cliché del genere, sembrava far pregustare un piacevole poliziesco, forse addirittura un nuovo La ragazza del lago (Molaioli docet). Speranza decisamente ingenua, in fondo tutti lo temevamo ma non abbiamo osato dirlo: il film non funziona. Risultato non riuscito, mix di cliché esasperati e di fiction all'italiana, con alcuni dialoghi che paiono appena usciti da Carabinieri. Non avrebbe sfigurato Preziosi, vista l'aria da fiction televisiva che si respirava, crescente soprattutto nella seconda parte. Se nel primo tempo il film si muove bene, non un capolavoro ma un intrigo piacevole, è nel secondo tempo che si guasta, sprofondando in un tormento di psichedeliche e poco credibili verità, degno di Beautiful o Centovetrine, senza accenni di climax o tensioni, senza alcun mistero veramente shockante (purtroppo la prevedibilità è uno dei contro del film). Più che a un noir-poliziesco, Oliviero sembra puntare ad usare questa facciata per raccontare, ancora una volta (come troppo spesso accade negli ultimi anni nel cinema tricolore), un complicato legame familiare. Da Quo vadis, baby? a Il papà di Giovanna (sempre con Orlando: questo film condivide diversi punti con La variabile umana), la lista di film italiani degli ultimi anni che si innestano su un evento tragico di sfondo per raccontare i difficili legami ormai non si contano più. Mettiamoci pure che, ad eccezione di Orlando e Battiston punte di diamante come sempre, il resto del cast non brilla per interpretazione. Praticamente nullo il lavoro sull'attrice fatto con Linda, figlia dell'ispettore e decisamente il personaggio più delicato e nevralgico. La distanza col grande poliziesco italiano degli anni Settanta è quantomai brutale, Lenzi, Fulci e Di Leo sono maestri di un genere che qui non torna (ma si contamina e avvelena con gli invaghimenti da soap), poco importa se all'epoca i palazzi erano 100 metri in meno e a fare scalpore erano la Velasca, la torre Breda e quella dei Servizi Tecnici comunali: allora come oggi, l'espansione della città ad una nuova dimensione toccava la sensibilità e alla fine di Milano rovente uno dei protagonisti si affaccia su via Gioia e sospira assorto: "Una piccola Chicago".

La variabile umana Non a caso programmato per fine agosto, forse nelle torride sale estive il film troverà un pubblico capace di apprezzarlo, o tutt'al più di esaltarsi per grattacieli mai visti prima in Italia. Ma il film purtroppo scomparirà, e in fretta. Purtroppo, perché poteva essere un buon film e ci si sperava.

5.5

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