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La trincea infinita, la recensione del nuovo film Netflix

Un thriller drammatico ispirato a una storia vera che ha riguardato diversi dissidenti politici durante la dittatura franchista.

recensione La trincea infinita, la recensione del nuovo film Netflix
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Se nel recente Una notte di 12 anni (2018) la prigionia dei protagonisti durava il lasso di tempo suggerito dal titolo, ne La trincea infinita il periodo di reclusione forzata vissuta dallo sfortunato personaggio al centro della vicenda è ancor più lungo. Come nel caso del film di Álvaro Brechner, ci troviamo davanti a una storia ispirata a fatti realmente accaduti. Nel primo la trama ripercorreva la tragica vicenda umana vissuta da José Mujica (futuro presidente uruguaiano) e da due suoi compagni di cella, mentre in quest'occasione il racconto si ispira a un altro dramma personale che ha avuto inizio nella Spagna franchista dalla metà degli anni '30.
Entrambi i titoli condividono poi anche il principale interprete, ossia Antonio de la Torre, apparentemente a proprio agio in ruoli scomodi che mettono in mostra le sue capacità da attore maturo e consapevole dei propri mezzi espressivi.

L'inizio della fine

Il film inizia nel 1936 in un piccolo paesino dell'Andalusia, quando le truppe del Generale Franco fanno irruzione alla ricerca di potenziali ribelli, setacciando casa per casa. Higinio sta dormendo nel letto insieme all'amata moglie Rosa quando, svegliato dal frastuono, tenta prima di nascondersi, poi di scappare: una fuga breve la sua, visto che viene immediatamente fermato dal vicino di casa Gonzalo, che lo riteneva responsabile dell'uccisione del fratello e covava un forte rancore per lui. Higinio riesce nuovamente a far perdere le proprie tracce durante il tragitto in mano ai militari e, dopo aver assistito alla tragica uccisione di due compagni ed essere rimasto ferito a una gamba, fa ritorno a casa in piena notte.
L'unico modo per evitare di essere catturato ancora una volta è quello di calarsi in un bunker sotto il pavimento in attesa che le acque si calmino. Tre anni dopo il protagonista chiede al padre di trovargli un nascondiglio migliore e si "trasferisce" di nascosto, con il pericolo di cadere nelle mani nemiche scampato per un pelo.
La situazione politica non accenna però a migliorare e Higinio diventa un recluso forzato che per sopravvivere può contare soltanto sulla sua forza d'animo e sull'abnegazione e astuzia di Rosa, mentre Gonzalo non ha mai perso la speranza di consegnarlo alle autorità.

Il mondo da un'altra prospettiva

Candidato a quindici premi Goya ma, in un'edizione monopolizzata dal superbo Dolor y gloria (2019), vincitore soltanto di quelli per la miglior attrice protagonista e per il miglior sonoro, La trincea infinita è un film solido e consapevole, capace di gestire tempi e luoghi con impavida e sfacciata sicurezza e di non appesantire eccessivamente una visione fiume che sfiora le due ore e mezza. Una manciata di sequenze potevano forse essere accorciate per snellire il cospicuo minutaggio, ma ad ogni modo il ritmo non perde mai di intensità. Una tensione costante che, persino nelle fasi apparentemente più tranquille, congela l'atmosfera in un limbo di incertezza che lascia con il fiato sospeso fino al cruciale, luminoso e liberatorio epilogo.
Diretta a sei mani da Jon Garaño, Jose Mari Goenaga e Aitor Arregi - che già in passato avevano collaborato tra loro in diversi progetti - l'operazione vive nella prima mezz'ora di una suspense asfissiante, con un paio di passaggi emotivamente crudi e crudeli. Anche quando si stabilizza su un leit-motiv apparentemente più "rilassato" l'insieme non perde coesione, innescando sempre ulteriori spunti introspettivi (dalla gelosia crescente ai timori genitoriali e così via) che mettono in luce tutti i chiaroscuri dei personaggi coinvolti.
L'inesorabile scorrere del tempo viene fatto intuire tramite dettagli che segnano in maniera chiara il passare degli anni, con ogni spezzone preceduto da un termine del dizionario che divide in una sorta di micro-capitoli il costrutto complessivo. Il film esplora in questo modo le diverse anime del racconto e anticipa parzialmente allo spettatore la chiave di lettura delle scene successive.

Osservatore del mondo tra le fessure, magistralmente gestite nelle relative inquadrature, e memore in altri passaggi della figura - binocolo in mano - di Jeff de La finestra sul cortile (1954), Antonio de la Torre si offre anima, corpo e "make-up" a un personaggio perennemente sull'orlo del baratro. Altrettanto intensa è la performance di Belén Cuesta, interprete della determinata e combattiva moglie Rosa, tra i più bei personaggi femminili visti di recente su grande schermo.

La trincea infinita Una partitura emotiva intensa e sfaccettata si accompagna al lungo periodo di reclusione, volontaria e forzata al contempo, del protagonista de La trincea infinita, magistrale thriller drammatico che prende ispirazione da vicende realmente accadute durante la guerra civile spagnola. Le cosiddette "talpe" erano avversari del regime che per evitare di finire nelle mani dell'esercito franchista trascorrevano decenni in nascondigli di fortuna, spesso scavati tra le mura delle loro stesse dimore. Due ore e mezza di visione che vivono su una tensione costante e offrono spunti di riflessione originali che esplorano l'animo umano a 360°, tra momenti più cupi e tragici e altri più ariosi e liberatori, con scene madri che lasciano il segno in più occasioni e le magnifiche interpretazioni di Antonio de la Torre e Belén Cuesta a impreziosire ulteriormente il tutto.

7.5

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