La Tribù, la recensione del film di Fernando Colomo disponibile su Netflix

La nuova commedia spagnola con Paco Leon e Carmen Machi è disponibile sulla piattaforma di streaming on demand Netflix.

recensione La Tribù, la recensione del film di Fernando Colomo disponibile su Netflix
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Da non confondere con l'omonimo e ben più folgorante dramma ucraino del 2014 diretto da Myroslav Slaboshpytskiy, film su una coppia di sordomuti ovviamente privo di dialoghi e narrato esclusivamente attraverso il linguaggio dei segni, La Tribù è la nuova fatica dell'instancabile Fernando Colomo, regista e produttore madrileno che con più di settant'anni sul groppone non accenna a voler rallentare.
Il film ci racconta la storia di Virginia (Carmen Machi), una ragazza che tira avanti grazie a un impiego come donna delle pulizie, la cui vera vocazione è quella di essere una ballerina di strada. La narrazione si innesca quando la donna ritrova il figlio Fidel (Paco Leon), che anni prima aveva dato in adozione: oggi è diventato un uomo e, come la madre, neanche lui se la passa troppo bene nel suo ruolo di dirigente che ha perso tutto, perfino la memoria.
Insieme al gruppo di ballo che Virginia ha formato con le sue stravaganti compagne di classe, madre e figlio scopriranno che, nonostante la vita li abbia separati e costretti a vivere in mondi diametralmente opposti, nelle loro vene scorre da sempre lo stesso sangue, e quindi la stessa passione.

Riprogrammato

Cercando di essere costantemente adorabile e divertente, La Tribù corre il rischio di cariare gli occhi dello spettatore, del resto fin dai primi minuti appare chiaro come il tono favolistico del racconto voglia rivolgersi esclusivamente ai salotti delle famiglie perfette eternamente sorridenti. Eppure l'opera non ha il coraggio di essere fedele a se stessa e si infarcisce la bocca di scurrilità, andando a toccare anche temi delicati come la molestia sessuale e l'evasione fiscale.
Colomo rimane esattamente a metà strada, magari desideroso di voler scavare a fondo per scoprire cosa si nasconde sotto la patina di zucchero che seppellisce la trama del film, ma ben consapevole comunque di non poterselo permettere, perché sa benissimo che al suo pubblico potrebbe non importare. Ci sono tanti sotto testi nella trama del film, assolutamente già vista e già sentita altrove (e anche in maniera più chiara e pertinente), come il classismo, le divisioni sociali create dalla mancanza di un'istruzione o dalle opportunità che si presentano in base alle circostanze relative all'ambiente in cui si nasce e si cresce, che sviluppano ideologie e quindi vite differenti.
Mentre inizia un viaggio per recuperare i ricordi della sua vita dimenticata - scoprendo pian piano di essersi lasciato alle spalle un uomo davvero bieco - Fidel impara a scoprire un nuovo modo di vivere, di pensare, uno che non ruoti intorno al denaro o alla prevaricazione del prossimo. Come accade sempre ai protagonisti di questo tipo di storie (ne abbiamo viste tantissime, da Hollywood al cinema nostrano), anche Fidel sarà via via riprogrammato per imparare a provare vergogna per l'uomo che era, fare ammenda e ricominciare, fino a che - a processo di trasformazione ultimato - non farà il giro completo e sarà grato dell'incidente che gli ha fatto perdere la memoria.

A passo di danza

Fernando Colomo, come spesso ha fatto in passato, si dimostra in grado di saper gestire con la necessaria precisione meccanismi di genere comico insieme all'osservazione e all'approfondimento dei personaggi principali, una realtà e persino una moda (quella della nuova commedia spagnola, sempre leggerissima, sempre pacata), e lo fa con ottimismo e il sorriso stampato in faccia.
Ci sono più le gag che la voglia di narrare una storia degna di essere raccontata: quando è così il rischio di essere ripetitivi è sempre dietro l'angolo, e considerato che, in primo luogo, la sceneggiatura scritta a sei mani da Joaquín Oristrell, Yolanda García Serrano e da Colomo stesso non brilla certo per originalità e, in secondo, non ci sia tutta questa voglia di stupire da un punto di vista meramente tecnico, ecco che tutto viene rimesso nelle mani degli attori.

Leon è un interprete comico navigato e, a quanto dimostra nel film, un ottimo ballerino. La Machi più che una madre è una sorta di incrocio fra il maestro Yoda e la rappresentazione antropomorfa di una fontana dalla quale sgorgano in eterno saggezza, empatia e pazienza, e che sulla pista da ballo scatena un'energia sorprendente (che fa comunque sorridere se paragonata a quelle di Freddie Mercury e dell'Adam di Bodied, per restare in tema musicale).
Tutti questi elementi mescolati insieme formano un prodotto indirizzato a un target preciso: niente di imprescindibile ma neanche di così terribile, qualcosa da ingurgitare e poi dimenticarsi nel giro di mezz'ora.

La Tribù Fernando Colomo prepara una commedia per famiglie zuccherosa e piena di buoni sentimenti, che non cerca in nessun modo di nascondere la propria mediocrità ma che, anzi, quasi ne fa un manifesto. Si perde la memoria, si impara a essere migliori e nel frattempo si balla ne La Tribù, un film che - senza grandi pretese - si concede a tutti ma non verrà ricordato da nessuno.

5.5

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