La Tartaruga Rossa: la recensione del film d'animazione di Studio Ghibli Recensione

Il colosso giapponese si concede una trasferta europea producendo un'opera sorprendente e poetica, a cura del regista olandese Michael Dudok De Wit.

La Tartaruga Rossa: la recensione del film d'animazione di Studio Ghibli Recensione
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È ben noto l'apprezzamento dei maestri di Studio Ghibli per il materiale occidentale e più precisamente europeo (basti pensare ai trascorsi televisivi di Hayao Miyazaki con Lupin III e Sherlock Hound). Con La tartaruga rossa, presentato con successo all'interno di festival come Cannes, Annecy e Roma, si va oltre la semplice ammirazione e si passa alla sinergia vera e propria: il film è infatti prodotto dal celebre studio giapponese, recentemente rinvigorito dall'ennesima smentita del pensionamento di Miyazaki, ma è realizzato da un cineasta olandese, Michael Dudok De Wit. Non che questo costituisca un ostacolo a livello linguistico: La tartaruga rossa, del resto, ritorna alle radici più pure del cinema, eliminando completamente i dialoghi (un dettaglio che dovrebbe risultare particolarmente gradito al pubblico italiano, dato che i recenti doppiaggi dei film di Studio Ghibli nel nostro paese non sono uniformemente apprezzati). Solo rumori e musica accompagnano i protagonisti, umani e non, in un'avventura ciclica ricca di emozione, intelligenza e maestria tecnica.

Tutto scorre

Un'isola deserta, un uomo solo e vari animali, tra cui quello che dà il titolo al film. Sono questi gli ingredienti di un racconto che conferma lo statuto della Ghibli come uno degli ultimi bastioni dell'animazione tradizionale, senza (evidenti) manipolazioni digitali. Il tutto è delineato con un tratto semplice, che si discosta volutamente dall'iconografia classica dello studio nipponico ma al contempo rispecchia perfettamente la poetica ghibliana, racchiusa in un delicato equilibrio fra avventura, risate e lacrime. Un equilibrio dove il non detto - in tutti i sensi - accresce la fruizione universale, creando un dialogo purissimo fra regista e spettatore, ma cela anche simboli e verità nascoste che riemergono dopo la visione, supportate da immagini che rimangono impresse nel cuore e nella mente una volta lasciata la sala. Come nel caso di un altro piccolo fenomeno festivaliero del 2016, La mia vita da zucchina, ci troviamo di fronte ad un oggetto prezioso, meritevole di un'attenzione non del tutto compatibile con certe logiche distributive. La tartaruga rossa è un viaggio poetico all'insegna della vita e dell'amore, unitamente alla natura ingannevole del tempo. Un viaggio che dura 80 minuti sullo schermo ma che in realtà non finisce, poiché l'uomo e la tartaruga sono destinati ad incontrarsi di nuovo e, come ogni esperienza cinematografica davvero forte, ci accompagnano quando lasciamo la nostra isola oscura, consapevoli del fatto che non sarà mai un addio definitivo.

La tartaruga rossa Il regista Michael Dudok De Wit, coadiuvato dallo Studio Ghibli, firma un'opera semplice ma potente, che sfata per l'ennesima volta il mito dell'animazione come forma di intrattenimento banale per un pubblico più giovane. Purissimo nella narrazione e nella forma, universale e al contempo stratificato è un viaggio cinematografico come se ne vedono pochi in ambito animato, assolutamente da non perdere.

9

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