Lucca 2014

Recensione La storia della Principessa Splendente

Il commiato all'animazione di Isao Takahata in un film struggente e leggendario

recensione La storia della Principessa Splendente
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Tra i grandi classici della letteratura di un paese, anche al di là del loro valore artistico e culturale, rientrano sempre i primi esempi di narrativa scritta, poiché, antropologicamente, il passaggio dal racconto orale a quello scritto ha una grande importanza. E circa mille anni fa, più o meno in corrispondenza della larga adozione, nella letteratura nipponica, del sistema di scrittura sillabico denominato hiragana, cominciarono a circolare i fantastici racconti alla base del folklore dell'arcipelago: dal Genji Monogatari (considerato da molti studiosi come “il primo romanzo moderno”) all'Ise Monogatari al più popolare di tutti, il Taketori Monogatari (Storia di un tagliabambù) noto anche come La Storia della Principessa Splendente o Il Racconto della Principessa Kaguya. Kaguya, difatti, è una fanciulla di inenarrabile grazia e bellezza, figlia adottiva di un umile tagliatore di bambù. Crescendo a vista d'occhio, la giovane diviene un ottimo partito, attirando a sé eccelsi pretendenti e divenendo la principale preoccupazione dell'anziano, che smette di occuparsi del bambù per dedicarsi (grazie anche all'oro che 'i Cieli' hanno portato in dote alla ragazza) alla sua educazione e sistemazione. Ma davvero il destino di Kaguya è semplicemente quello di divenire una dama di corte?

Storia di un tagliabambù e di un grande animatore

Son passati quasi dieci anni da quando il grande Isao Takahata, cofondatore dello Studio Ghibli e regista di perle come Una tomba per le lucciole, si è ambarcato nell'impresa di portare una favola classica giapponese al cinema tramite un lungometraggio tipicamente ghibliano. Le vicissitudini alla base del travagliato progetto sono state molte ma, alla fine, dopo una lunga attesa, finalmente La Storia della Principessa Splendente è arrivato nelle sale, dopo la presentazione allo scorso Festival di Cannes. Si tratta senza dubbio di un film controverso e difficile, tanto che anche nello stesso Giappone i risultati al botteghino sono stati molto deludenti: e se l'ultimo di Miyazaki (il monumentale Si alza il vento) oltre ad aver colpito la critica ha fatto, comunque, breccia tra il pubblico, non altrettanto è successo per questa nuova versione delle leggenda della principessa Kaguya, che così tanto ha dato alla letteratura scritta, disegnata e animata del Sol Levante.

Kaguya-Hime

Proprio come il succitato Kaze Tachinu, si tratta non solo del testamento artistico di un cineasta, ma anche della sua opera più matura e personale, e per questo difficile da apprezzare per il pubblico di massa, non concedendo sconti al dramma e all'introspezione, o concessioni all'azione e al ritmo serrato. Pur con un rimaneggiamento in più punti della versione più classica della storia, il film di Takahata è lo specchio di un Giappone del periodo Heian lontano dalle vicende di samurai, ninja e demoni che costituiscono, di solito, l'appeal più grande per le storie in costume nipponiche. Qui si parla di una fanciulla e del suo apprendistato da dama di corte, della sua crescita, della sua voglia di libertà e delle sue scelte di vita, oltre che di ciò che si è ritrovata in sorte, sulla Terra... e non solo. Un affresco affascinante ma pomposo, ricco di riferimenti arcaici, reso al contempo meraviglioso e ostico dallo stile scelto da Takahata per animare la sua opera, che tanto richiama le illustrazioni antiche quanto rifugge molti degli stilemi moderni: sembra di tornare, in qualche modo, al periodo della nascita dell'animazione nipponica, più o meno contemporanea a quella del regista.

La storia della Principessa Splendente Grande poesia e attenzione al dettaglio caratterizzano La Storia della Principessa Splendente, ultimo film (con ogni probabilità, in senso definitivo) del Maestro Isao Takahata finalmente giunto anche nel nostro paese per Lucky Red. Ancora una volta, si tratta di un evento di pochi giorni (scelta con i suoi pregi e difetti) e ancora una volta doppiaggio e adattamento sono realizzati con grandissima cura ma una ricerca quasi ossessiva di un linguaggio arcaico e formale forse eccessivo, ma questa volta quantomeno giustificato dal setting storico e culturale del film. Che, per il resto, è un'opera matura, densa di simbolismi e introspezioni, caratterizzata da uno stile d'animazione unico che, però, può anche non piacere ad una parte di pubblico odierno. Ad ogni modo, un'opera meritevole di essere visionata e “vissuta” da ogni appassionato di buon cinema.

7

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