La Stanza delle Meraviglie: recensione del film di Todd Haynes

Il regista di Carol dirige un film tratto dall'omonimo romanzo di Brian Selznick, già autore del libro che ha ispirato Hugo Cabret.

recensione La Stanza delle Meraviglie: recensione del film di Todd Haynes
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Nel 2011 Martin Scorsese ha diretto Hugo Cabret, una spassionata dichiarazione d'amore per il cinema e per i suoi pionieri, quei visionari che per primi a inizio ‘900 hanno dato vita ai loro sogni. Il film, vincitore di cinque premi Oscar su undici nomination, è tratto dal romanzo L'invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick. Ed è sempre Selznick l'autore de La stanza delle meraviglie (Wonderstruck), da cui nel 2017 è stato tratto un film omonimo diretto dal Todd Haynes di Carol e scritto dallo stesso Selznick. La stanza delle meraviglie sembrava un romanzo impossibile da portare sul grande schermo per diversi motivi (segue due linee temporali diverse e ci sono pochissimi dialoghi, considerando che i due protagonisti sono sordi), eppure Haynes e Selznick ci sono riusciti, dando vita a una storia toccante e immaginifica, un film che - proprio come Hugo Cabret - in qualche modo omaggia il cinema di una volta, prendendo la tecnica dei film muti e riproponendola in una chiave decisamente suggestiva.

Due viaggi a New York a 50 anni di distanza

La stanza delle meraviglie non racconta una sola storia, ma due, ambientate a cinquant'anni di distanza eppure visceralmente connesse l'una all'altra. Negli anni Settanta troviamo Ben (Oakes Fegley), ragazzino del Minnesota che ha da poco perso la madre in un incidente d'auto. Dopo che un fulmine ha compromesso per sempre il suo udito, rendendolo sordo - da cui il gioco di parole del titolo originale, thunderstruck/wonderstruck - scappa dall'ospedale per andare a New York, dove spera di trovare suo padre, la cui identità è avvolta dal mistero. Come lui, anche Rose (Millicent Simmonds) è sorda e scappa di casa per andare a New York, dove spera di trovare Lillian Mayhew (Julianne Moore), l'attrice che è anche il suo idolo, solo che l'avventura di Rose si svolge nel 1927. Benché a cinquant'anni di distanza, Ben e Rose si ritroveranno in una metropoli caotica ma per loro silenziosa, soli e incapaci di comunicare con il prossimo (nessuno dei due conosce il linguaggio dei segni), lontani eppure vicini nella loro esperienza.

La musica sostituisce i dialoghi

Le vicende di Ben e Rose si svolgono in parallelo, con un continuo passaggio dalle vicende di uno a quelle dell'altra. I cambi di scena, spesso rapidi, sono accompagnati da un cambio di registro e stile da parte di Haynes: da un lato abbiamo i colori caldi degli anni Settanta, dall'altro il bianco e nero degli anni Venti. La storia di Rose si dipana sul grande schermo come se fosse un film muto, con l'accompagnamento musicale a dettare il tono di ogni scena e ad esaltare i gesti, le espressioni e le emozioni della ragazzina. Poi di colpo si cambia scena e sentiamo Space Oddity o Fox on the run, finché le diverse colonne sonore non arrivano a mescolarsi, quasi a simboleggiare il progressivo avvicinarsi delle storie dei due protagonisti. Per ovvi motivi i dialoghi sono pochissimi, ma questo non rallenta la trama del film né indebolisce i personaggi, sempre ben tratteggiati anche grazie alle interpretazioni degli attori.

Nuove giovani promesse

La stanza delle meraviglie è il film d'esordio della giovanissima Millicent Simmonds (in Italia l'abbiamo già vista in A Quiet Place, ma Wonderstruck è uscito in patria a ottobre 2017), attrice realmente sorda che con ogni sguardo, gesto ed espressione riesce a trasmettere in maniera pulita e travolgente le emozioni e i pensieri di Rose, il suo spaesamento quando cammina per le strade affollate di New York, la sua genuina meraviglia di fronte agli oggetti esposti al Museo di Storia Naturale. Fegley al contrario non è nuovo nel mondo del cinema, avendo già preso parte a progetti importanti come Il drago invisibile, e anche qui dimostra un talento ancora acerbo ma genuino.

Una stanza delle meraviglie

La stanza delle meraviglie non è un film dalla trama particolarmente solida e coinvolgente: è tutto sommato prevedibile, e in generale Haynes non sembra tanto interessato alla storia in sé quanto all'introspezione dei personaggi, più affascinato dal viaggio che dalla meta. Eppure è proprio il modo in cui la storia viene raccontata a catturare lo spettatore, tra linee temporali che si accavallano, personaggi che si affacciano nelle vite dei protagonisti, piccoli grandi momenti che contribuiscono a creare un film composito ed evocativo, a tratti persino nostalgico. Il finale - che ricalca fedelmente quello del romanzo - è forse poco ispirato, ma se nel suo insieme il film sembra perdere un po' della sua potenza immaginifica è solo perché la sua vera ricchezza sta nelle singole scene - come tante meraviglie nella sala di un museo.

La Stanza delle Meraviglie La Stanza delle Meraviglie è la trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Brian Selznick, e Todd Haynes riesce a portarlo sul grande schermo in maniera suggestiva e convincente, mescolando le storie dei due giovani protagonisti così come mescola stili, tecniche e musiche differenti, creando un puzzle evocativo in cui la vera forza la fanno i suoi singoli tasselli più che il risultato finale.

7

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