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La seconda vita di Anders Hill, la recensione del film originale Netflix

Il sessantenne Anders Hill, fresco di divorzio e dal rapporto problematico con il figlio, cerca di rimettere insieme i pezzi della propria vita.

recensione La seconda vita di Anders Hill, la recensione del film originale Netflix
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Dopo sei mesi dal divorzio con la moglie Helene, il sessantenne Anders Hill si trova a un bivio cruciale della propria esistenza: andato in pensione prima del previsto, l'uomo fatica a trovare un equilibrio e le sue insicurezze finiscono per compromettere il rapporto con il figlio Preston, reduce da un passato di dipendenza dalle droghe.
In più l'ex-coniuge vive nella casa da lui pagata con il nuovo compagno, mentre il figlio di amici di famiglia, un coetaneo di Preston ricoverato in seguito all'assunzione di stupefacenti, trova proprio in Anders l'unica persona a cui poter confidare le proprie paure.
Così tra avventure di una notte, sbronze con vecchi amici e rancori/rimpianti mai sopiti che tornano ferocemente a galla, in La seconda vita di Anders Hill per il protagonista le cose diventeranno sempre più ardue e lo metteranno di fronte a scelte difficili.

Anders a pezzi

A soli due giorni dall'anteprima mondiale al Festival di Toronto, Netflix porta nel proprio catalogo - come produzione originale - l'adattamento per il grande schermo dell'omonimo romanzo di successo di Ted Thompson, pubblicato anche nel nostro Paese.
Scritto e diretto da Nicole Holofcener, il film riprende quel tocco malinconico già emerso nel precedente lavoro della regista newyorchese, il sottovalutato Non dico altro (2013), con atmosfere calibrate su toni da commedia dolce-amara come nella fonte di partenza, che restituiscono il ritratto surreale e al contempo verosimile di un uomo allo sbando, pronto a riprendere in mano il proprio destino nonostante i continui ostacoli ed errori che rischiano di farlo crollare definitivamente.
La seconda vita di Anders Hill possiede quella leggerezza tipica del miglior cinema indipendente americano, e le emozioni certo non mancano nel viaggio fortemente empatico in cui ci si trova ad accompagnare il protagonista, ma a tratti il rischio è proprio quello di scadere in soluzioni già viste nel filone, tra elementi metaforici (in primis la piccola tartaruga di proprietà di uno dei personaggi di rilievo) e dettagli di contorno che, per quanto piacevoli, non brillano certo per originalità.

Padri e figli

I novanta minuti di visione soffrono infatti di una certa ripetitività, tra le scappatelle di una notte e le continue litigate con l'ex-moglie, con la parte centrale che rallenta troppo il ritmo palesando un vago, ma non insopportabile, senso di monotonia.
L'umorismo è sempre sottile e si adatta con equilibrio agli istinti più drammatici, mentre i dialoghi risultano sempre affilati al punto giusto nel loro doppio intento di risultare accattivanti e verosimili in egual misura; l'utilizzo delle ambientazioni cittadine poi si rivela estremamente efficace nel sottolineare i vari stati emotivi del Nostro, con l'interpretazione di Ben Mendelsohn (caratterista d'eccellenza conosciuto dal grande pubblico per i ruoli in Rogue One: A Star Wars Story, Il cavaliere oscuro - Il ritorno e Ready Player One) che infonde la necessaria profondità al fine di creare una figura credibile e pulsante di vita, sia nei suoi eccessi più aspri che in quelli più lieti.
Il momento più riuscito de La seconda vita di Anders Hill rimane probabilmente racchiuso in un intenso discorso, pronunciato sotto effetto di droghe, sulla complessità del rapporto padre-figlio, una morale assai veritiera che nella sua lucida follia racchiude al meglio il significato di un'opera concentrata prima di tutto sull'importanza dei legami affettivi, qui osservati tramite uno sguardo vibrante e nevrotico.

La seconda vita di Anders Hill L'omonimo romanzo di Ted Thompson diventa un film, arrivato in esclusiva (come originale) nel catalogo di Netflix. La seconda vita di Anders Hill è una commedia dolce-amara figlia del cinema indipendente americano post-Sundance, e proprio su questa definizione paga i suoi maggior debiti, con una sceneggiatura ricca di spunti e capace di emozionare in più occasioni, legata però eccessivamente a certi leit-motiv tipici del filone, elementi surreali e metaforici inclusi. La regista e sceneggiatrice Nicole Holofcener ha comunque ben chiara la gestione delle atmosfere umorali e si destreggia senza problemi su toni diversi con invidiabile leggerezza, supportata in questo dalla notevole performance del protagonista Ben Mendelsohn, punta di diamante di un cast eterogeneo e in ottima forma, capace di dare profondità a figure verosimili e complesse.

6.5

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