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La vita davanti a sé, la recensione del film Netflix con Sophia Loren

Un'ammaliante Sophia Loren recita a 86 anni per il figlio Edoardo Ponti in un buon adattamento del romanzo omonimo di Romain Gary.

recensione La vita davanti a sé, la recensione del film Netflix con Sophia Loren
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Si chiama Mohamed ma non ama il suo nome "troppo lungo". Preferisce Momo: breve, amicale, semplice. È un ragazzino di appena 12 anni di origini senegalesi che vive in una Bari fotografata senza particolarità, come a volerne soppiantare l'anima mediterranea e dipingerla con fare più generico e internazionale. Il capoluogo pugliese è però riconoscibile, soprattutto quando Momo vaga per le sue strade o nella parte Vecchia, spacciando droga o rubando da anziane signore al mercato. È proprio quello che succede all'inizio del film, quando il nostro piccolo protagonista punta dei candelabri d'argento in una busta di Madame Rosa (Sophia Loren), una donna conosciuta nel quartiere del ragazzo per gestire una sorta di rifugio fai da te per i bambini figli di prostitute, che non possono tenerli con loro.

L'affidatario di Momo, il Dottor Cohen (Renato Carpentieri), scopre la malefatta del bambino, costringendolo a restituire il maltolto a Madame Rosa, che abita nella sua stessa palazzina. Ormai troppo vecchio e con un carattere troppo mite per badare a una mina vagante come Momo, il dottore chiede all'anziana donna di tenerlo con sé per un paio di mesi, il tempo di trovargli una nuova sistemazione, ed è qui che inizia per il bambino un percorso di crescita emotiva e personale che lo porterà ad affezionarsi come mai avrebbe pensato a tante persone diverse e prima sconosciute che diventeranno la sua famiglia.

La Leonessa e il Bambino

Vincitore del prestigioso Premio Goncourt nel 1975, La vita davanti a sé di Romain Gary è divenuto quasi nell'immediato un classico della letteratura francese del '900, grazie alla sua prosa raffinata eppure popolare e al suo modo di raccontare uno spaccato sociale, culturale e multietnico di una Parigi non incantata ma reale. Un libro importante ricco di riflessioni e sentimenti sinceri ed esplosivi che Edoardo Ponti ha scelto di riadattare in chiave nostrana, spostando l'ambientazione in Italia, a Bari appunto, nella città che è territorialmente nota come La Parigi del Sud per la sua struttura architettonica, tanto che il proverbio rivela che "se Parigi avesse il mare, sarebbe una piccola Bari".
Non un caso, insomma, una scelta che sembra mischiare venature partenopee a un sodalizio estetico di ampio respiro, che però appare sbiadito da una regia non proprio accattivante, che sceglie di non apparire mai per lasciare spazio soprattutto alla storia e ai suoi protagonisti. Si fa da parte, Ponti, che non ha ancora una sua cifra stilistica e formale ben delineata, per addentrarsi nelle emozioni del racconto, in quelle di Momo e di Madame Rosa. Il calore e il frastuono di una città sempre in movimento, ricca di volti e momenti, abbraccia l'evoluzione di questi due splendidi personaggi appartenenti a generazioni diverse e molto distanti ma che hanno più di un aspetto in comune.

Momo è a suo modo un emarginato proprio come lo fu Rosa ai tempi del Nazismo, essendo un'ebrea riuscita a sopravvivere al campo di sterminio di Auschiwitz. Ponti però non ha dedicato molto spazio a questo elemento, un po' perché abusato e un po' perché - probabilmente - affrontarlo a dovere in appena 1 ora e 30 di durata sarebbe stato alquanto complicato. Il regista ha preferito concentrarsi sui rapporti umani, comunque centrali nell'economia del film e tendenzialmente soddisfacenti.

A tenere in piedi il titolo ci pensa una magnetica e bravissima Sophia Loren, qui alla sua terza collaborazione con il figlio regista, di ritorno sul grande schermo in un ruolo da protagonista a distanza di 11 anni dal Nine di Rob Marshall. A 86 anni la Loren sembra non aver messo da parte la forza attrattiva ed espressiva delle sue viscerali e sentite interpretazioni, puntando anche questa volta in alto, sfruttando il suo inconfondibile timbro napoletano e lavorando molto con gli acciacchi del tempo e i cambiamenti del suo corpo. È un'attrice intramontabile che sa essere credibile nel ruolo di questa donna chioccia che bada prima agli altri che a sé stessa, nonostante l'età e i tanti problemi.

Non si interessa minimamente del giudizio altrui e lancia sproloqui senza troppe difficoltà anche ai bambini (i vaffan***o in dialetto si sprecano), che cresce in modo umano ma distaccato, forse per non affezionarsi troppo. È una leonessa urbana alla fine della sua esistenza che ha solo bisogno di condividere gli ultimi istanti di vita con qualcuno da amare, e Momo è la persona giusta al momento giusto, proprio lui che sogna di essere coccolato da una leonessa, simbolo di genitorialità.

Bisogna anche ammettere che la performance dell'esordiente Ibrahima Gueye sa essere spesso di grande impatto empatico, specie nei sorrisi o nelle lacrime, quando è al massimo della sua libertà emotiva. Un talento grezzo che vale la pena levigare per tirare fuori il meglio, il potenziale immanente che ne La vita davanti a sé traspare ancora opaco ma efficace, lungo tutto il tragitto interpretativo. Al fianco della Loren dà il meglio di sé e il loro rapporto è carico di commozione e bellezza. Ad accomunarli anche l'appartenenza alla stessa "razza sociale", quella dei disillusi. Dice Momo: "Sono giovane e ho tutta la vita davanti. Lo so, ma io alla felicità non voglio mica leccargli il cu*o. Se viene, bene. Sennò, chi se ne frega". Godere dei piccoli momenti che ci vengono concessi e provare a estrarne tutto il bene possibile, senza aspettative, anche quando si rinuncia alla felicità. Tra l'altro lo dice anche Rosa: "È proprio quando non ci credi più che succedono le cose belle. È rassicurante".

Un film sentimentalmente pregevole a cui manca però una cornice formale adeguata, capace insomma di immortalare al meglio un frame dopo l'altro questo racconto trans-generazionale e multietnico che ha davvero tanto da dire e da trasmettere ma la cui potenza è ridotta all'osso, allo stretto necessario, da una visione purtroppo non troppo soddisfacente. Vale la pena vederlo per ammirare la Loren in un ruolo che potrebbe condurla agli Oscar 2021 e per godersi una storia d'amore e di crescita sufficientemente intensa per commuovere.

La vita davanti a sé La vita davanti a sé di Edoardo Ponti è un pregevole adattamento dell'omonimo romanzo di Romain Gary ambientato nella Parigi del Sud Italia, Bari, dove però è soprattutto il tratto sentimentale ed emotivo del racconto a prendere il sopravvento sul resto. La forma e lo stile del regista sembrano non essere ancora totalmente formati, ma è nell'interpretazione di un'ammaliante Sophia Loren che si trova tutto il senso e il potere del film, specie nello sviluppo della relazione semi-genitoriale con il piccolo Momo, interpretato invece da un bravo ma ancora grezzo Ibrhaima Gueye, esordiente convincente. La storia di una Leonessa e di un Bambino dal calore mediterraneo. Una "fiaba" urbana, commovente e multietnica che potrebbe portare la Loren fino agli Oscar 2021.

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