Recensione La ragazza che giocava con il fuoco

Una cattiva ragazza, con cattive compagnie

Recensione La ragazza che giocava con il fuoco
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La Scandinavia, dopo aver rappresentato per decenni l'angolo onirico d'Europa, fatto di Fiordi, grandi distese ghiacciate illuminate dal Sole di Mezzanotte, ritratta dalle opere di Bergman e Sjostrom, sta scoprendo il suo lato più oscuro, quello nascosto nei quartieri bui di Stoccolma, in cui la malavita e le peggio perversioni si intersecano. Stieg Larsson si inserisce proprio in questo filone, la sua trilogia di romanzi, dedicata alle avventure del direttore della rivista Millenium e all'affascinante, quanto pericolosa, Hacker sociopatica Lisbeth Salander, ha saputo svelare il cuore nero dell'altrimenti perfetta (e artificiosa) società svedese unendo a uno stile furbo la capacità di costruire personaggi tanto borderline quanto interessanti. Dopo il successo di Uomini che odiano le donne, Yellow Bird, la casa di produzione italo - svedese (è di proprietà di De Agostini) che possiede i diritti dell'intera trilogia ha iniziato subito a lavorare sul secondo episodio, sfruttando un metodo di lavoro affine a quello usato da Jackson per Il Signore degli Anelli. Tuttavia, per comprimere ulteriormente i tempi, mentre il regista del primo capitolo era impegnato nella post - produzione, gli attori hanno cominciato subito a lavorare con Daniel Alfredson, quasi esordiente autore svedese, noto in patria principalmente per alcune regie televisive.

La ragazza che giocava con il fuoco non tradisce le atmosfere del capitolo precedente, siamo di nuovo a Stoccolma e, a un anno di distanza dall'affare Vanger, Mikael (Nyqvist) è tornato al timone di Millenium, mentre di Lisbeth (Rapace) si sono perse le tracce. Un giorno si presenta nella redazione del giornale un giovanissimo freelance, Dag, con in mano un'inchiesta esplosiva sul traffico di ragazzine minorenni dai paesi dell'Est che coinvolgerebbe alcuni pezzi grossi del governo e delle istituzioni. Poche settimane prima della pubblicazione, però, Dag e la sua fidanzata vengono trovati uccisi nel loro appartamento, e sulla scena del crimine l'unica arma lasciata è una Colt Magnum con sopra le impronte digitali di Lisbeth. Convinto dell'innocenza della ragazza, Mikael si mette sulle sue tracce, finendo al centro di un intrigo che coinvolge i Servizi di Sicurezza, una ex spia sovietica corrotta e l'infanzia della stessa Lisbeth. Molti autori sostengono che la parte centrale di una trilogia sia la più difficile da realizzare, perché "non comincia né finisce"; se nel primo film dovevamo ancora conoscere i personaggi e buona parte della narrazione era funzionale a farci entrare in sintonia con la Svezia buia e umida di Larsson e nel terzo, probabilmente, avremo la chiosa perfetta di tutte le vicende inziate, il capitolo di mezzo della saga rischia di essere pericolosamente monco, insoddisfacente per certi versi. La ragazza che giocava con il fuoco sfiora questo rischio, con una prima parte che concede molto poco all'avventura e si dipana con lentezza quasi scacchistica, mentre il film sembra trascinarsi nel già visto, nonostante inizi in media res, non concedendo allo spettatore neppure un minimo riassunto delle puntate precedenti. A poco a poco però, le rivelazioni cominciano a farsi incalzanti, e la vicenda si dipana sotto i nostri occhi e tutti i pezzi finiscono al loro posto, tuttavia, nonostante la struttura di base funzioni più che bene, in Uomini che odiano le donne, la progressione era molto più elegante, con i silenzi meglio dosati e un setting da detective Story di Agatha Christe pressoché perfetto. Qui, invece, la storia si allarga, andando a coinvolgere nuovi protagonisti che spostano il baricentro del racconto dal thriller psicologico all'intrigo internazionale, mostrando l'inadeguatezza di alcune scelte narrative. Lisbeth e Mikael restano due personaggi pressoché perfetti, soprattutto l'interpretazione della Rapace, ormai pressoché in mimesi con la sua protagonista, ma è il contorno a segnare qualche ruggine. La vicenda iniziale incentrata sul traffico di prostitute viene presto accantonata, spostando l'attenzione sulle complesse vicende familiari della nostra Hacker, così per lo spettatore che non ha letto il libro diventa molto difficile capire come si sono risolte alcune questioni, allo stesso modo dopo la rivelazione di metà film, il regista sembra più interessato a preparare il terreno per lo scontro finale che vedremo, forse, nel terzo capitolo e lascia pressoché inespressa l'analisi di Larsson, volta a presentare Lisbeth come una figura tragica, figlia di un sistema iper - protettivo ma anche iper - trofico, incapace di tenere a bada i suoi molteplici tentacoli.
Se la critica alla società svedese sparisce fra le pieghe della pellicola, però, lo stesso non si può dire della tensione emotiva, a fronte di un inizio non certo intrigante, la parte finale del film riserva più di una sorpresa e tiene viva l'attenzione fino al finale, un po' troppo aperto per i nostri gusti ma abbastanza soddisfacente.

La ragazza che giocava con il fuoco La ragazza che giocava con il fuoco è un buon film di genere, che risponde a tutti i cliché classici dei thriller. Rispetto al suo predecessore forse il ritmo ha perso qualche colpo e la storia ingrana con meno rapidità, ma, nell’ottica del terzo episodio, previsto per la prossima primavera, questo episodio va inteso come il classico sorbetto che si serve fra il pesce e la carne, leggero, ma fondamentale per preparasi al gran finale.

6.5

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