La profezia dell'armadillo, recensione: Zerocalcare dalla carta allo schermo

Il fumetto di culto targato Zerocalcare arriva sullo schermo in una versione molto semplificata ma tutto sommato efficace.

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Quella de La profezia dell'armadillo, trasposizione cinematografica dell'omonimo fumetto scritto e disegnato da Zerocalcare, era una sfida che molti davano per persa già in partenza: come si fa, infatti, a portare sullo schermo, per giunta in live action, un mondo ironico e stralunato il cui fascino sta proprio nel tratto surreale dell'artista, nella presenza di elementi dichiaratamente folli che al cinema non possono essere trasposti?
Per ovvie questioni di diritti, la madre di Zero non può avere le fattezze di Lady Cocca, così come i vari lati della sua personalità non possono essere rappresentati da Yoda o Obi-Wan Kenobi. Quanto a Terrence Malick, altra manifestazione di ciò che accade nella testa del protagonista, egli è solo menzionato, mai mostrato.
Se a questo aggiungiamo la presenza dell'armadillo, coinquilino immaginario di Zero che al cinema è reso tramite un attore in costume, capiamo perché i dubbi non sono stati pochi, dall'annuncio del progetto - che inizialmente doveva essere diretto da Valerio Mastandrea - all'uscita del trailer, fino alla sua prima proiezione pubblica in occasione della 75. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. A visione avvenuta, possiamo affermare che il prodotto finale non è esente da problemi. Eppure, nel suo piccolo, funziona discretamente.

Rebibbia oggi

La trama è, grosso modo, la stessa dell'opera a fumetti: la vita quotidiana di Zero (Simone Liberati) viene sconvolta dalla notizia della morte dell'amica d'infanzia Camille, con cui i contatti si erano fatti scarsi negli ultimi anni.
Ci sono gli amici Secco (Pietro Castellitto) e Greta (Diana Del Bufalo), c'è la madre (Laura Morante), c'è l'armadillo (Valiero Aprea). Sono rimasti anche alcuni episodi minori, come quello del vicino di casa (Teco Celio), mentre altri sono stati sostituiti da intermezzi alternativi, sempre incentrati sulle vite insoddisfatte di Zero, Secco e compagnia bella a Rebibbia e dintorni.
Ed è proprio nella riproposizione sincera e aggiornata delle frustrazioni della gioventù odierna in Italia che La Profezia dell'Armadillo trova sullo schermo la sua anima narrativa ed emotiva, regalandoci un romanzo di formazione sui generis pieno di amarezza e sarcasmo, in un microcosmo riconoscibile ma comunque leggermente fuori dal mondo.
Rimane quell'incertezza di fondo tra il voler abbracciare pienamente il lato surreale o lasciarlo quasi sullo sfondo, un'incertezza dovuta, forse, anche alla scelta di un regista alle prime armi, per quanto visibilmente interessato a rendere il più possibile giustizia all'opera di Zerocalcare.
Paradossalmente, l'idea più rischiosa dell'esordiente Emanuele Scaringi si rivela quella più azzeccata: la qualità "artigianale" della rappresentazione dell'armadillo al cinema è al contempo straniante, chiave perfetta per accedere a un universo che fa ridere, piangere, riflettere.
Un universo che, pur non potendo replicare pienamente la ricchezza immaginifica della fonte letteraria, costituisce un esempio di cinema italiano giovane da sostenere e incoraggiare.

La Profezia dell'Armadillo Il celebre fumetto di Zerocalcare arriva sul grande schermo, sacrificando molte trovate geniali ma conservando intatto lo spirito agrodolce della fonte. Le frustrazioni di Zero e dei suoi amici nel quartiere di Rebibbia, commentate da un armadillo il cui look straniante si rivela l'elemento più efficace del film, rimangono coinvolgenti dall'inizio alla fine, al servizio di un racconto di gioventù imperfetto, ma anche sincero e divertente.

6.5

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