Recensione La principessa e il ranocchio

Il quarantanovesimo lungometraggio animato targato Disney

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Coinvolti nel dipartimento di animazione di Red e Toby nemiciamici (1981) e nella scrittura di Taron e la pentola magica (1985), tratto dal romanzo di Lloyd Alexander, John Musker e Ron Clements hanno praticamente portato avanti insieme una quasi trentennale carriera al servizio della Walt Disney pictures.
Carriera che, dopo il passaggio dietro la macchina da presa avvenuto con Basil l'investigatopo (1986), co-diretto da David Michener e Burny"Canto di Natale di Topolino"Mattinson, li ha visti, sempre in coppia, alla regia di alcuni tra i più noti classici d'animazione sfornati dalla major del caro vecchio Zio Walt nel ventennio 1989-2009, da La sirenetta (1989) a Il pianeta del tesoro (2002), passando per Aladdin (1992) e Hercules (1997).
Titoli cui si va ora ad aggiungere La principessa e il ranocchio, nuovo mix di narrazione avventurosa, storia d'amore e comicità prodotto dal veterano Peter"Chicken little"Del Vecchio e che vede impegnato come produttore esecutivo il responsabile creativo dei Walt Disney Animation Studios John Lasseter, regista di A bug's life-Megaminimondo (1998), Toy story-Il mondo dei giocattoli (1995) e Toy story 2-Woody e Buzz alla riscossa (1999).
Praticamente, da una storia sceneggiata dagli stessi Clements e Musker insieme al Rob Edwards spesso al servizio del piccolo schermo (alcuni episodi di Willy, il principe di Bel Air e de Gli amici di papà nel lungo curriculum), la versione riveduta e ribaltata del sempreverde racconto Il principe e il ranocchio dei fratelli Grimm, riguardante una principessa che trova il vero amore nel magnifico principe in cui si trasforma magicamente il ranocchio da lei baciato.

Arianna: la voce dell'innocenza

Per trovare la voce italiana di Charlotte, amica della protagonista, Disney Channel ha promosso attraverso il sito www.disneychannel.it un concorso la cui vincitrice si è rivelata Arianna Vignoli di Monterotondo, in provincia di Roma. Tra oltre diecimila bambine dai sei ai dieci anni, Arianna, che ne ha sette, è stata scelta da una giuria composta da personaggi del mondo dello spettacolo, da rappresentanti dei media e dallo staff tecnico della Walt Disney Company Italia, i quali hanno dato la seguente motivazione: per la naturalezza e la spontaneità che ricordano le voci classiche dell’età dell’oro del doppiaggio e i grandi classici Disney.

L'ultimo bacio?

Al centro della vicenda, infatti, abbiamo la giovane attraente e indipendente afroamericana Tiana, la quale, con il sogno di riuscire a dar vita a un ristorante, lavora duramente a New Orleans adorando la madre e mantenendo il padre vicino al suo cuore, tanto da non volere assolutamente sprecare il tempo dietro agli uomini e alla ricerca dell'amore.
Almeno fino al giorno in cui si ritrova trasformata in femmina anfibio dopo aver baciato un ranocchio dietro le cui fattezze, in realtà, si nasconde l'irresponsabile e pigro principe Naven, così ridotto da un incantesimo voodoo orchestrato dall'ambiguo e minaccioso dottor Facilier, il quale è solito utilizzare i suoi legami con gli "amici dell'altro mondo" per ottenere ciò che vuole.
Ed è solo l'inizio di una frenetica avventura senza tregua tra le regioni paludose del delta della Louisiana e del Mississipi conosciute come bayou che, in mezzo a cacciatori di rane, alligatori affamati e pericoli imprevisti, vede progressivamente coinvolti buffi e più o meno simpatici personaggi; da Raymond detto Ray, lucciola Cajun innamorata, alla centonovantasettenne non vedente Mama Odie, passando per il coccodrillo Louis, appassionato di jazz e in fissa con la tromba.
Per una varietà di figure che, nella versione italiana del film, hanno le voci di
Luca Ward, Pino Insegno e Luca Laurenti, mentre Sergio Cammariere canta La vita a New Orleans, nei titoli di testa, e Karima Ammar interpreta le canzoni di Tiana, duettando anche con il tre volte vincitore del Grammy Award Ne-Yo nel bel singolo Never knew I needed, posto invece a conclusione della pellicola.

Ritorno al passato

Pellicola che, in una tradizione fondata tantissimi anni fa con l'uscita di Biancaneve e i sette nani (1934) di David Hand, rappresenta il quarantanovesimo lungometraggio d'animazione della Disney, del quale il succitato Lasseter osserva: "Se c'è una lezione da apprendere dallo stesso Walt Disney per portare i Walt Disney Animation Stusios nel futuro, è sfruttare la ricchezza del suo passato: le sue amate forme di narrazione, i suoi personaggi di successo, la sua ricchezza musicale, tutte queste cose sono una parte essenziale del nostro progetto fatto a mano".
Infatti, nel vedere personaggi come il serpente Zuju, che tanto ricorda il Kaa de Il libro della giungla (1967), o il ricco gentiluomo Eli La Bouff alias Big Daddy, ispirato a protagonisti letterari americani di opere come La gatta sul tetto che scotta e Piano, piano dolce Carlotta, ma molto vicino, nell'immagine, al padre di Wendy de Le avventure di Peter Pan (1953), non si può fare a meno di pensare a un vero e proprio ritorno al passato.
Ritorno al passato testimoniato anche dalla evidente impostazione proto-musical sullo stile de La bella e la bestia (1991) e Il re leone (1994), la quale, come lasciano ulteriormente intuire le parole di Musker, ben si sposa con l'ambientazione e il periodo storico: "John Lasseter ha adorato l'idea di New Orleans come ambientazione, con tutte le possibilità culturali, storiche, visive e magiche che questa città ci offre; abbiamo deciso che l'età del jazz aggiungeva un elemento di nostalgia e musicalità, così abbiamo voluto veramente giocare con gli archetipi delle fiabe".

2-D: Disney e Deja

Quindi, considerando che il periodo a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, tempestato di produzioni targate Pixar e Dreamworks, non ha fatto altro che proporre titolo dopo titolo elaborati cartoon realizzati tramite avanzatissime tecniche digitali atte soprattutto a fornire l'illusione di tridimensionalità del personaggio disegnato, La principessa e il ranocchio, con la sua animazione alla vecchia maniera, debitrice sia nei confronti dei già citati classici che dei lavori degli anni Novanta (si pensi a Pocahontas), sembra quasi rispecchiare quella tendenza che, con ogni probabilità a causa di una certa mancanza di idee, ha negli ultimi anni caratterizzato il cinema live action, sempre più propenso ad attingere dai modelli che hanno fatto scuola.
Una tendenza non sempre portatrice di buoni risultati, ma che, in questo caso, ci permette di poter godere di uno spettacolo disegnato capace quasi di catapultarci indietro nel tempo; quando, per stupire lo spettatore, non erano necessari particolari occhiali da inforcare durante la visione, ma era sufficiente fare ricorso ai tipici belli e brutti e buoni e cattivi delle favole scritte per renderli protagonisti, tramite carta e matite, di avvincenti storie traboccanti sentimenti, ironia per grandi e piccoli e tanto buonismo (???) tipico del creatore di Topolino.
Una formula da sempre vincente (basta guardare lo storico degli incassi) e sinonimo di magia sullo schermo, qui efficacemente ricreata per merito anche della supervisione operata da Andreas"Chi ha incastrato Roger Rabbit"Deja sull'animazione.
Anche se, all'interno dell'esilissimo script, i forse troppi momenti cantati si lasciano tranquillamente identificare quale non sempre funzionale stratagemma volto a camuffare la mancanza di idee di cui sopra.

La principessa e il ranocchio Autori de La sirenetta e Aladdin, John Musker e Ron Clements - sotto la produzione esecutiva del John Lasseter cui dobbiamo i primi due Toy story - ribaltano la fiaba de Il principe e il ranocchio dei fratelli Grimm attraverso una vicenda che, ambientata a New Orleans, nelle regioni paludose del delta della Louisiana e del Mississipi conosciute come bayou, abbandona coraggiosamente il moderno concetto di cartoon tridimensionale per recuperare la ricchezza del passato di casa Disney e, soprattutto, la tecnica dell’animazione eseguita a mano. Tra sentimenti, ironia indirizzata a grandi e piccoli e immancabile buonismo tipico del creatore di Topolino, ne consegue un prodotto caratterizzato dalla tipica magia che permeava i grandi classici di Zio Walt Anche se, all’interno dell’esilissimo script, i forse troppi momenti cantati si lasciano tranquillamente identificare quale non sempre funzionale stratagemma volto a camuffare una certa mancanza di idee.

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