Recensione La prima cosa bella

Livorno al centro di una commedia corale sui sentimenti. Dirige Paolo Virzì

recensione La prima cosa bella
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Dal suo esordio dietro la macchina da presa - avvenuto nel 1994 con La bella vita - Paolo Virzì ha saputo nutrire di buon cinema, intelligente, ma non autoreferenziale e intellettualistico, la commedia italiana, dando voce a quelle tante esistenze che popolano la nostra multiforme penisola, provinciale o borghese, bigotta o picaresca. Oggi al suo undicesimo lungometraggio e a distanza di dodici anni dal successo di Ovosodo, Virzì fa un altro salto nel passato, tornando a girare nella sua Livorno. E lo fa realizzando un film apologetico sull'amore, sentimento profondamente complesso e sfaccettato che gremisce irregolarmente le esistenze d'individui, famiglie e, talvolta, intere città. La necessità di questo film, come Virzì stesso ha dichiarato, nasce dalla volontà di rischiarare la grigia realtà con un sereno ottimismo. "Forse per via di questo nostro periodaccio, in cui nella società ribollono sentimenti astiosi, sfiducia, risentimento, e forse anche perché il mio ultimo film, Tutta la vita davanti, mi aveva portato a confrontarmi con questioni sconfortanti del nostro tempo e a mettere in scena personaggi anche inquietanti, stavolta son corso volentieri a rifugiarmi nel tepore del racconto di personaggi a cui voler tanto bene: il ciclo della vita, col suo mistero struggente, ma anche gioioso, in una famiglia in fondo come tante. Per una volta, forse, niente problematica sociale, ma pezzi palpitanti del mio cuore". Grazie a una sensibile nota autobiografica e al tangibile Virzì touch, il regista labronico raggiunge con questo suo lavoro l'apice delle qualità artistico-registiche già apprezzate in altre sue performance (oltre ai due già citati, Caterina va in città, Baci e Abbracci, Ferie d'agosto) conferendo all'opera un carattere profondamente esistenziale e atemporale.

La prima cosa bella che ho avuto dalla vita...

Nel 1970 Nicola Di Bari, insieme ai Ricchi e Poveri, debuttava a Sanremo con la ballata folk La prima cosa bella, ottenendo un insperato successo. Nel 1971 Anna Nigiotti in Michelucci (Micaela Ramazzotti di C'e n'è per tutti e Tutta la vita davanti), giovane, sprovveduta e bellissima mamma, viene eletta Miss di un popolare stabilimento balneare di Livorno, davanti a una folla di maschi in visibilio, agli occhi gelosi del marito e a quelli giudicanti del piccolo Bruno. Quel momento consacrerà la bellezza di Anna quale causa scatenante delle sue successive vicissitudini, che la porteranno a essere sbattuta fuori casa dal marito, roso dal tarlo della gelosia, e a vagabondare coi figli piccoli (Bruno di otto anni e Valeria di cinque) per le vie di una inospitale Livorno in cerca di una sistemazione, sempre piuttosto precaria. Come unico alleato avrà la sua inesauribile energia, bellezza umana in senso lato, dote che le permetterà di reagire ad ogni colpo infertole dalla vita con un'impensata grinta, scrollandosi via di dosso le chiacchiere bigotte della gente, l'invidia della sorella e le tante avversità, al solo intonare coi figli allegre canzonette (come La prima cosa bella del titolo) dal potere anestetizzante. Diversamente da lei, l'introverso, pensoso e smagato Bruno, suo primogenito, non è mai riuscito a elaborare il lutto di quel dolore, della sofferenza causatagli da una madre bella ed eversiva che lui non è mai riuscito a capire fino in fondo, finendo per rifarsi una vita altrove e recidere il doloroso cordone ombelicale che lo legava ai ricordi di quel trio scapestrato e indivisibile (lui, la madre e la sorella). Oggi, a distanza di quasi quarant'anni, meno acerba nell'aspetto, ma ancora irresistibilmente vivace e attraente, Anna (Stefania Sandrelli) esercita lo stesso potere seduttivo di una volta anche sui degenti dell'ospedale nel quale è ricoverata in fin di vita. Bruno (Valerio Mastandrea di Good morning aman, Non pensarci e Tutta la vita davanti), contattato dalla sorella Valeria (Claudia Pandolfi di Cosmonauta, I liceali, Due partite) per porgere l'ultimo saluto alla madre, tornerà controvoglia nella città natia che ancora ospita i fantasmi, sottoforma di memorie, della sua infanzia. Quei ricordi, nostalgici e dolorosi di ciò che è rimasto sepolto in quel difficile passato, riemergeranno per dar vita a un'inattesa e toccante riconciliazione che infine accomiaterà Anna dalla vita con lo stesso inesauribile ottimismo che l'ha da sempre contraddistinta.

Ritorno al passato

Il processo di ritorno alle origini intrapreso da Virzì con questo suo film, che ritrova la sua città e inserisce nella trama filmica una serie di note autobiografiche molto intime, vale macroscopicamente anche per la presenza di un retaggio cinematografico tutto italiano. Sulla scorta di film della migliore commedia italiana anni cinquanta-settanta e attingendo a maestri del calibro di Scola e Monicelli e forse in qualche misura a Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, col quale il film di Virzì condivide anche il personaggio della Sandrelli (che oggi interpreta Anna Nicolucci dei giorni nostri), il cineasta toscano compie un plurimo omaggio al passato: alla sua infanzia, alle origini della sua carriera e alla buona commedia italiana di risate e sentimenti. E il pregio di questa parabola corale sugli affetti, sta proprio nell'autenticità emotiva rievocata dalla pletora di personaggi, tutti brillantemente in parte con un Mastandrea che, anche nella nuova veste livornese, spicca per l'eloquenza espressiva della sua bolla di anaffettività e una Ramazzotti che dimostra, scena dopo scena, di aver raggiunto una notevole maturità attoriale. Non da meno le prove di Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri, Sergio Albelli e anche quelle dei piccoli interpreti di Bruno e Valeria junior. Tutte le recitazioni sembrano fluire naturalmente e melodiosamente nella storia, senza stonature di sorta. Attraverso i lunghi piani-sequenza in stile quasi teatrale, le incursioni nel passato dei molti flashback che alternano i diversi piani temporali, l'ottima fotografia (di Nicola Pecorini), un'alternarsi di luci e ombre attorno a una Livorno contaminata dai pettegolezzi della gente, ma rischiarata dal sorriso fiducioso di Anna, la personale e curata colonna sonora di Carlo Virzì (fratello di Paolo), e la commistione dei registri comico e drammatico, Paolo Virzì narra con lucida perspicuità una storia scevra da prerogative temporali e spaziali per compiere quel ritorno verso casa, quel percorso di riconciliazione con la vita che, come in un'arcadia perduta, deve ritrovare il suo incanto e la sua innocenza. Sembra, in fin dei conti, che al pari del protagonista Bruno, capace di svelenire la sua esistenza attraverso una riconciliazione simbolica con la madre e reale con sé stesso, liberandosi di quella corazza di tempo e lontananza che lui ha frapposto fra sé e i sentimenti, anche Virzì tenti di fare lo stesso realizzando con La prima cosa bella il suo film più intimo e ottimista e chiudendo il cerchio della patria perduta e ritrovata che si aprì nel 1997 con Ovosodo.

Amori difficili

Pur analizzato nel suo rapporto con l'antitetica morte, il leitmotiv del film rimane comunque l'amore, qui declinato in tutte le sue forme, capace di generare sentimenti controversi come gelosia, invidia, ritrosia, vergogna ma che rimane ciononostante il grande motore di quell'ingranaggio che è la vita. Amori così profondi eppure tanto dolorosi da lacerare l'anima. Emozioni così ingombranti che rischiano di diventare gli spauracchi di una vita. Ma nel lavoro di Virzì ciò che prevale è l'ottimismo e, nonostante il film riesca a essere molto commovente, non (s)cade mai nel sentimentalismo fine a sé stesso, cercando sempre di rimanere saldo sui propri piedi come fanno d'altronde tutti i suoi personaggi, senza peraltro tirare in ballo connotazioni politiche o sociali (certo c'è la contestualizzazione livornese, ma non è quella la chiave del film) che fanno solo da sfondo alla storia. E nel suo doloroso peregrinare in uno strazio di cuori che fanno scintille sfregandosi, la storia riesce infine a riparare in un porto sicuro, dove abitano e primeggiano l'ottimismo e la solarità di vite tanto comuni quanto eccezionali. Insomma il cinema italiano che sempre vorremmo vedere e di cui amiamo far parte.

La prima cosa bella Tornato a Livorno per ritrovare la sua patria perduta, Paolo Virzì firma in sodalizio coi suoi due sceneggiatori (Francesco Bruni e Francesco Piccolo) La prima cosa bella, il suo film più intimo e (forse) riuscito. Partendo da elementi autobiografici e dall’assunto di volersi riappacificare con la vita e con le insidie affettive che questa ci pone regolarmente di fronte, Virzì attinge ai grandi della commedia italiana per realizzare un film amaro e ironico, originale e moderno, capace di galvanizzare anche gli animi più sopiti. Originale soprattutto per come il film riesce nell'intento di esacerbare e placare gli stati dell’amore, declinati nei loro tanti aspetti e capaci di generare sentimenti controversi come gelosia, invidia, ritrosia, vergogna ma che rimangono ciononostante il grande motore di quel delicato ingranaggio che è la vita.

8.5

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