La piccola boss, la recensione del film di Tina Gordon

Una tirannica donna d'affari, bullizzata quando era piccola, è vittima di una maledizione che la fa ritornare bambina.

recensione La piccola boss, la recensione del film di Tina Gordon
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Da bambina Jordan Sanders è stata vittima di bullismo, con un episodio clou avvenuto allo show scolastico di fine anno durante il quale la sua esibizione è finita nel peggiore dei modi. Al presente filmico Jordan è invece un'affermata donna d'affari che, scottata da quanto vissuto nella propria infanzia, ha sviluppato un carattere autoritario e poco comprensivo nei confronti dei dipendenti dell'agenzia in cui lavora, specializzata nella progettazione di app per cellulari.

In La piccola boss la protagonista riceve una maledizione da parte di una bambina che ha trattato male in seguito a una discussione, con la piccola che le ha augurato di tornare ella stessa bambina in modo da discutere ad armi pari. Magicamente l'auspicio si avvera e il giorno dopo Jordan si risveglia nel corpo della sua versione tredicenne.
In seguito allo shock iniziale si trova così costretta a chiedere aiuto alla sua assistente April Williams, spesso dileggiata e ignorata durante il loro lungo periodo di collaborazione, per organizzare i prossimi step della compagnia, nella speranza di trovare il prima possibile un modo per tornare adulta. Nel frattempo però Jordan è costretta a tornare a scuola e ad affrontare i propri demoni del passato, con la partecipazione a un nuovo talent-show fra le aule dell'istituto.

Voglia di crescere

Una sorta di Big (1988) ad età invertite ed in salsa afroamericana, con l'antipatica protagonista che torna bambina e affronta un percorso catartico alla scoperta della vera se stessa. La distribuzione nelle sale italiane de La piccola boss sembra purtroppo un "fondo di magazzino", nonostante l'uscita americana risalga solo a qualche mese fa. Ci troviamo infatti davanti a un titolo modesto e privo di reali meriti, rivolto in patria a una platea ben precisa che in Italia è più difficile da catturare. Sempre pronti a essere smentiti dai fatti, andiamo comunque ad elencare i (pochi) pregi e i difetti del secondo lavoro dietro la macchina da presa della regista Tina Gordon, che arriva a sei anni dall'esordio Peeples (2013).

Con un voice-over che apre e chiude in prologo ed epilogo il cerchio narrativo, che si compie seguendo i più ovvi passaggi catartici e retorici del caso, la storia introduce il personaggio di Jordan prima nella sua versione bambina e poco dopo in quella adulta, salvo ibridarli successivamente in una creatura unica dalle sembianze infanti ma dal carattere adulto. Un risultato sulla carta ricco di potenzialità e non certo nuovo nel cinema degli equivoci in chiave fantastica, ma qui capace solo a tratti di far emergere le contraddizioni e i problemi di una situazione così paradossale.

Back to school

I cento minuti di visione sono mossi da una leggerezza eccessiva, con il ritorno a scuola di Jordan che inserisce ulteriori momenti gratuitamente emozionali nella riscoperta dei veri valori e nell'importanza di superare i traumi personali per comprendere appieno gli altri. La macchina comica, di matrice dichiaratamente black tra slang e quant'altro, funziona più nella parte iniziale, con un paio di gag discretamente divertenti nel breve lasso di tempo in cui la Nostra deve affrontare la sua inaspettata condizione, si perde però strada facendo in un sentimentalismo spiccio con tanto di involontario inno all'alta moda, che coinvolge anche piccoli scolari in scene potenzialmente controverse.

La fondamentale figura d'appoggio dell'assistente April, che sfruttando l'occasione riesce finalmente a dimostrare quanto valga, offre altre sfumature psicologiche alle situazioni in cui spesso i sottoposti si trovano coinvolti, ma la critica sociale è soltanto un accenno alla verve ilare che caratterizza la pressoché totalità del racconto. A sopperire in parte ai limiti di una sceneggiatura e relativa messa in scena ci pensano le buone performance del cast femminile, con le navigate Regina Hall e Issa Rae in aggiunta alla quattordicenne Marsai Martin (che risulta anche come produttrice, la più giovane di sempre nella storia di Hollywood) a dar vita a scatenati siparietti.

La piccola boss Una commedia al femminile "all black" che segue a parti invertite le linee guida di un grande classico del filone "trasmigrante" come Big (1988). La piccola boss non nasconde la propria leggerezza di fondo facendone però uno scudo nel tentativo di nascondere i limiti e le ovvietà di una sceneggiatura che, attraverso l'incipit fantastico, racconta il percorso catartico vissuto dalla protagonista, autoritaria donna-manager bullizzata durante la propria infanzia che si ritrova a vivere nella sua versione bambina in seguito a una maledizione. Il forzato ritorno tra le aule scolastiche e la necessaria collaborazione con la sua assistente danno vita a gag e battute raramente ispirati, fino a un epilogo dal sapore consolatorio quanto mai prevedibile.

5

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