La partita, recensione del film su Netflix con Francesco Pannofino

I film sul calcio hanno subito un andirivieni di qualità che ha colpito inevitabilmente anche l'Italia, che in maniera romantica racconta lo sport.

recensione La partita, recensione del film su Netflix con Francesco Pannofino
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C'è un'Italia cinematografica convinta che per poter trasmettere un sentimento forte sia necessario urlare. Farlo fino a diventare rossi come palloni che stanno per scoppiare, trasmettendo qualcosa che sussurrando, invece, non sarebbe mai potuto arrivare. Di questa corrente nel cinema contemporaneo è sicuramente massima espressione la filmografia di Gabriele Muccino, il principe della recitazione urlata, dei litigi e dell'incapacità di, come l'aveva definita Paolo Genovese per mano di Marco Giallini, disinnescare.
Il film di Francesco Carnesecchi, che arriva su Netflix dopo una timida distribuzione a febbraio sospesa per il COVID-19, è anche questo, ma non solo.
Perché La partita ci racconta una storia sporca, che usa il calcio come pretesto per mettere in piedi una danza di personaggi ai bordi della civiltà, in quella Roma che presta spesso il fianco agli aspetti più drammatici e accorati della sua popolazione.

Quella maledetta finale

La partita ci mette dinanzi, per l'appunto, a una partita di calcio. Campo di periferia, di quella che a Roma è frequentata da chi deve andarci con la propria ragazza o da chi cerca un luogo appartato per spacciare droga, o più semplicemente per piazzare una scommessa clandestina su una partita.
Non importa se si tratta di ragazzini: il denaro non puzza mai. Mentre sul campetto di terra, polvere e gesso usato per tracciare le linee, si consuma il dramma di Claudio (Francesco Pannofino), un allenatore stufo di perdere finali, fuori dal centro sportivo prende piede la disgraziata vita del proprietario della struttura, Italo, interpretato da quell'Alberto Di Stasio che il pubblico italiano ha (ri)scoperto grazie a Boris e al suo ruolo di Sergio Vannucci.
Schiavo di investimenti poco oculati, di sconfitte di vita e anche di un figlio tossico che gli propone affari strampalati, il suo personaggio è ossessionato dalle scommesse, disposto a vendere anche i propri ragazzi per poter portare a casa la dignità, legata alle monete.

Nel suo esasperato cercare di corrompere l'intero mondo arriva anche a implorare Claudio, allenatore della squadra, di ottenere il risultato sul quale lui ha scommesso, per non dover perdere tutto ciò che gli è rimasto.
Nella dicotomia tra i due personaggi, solo una delle tante che si riversano nella sceneggiatura de La partita, si manifesta anche l'amore, forse atavico del regista stesso, per il calcio primordiale, per quello della terra, lontano dal sintetico, dai ragionamenti economici, dai motivi burocratici.
Quello maledetto, senza il nome dietro la maglietta e che è destinato a pugni e scazzottate, con buona pace di quel fischietto che decide di scendere in campo per qualche decina di euro di rimborso.

Il calcio sporco e polveroso

L'affetto per un calcio da strada, al quale bastano due porte, qualche linea e ventidue giocatori, si manifesta a più riprese nel lungometraggio di Carnesecchi, che insiste sulla volontà di far sopravvivere il calcio di periferia, neanche quello di provincia.
Un sogno che si rivede negli occhi di Italo, ma che è figlio anche delle continue sconfitte di Claudio, che nel suo fare l'allenatore non è riuscito mai a trionfare, forse perché sempre dal lato sbagliato della barricata. Quello sul quale nessuno scommette.

E mentre alcuni suoi ragazzi si lasciano convincere a entrare in un giro di stupefacenti, il top player della squadra deve combattere tra il sogno di diventare qualcuno e l'amarezza di dover sottostare ai sotterfugi del padre, altro invischiato nel giogo delle scommesse. Ne La partita tutto si intreccia sfociando nella miseria e in quel chiacchiericcio urlato e disgraziato che, soprattutto a Roma, è spesso protagonista delle pellicole di denuncia.
A fare da tappeto alla vicenda l'introduzione da radio giornale che ricorda come in Italia, paese fondato sul calcio, nell'incredibile numero di scuole giovanili e l'esorbitante quantità di talenti che da giovani sperano di arrivare in Serie A, a farcela sono meno di dieci ogni anno.

La partita è un film al quale piace la sporcizia, la polvere, la fatica. I volti non sono mai puliti o messi in tiro: le controparti femminili indossano vestiti che con cattiveria vengono apostrofati dalle cognate indigeste, mentre i personaggi maschili fanno della polvere il proprio manto. Tra chi ingurgita panini preparati sul cofano dell'automobile e chi invece fa dell'unto il proprio shampoo, la scenografia ci permette di capire com'è la vita di periferia a seguire il calcio.
Insulti dalle tribune, genitori disposti ad accapigliarsi pur di sfogare lo stress accumulato durante la settimana e ragazzi in campo che non hanno mai temuto il muso duro a scapito della parola gentile.
La finestra che Carnesecchi ci mette a disposizione sul calcio è un riassunto della realtà che appartiene alle periferie che non sempre vengono prese in considerazione nei racconti altolocati dello sport.

Lo sport come metafora di vita

Perché la filmografia sportiva, non solo quella italiana, si sofferma raramente sulle realtà meno romantiche, più caserecce: se Goal! ci aveva raccontato la storia di un successo epocale, partendo sì dalla terra ma finendo tra le stelle del firmamento del Real Madrid, non da meno sono stati altri prodotti che dal calcio hanno cercato sempre di estrapolare la visione di maggior successo, come elemento di riscossa sociale e di rivendicazione dei propri sacrifici. Basti pensare anche a Pelé. La partita non ha minimamente questa intenzione e lo racconta anche in quel non del tutto chiaro salto temporale che compie la sceneggiatura in alcuni momenti, tra cui la fine, nelle morigerate parole del campione destinato a ripensare ai suoi momenti da calciatore con nostalgia, ma con uno scarso interesse verso il suo fallimento.

La partita racconta l'intera vicenda in maniera agitata, partendo con l'idea di regalarci una commedia basata sul pallone e finisce invece in una parabola sul nichilismo che accompagna i comprimari, tutti perfetti nelle loro caratterizzazioni, da Claudio Pannofino a Giorgio Colangeli. Registicamente interessante la scelta di affidare a delle piccole radio la contestualizzazione del periodo, che ci riporta alla memoria quel fatidico 5 maggio 2002, con Lazio e Inter una contro l'altra per un decisivo scudetto che si rivelerà poi una pietra miliare delle disfatte nerazzurre. Due mondi a confronto, perché se all'Olimpico si decide la sorte di milioni di euro, lo Sporting Roma di Francesco Pannofino ha ben altro da guadagnarsi: l'orgoglio. Quello che Carnesecchi ha dimostrato nel dirigere e scrivere La partita, che può risultare banale, a volte, che scade in qualche cliché, ma è sicuramente uno spaccato gradevole della sconfitta non sportiva ma sociale del nostro paese.

La partita La partita è un film d'esordio convincente, che lascia a Carnesecchi la possibilità di attirare su di sé l'attenzione dei più. Il suo lungometraggio è sporco quanto basta oltre a essere indubbiamente gradevole, al netto di quell'esasperazione del cinema urlato e dei cliché narrativi che costringono degli ottimi caratteristi come Pannofino e Di Stasio a replicare dei ruoli disgraziati e sempre in cerca della soluzione estrema per sopravvivere. Lo avevano fatto in Boris, ironizzando su ogni loro risultato, lo ripetono adesso in La partita, dimenandosi come dei personaggi in una gabbia dalla quale non si può uscire. Nemmeno col sintetico.

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