Recensione La papessa

L’epopea di una donna che osò sfidare il medievale barbarismo maschilista con intelligenza e carisma.

recensione La papessa
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La leggenda vuole che nell'814 d.c., alla vigilia dello sfaldamento dell'impero di Carlo Magno, una donna riuscì a scalare le gerarchie ecclesiastiche e ad accumulare sapere scientifico e religioso (cosa impensabile all'epoca per il gentil sesso) sotto mentite spoglie, facendosi passare per il fratello morto in battaglia e arrivando addirittura, alla morte di Papa Leone IV, a ricoprire la più alta carica ecclesiastica. Da un punto di vista prettamente storico l'esistenza di questo personaggio è molto in dubbio e la stessa figura di Johanna rimane avvolta nel mistero (anche perchè si narra che le tracce della sua esistenza siano state fatte accuratamente sparire), è tuttavia risaputo che esiste un periodo, a cavallo tra il regno di Papa Leone IV e quello di Benedetto III, un lasso temporale che va dall'853 all'855, in cui sembra esserci un buco papale. Leggenda popolare, satira religiosa e alcuni indizi a favore dell'esistenza di una presunta ‘ribelle', hanno colmato quel vuoto dando vita al personaggio di Johanna, raccontato nel Bildungsroman (romanzo di formazione) di Donna Woolfolk, e poi trasposto sul grande schermo per la regia di Sönke Wortmann (Il miracolo di Berna, Tutti lo vogliono).

Sfidare le regole...

Nell'epoca più buia che la storia ricordi, l'alto Medio Evo, sotto l'egemonia di un'istituzione che ancora oggi è appannaggio della comunità maschile, la Chiesa, una donna di bassa estrazione sociale ma dalle esimie virtù, Johanna (Johanna Wokalek vista in La banda Baader Meinhof), sceglie la via della ‘saggezza'. Rifiutandosi di sottostare alla barbara condizione della donna, questa decide infatti di sfidare il maschilismo regnante, la perfidia del padre (Iain Glein) e i precetti del tempo, dedicandosi ostinatamente allo studio della religione e della medicina. Riuscirà, grazie alla sua dote di bambina con la brama di sapere, a nutrire la mente con cultura e conoscenza: dapprima grazie agli insegnamenti del suo mentore Aesculapius e poi presso la Schola, nella cattedrale di Dorstadt, dove conoscerà anche il Conte Gerold, del quale s'innamorerà lasciando che in lei s'insinui quel barlume di vulnerabilità che poi, nell'epilogo, tornerà a esercitare il suo potere. In seguito, decisa a non rassegnarsi, Johanna andrà avanti sotto mentite spoglie: per seguire la sua ‘vocazione' assumerà infatti l'identità del fratello morto, trasformandosi in Fratello Johannes. La nuova identità maschile le permetterà di entrare nel monastero benedettino di Fulda dove, grazie alle competenze medico-scientifiche acquisite, riuscirà a guadagnarsi la stima dei fratelli (uomini che non si accorgono della sua vera natura sessuale). Più tardi, costretta a fuggire per salvaguardare il segreto che minaccia di essere svelato, raggiungerà Roma, dove riuscirà a guarire Papa Sergius e a diventare suo fidato consigliere. Rimarrà per molti anni presso la Curia Romana, ma quando il Papa verrà avvelenato dai suoi nemici, e Johanna sarà costretta a scegliere tra l'amore per Dio e quello per Gerold, sarà il destino a indicarle la strada prescelta.

Storia o leggenda?

Frutto di rielaborata verità o fantasie satiriche, la storia della Papessa Giovanna è senza dubbio un interessante spunto di riflessione. In primis perché la sua figura viene accostata a quella di donne temerarie e rivoluzionarie (come Caterina d'Alessandria o la stessa Ipazia recentemente raccontata nel film Agorà), in un tempo in cui essere donne voleva dire essere schiave, senza se e senza ma, e subire le infamie della società in un omertoso silenzio. Una donna che pur di ribellarsi a quell'intrico di umiliazioni, ha preferito mettere a repentaglio la propria vita, e mantenere integra la propria dignità. Una storia tanto lontana eppure così vicina, che, per apocrifa o vera che sia, ci induce a riflettere sul ruolo della donna, ai progressi fatti e alle ineguaglianze cui ancora oggi assistiamo, e sullo spirito controverso che anima la religione. Il film, dal canto suo, cerca di riprodurre fedelmente quelli che sono i nodi narrativi cruciali del romanzo: il carisma di una donna moderna, gli ostacoli che dovrà superare per arrivare là dove non le è concesso, le aberrazioni medievali e l'amore che sempre condiziona le vite umane. Sönke Wortmann fa girare tutta l'opera attorno al fascino ribelle della sua protagonista, rievocato dalla umile caparbietà che trasuda dal volto della Wokalek (la cui espressione vitrea tende talvolta a sopirne l'intensità), cui fanno da spalla un gigionesco e ridanciano John Goodman (Papa Sergius) e un etereo David Wenham (Conte Jerold), insipegabilmente sempre uguale a se stesso, a dispetto delle primavere che passano (nel film). Ma il cast, pur non amalgamato nel migliore dei modi, sembra essere il male minore...


Un'occasione sprecata

Ciò che veramente manca è il nerbo narrativo capace di accelerare i tempi, già di per sé piuttosto lunghi (siamo sulle due ore e mezza), amplificandone i contenuti, e una solida coerenza stilistica. Per contro, il film scivola via senza momenti degni di nota, facendosi a tratti troppo didascalico e avvalendosi di dialoghi che appaiono come dei vecchi adagi un po' svuotati di senso, più per come vengono espressi che per quello che esprimono, in un processo che sembra scavar via il contenuto in favore della forma. A ciò si aggiungono espedienti narrativi che non sempre rispecchiano logiche di causa-effetto (la nascita della storia tra Johanna e Jerold ci appare del tutto immotivata), interventi ultraterreni che alterano la concezione di divina provvidenza (Johanna scampa al matrimonio e poi subito dopo anche alla morte) e sviluppi temporali a tratti stranianti. Rigore, austerità, tono ieratico sono infine ciò che resta di un film che voleva fare del contrasto tra disciplina e ribellione, asservimento e lotta, il suo cavallo di battaglia, e che invece finisce per essere un compitino di trasposizione senza (forse) infamia e senza lode, che partito da un nobile intento si arena poi (anche per intrinseche vicende produttive) sui toni leziosi e un po' affettati di messa in scena e dialoghi. E il tutto, oltre a stonare con la tempra del personaggio di cui si narra, pronto a tutto pur di non scendere a compromessi, rende il film privo di carattere, relegandolo nel calderone delle occasioni sprecate. "Tutto ciò che è vecchio, un tempo è stato nuovo" dice Johanna, a sostegno del nuovo, del rinnovamento. Un'esortazione a osare che questa pellicola sembra totalmente ignorare. Fatto sta che, giunti ai titoli di coda, il film è già un ricordo sbiadito, e l'unico quesito che continua a solleticarci la mente, è se la papessa sia mai realmente esistita.

 


La papessa Trasponendo su grande schermo il romanzo di Donna Woolfolk sulla ‘presunta’ vita della Papessa Johanna, Sönke Wortmann confeziona uno pseudo dramma-storico che ha di encomiabile solo gli spunti di riflessione che si ripropone di generare. Le vicissitudini produttive che hanno procrastinato e dilatato i tempi di realizzazione del film, hanno probabilmente mal influito sulla coerenza narrativa e stilistica, dando vita a un film che pur aspirando a rievocare l’ardimento di un personaggio (donna) leggendario, risulta infine un lavoro poco più che mediocre.

5.5

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