Recensione La leggenda di Kaspar Hauser

Il fanta-western retrò di Manuli

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Per alcuni un impostore, per altri un rampollo principe del Baden, vittima sacrificale di intrighi dinastici. Ma chi fu veramente Kaspar Hauser?
Werner Herzog vi dedicò già il lungometraggio cinematografico L'enigma di Kaspar Hauser (1974), ma questo per mano di Davide Manuli affronta in maniera del tutto diversa il misterioso fatto di cronaca che, nell'Ottocento, vide protagonista in Germania il giovane di circa sedici anni, comparso all'improvviso in una piazza di Norimberga e che si scoprì aver trascorso buona parte della sua vita incatenato all'interno di una cella buia, dove un uomo gli portava cibo e lo picchiava quando faceva qualche rumore che potesse rivelarne la presenza.
Infatti, il cineasta intende continuare il discorso poetico intrapreso con il precedente Beket (2008), terzo tassello della sua trilogia in bianco e nero dedicata al tema della solitudine e cominciata tramite il corto Bombay: Arthur road prison (1998) e il lungo Girotondo, giro intorno al mondo (1998), ponendo - anche stavolta senza fare uso del colore - Silvia Calderoni nel ruolo di colui che, apparso improvvisamente dal nulla ed arrivato galleggiando sulla riva di una spiaggia, è il Fanciullo d'Europa, erede al trono, fatto sparire per oscuri motivi di potere quando era ancora piccolo.

Beket to the future

Colui che, dopo un prologo con dischi volanti e titoli di testa che già lasciano apprezzare la bella colonna sonora elettronica a firma di Vitalic (al secolo il parigino Pascal Arbez), sconvolge con il suo arrivo gli equilibri di un luogo lontano, desolato e senza tempo dove abitano solo la Granduchessa, la Veggente, il Drago e il Prete, rispettivamente con le fattezze di Claudia Gerini, Elisa"L'amore dura tre anni"Sednaoui, Marco Lampis e il Fabrizio Gifuni presente anche nel succitato, precedente lavoro del regista.
Senza contare il Vincent Gallo autore di Buffalo '66 (1998) e The brown bunny (2003), il quale concede anima e corpo sia al Pusher che allo Sceriffo, impegnato ad accudire e proteggere nel suo fortino Kaspar, che capisce presto chi sono i nemici e chi gli amici.
Mentre ci si chiede se sia un santo, un idiota, un impostore o, semplicemente, il Re della grottesca combriccola, immersa in naturali scenografie sarde tutt'altro che distanti da quelle che caratterizzano le immagini di tanti film western.
Immagini non prive di richiami bergmaniani nell'estetica, ma sfruttate da Manuli rievocando anche una certa teatralità (basterebbe citare la sequenza in cui lo Sceriffo insegna a Kaspar come fare il dj); man mano che attinge soprattutto (e in maniera dichiarata) dalla Nouvelle Vague degli anni Sessanta di Jean-Luc Godard al fine di concretizzare un'operazione di fantascienza retrò.
Con attori in ottima forma, al servizio di quasi un'ora e mezza di pellicola dal sapore esoterico, spirituale ed orientalista il cui difficile ma innovativo linguaggio, probabilmente ancora troppo avanti per la Settima arte tricolore d'inizio XXI secolo, non intende ricordare altro che viviamo in una società priva di senso, di comunicazione e di umanità.

La leggenda di Kaspar Hauser Se Beket (2008), precedente lungometraggio diretto da Davide Manuli, voleva essere un lavoro riguardante l’assurdità dell’esistenza umana, questa versione archetipa e surreale della storia di Kaspar Hauser intende apparire nelle vesti di elaborato relativo al non senso e alla non comunicabilità. Godendo di un ottimo cast e della bella colonna sonora per mano di Vitalic, il cineasta fonde elementi di modernità assoluta con un cinema retrò, portando sullo schermo una complicata operazione di cui sintetizza in questo modo il significato: “Molto semplicemente, questa versione di Kaspar Hauser vuole ribaltare l’equazione Kaspar Hauser = Matto vs Mondo esterno e Società = Normale, dimostrando in modo poetico che forse... Kaspar è più normale di tutte quelle persone che gli stanno attorno, esaminandolo e giudicandolo come un animale da circo. Anche a livello di estetica cinematografica si vuole continuare il discorso iniziato con Beket, rompendo l’asse spazio-temporale. Siamo anche qui in un non-luogo e in un non-tempo, adottando le influenze che io prediligo: western, surreali, modern-tecno e post-atomiche al tempo stesso”.

6

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