Cannes 2013

Recensione La Grande Bellezza

Paolo Sorrentino mette in mostra una decadente Roma felliniana dei giorni nostri

recensione La Grande Bellezza
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«Je suis l’Empire à la fin de la décadence», recita il più famoso verso di Paul Verlaine. Eppure, il decadentismo celebrato dai poeti maudit nel loro style d’or al languore del sole era ammantato di un fascino, di un’eleganza, di una grandezza sconosciute ai nostri tempi. L’Impero, oggi, è sprofondato in una decadenza priva di qualunque afflato di poesia (perfino nella città che, dall’epoca di Orazio e Catullo, ha ispirato i più grandi poeti della storia); al contrario, tale decadenza si consuma al ritmo assordante di beceri remix da discoteca, fra ville e terrazze gremite da una folla caotica, totalmente inconsapevole (o forse no?) del declino di cui è diventata vittima ed emblema.
Ed è proprio su una scena di questo tipo, anticipata non dai versi di Verlaine, bensì da una citazione del Voyage au bout de la nuit di Louis-Ferdinand Céline, che si apre il nuovo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, in concorso al Festival di Cannes 2013. Un titolo antifrastico dietro il quale si manifesta un microcosmo rutilante e allucinato: quello dei party selvaggi della “dolce vita” romana, fra alcool, droga, spogliarelli e musica dance sparata al massimo volume.

E nel mezzo di tale campionario di variegata umanità, fra pseudo-intellettuali rampanti, nobili decaduti, escort di lusso, ricchi borghesi annoiati e perfino ecclesiastici, ecco emergere una delle tante figure fino a un attimo prima confuse nella massa: quella di Jep Gambardella, autore di un’unica, grande opera, L’apparato umano, grazie alla quale ha continuato a vivere di rendita pur senza aver mai scritto un secondo libro. Un uomo di 65 anni, serafico e imperturbabile, con lo sguardo annebbiato dal gin tonic e il sorriso lievemente sardonico di chi conosce fin troppo bene l’ambiente di cui fa parte, e che ha il volto del solito, bravissimo Toni Servillo, alla quinta collaborazione con Sorrentino (quattro film per il cinema e uno per la televisione).
Completamente disincantato rispetto all’universo che lo circonda (perfino in occasione della propria festa di compleanno), animato dall’insopprimibile ironia derivante da decenni di frequentazioni mondane e di rapporti con il “bel mondo”, Jep - lui, che all’inizio del film dichiara di amare “l’odore delle case dei vecchi” - si muove con passo morbido e cadenzato fra i salotti, i ristoranti, i locali e le vie della Roma-bene, o meglio della Roma-Babilonia, quasi come un novello Virgilio pronto a prendere per mano lo spettatore e a condurlo in questo “viaggio al termine della notte”. Anche se, a pensarci bene, il Jep di Toni Servillo assomiglia molto di più al cinico reporter impersonato oltre mezzo secolo fa da Marcello Mastroianni ne La dolce vita, che Jep ricalca in almeno un’occasione (quando, una mattina, invita l’amante Ramona a recarsi sulla spiaggia per vedere un “mostro marino”). E non a caso il capolavoro di Federico Fellini (Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1960) costituisce il primario modello di riferimento della pellicola di Sorrentino, quasi una sorta di Dolce vita aggiornata dall’era del boom economico a quella della crisi e del post(?)-berlusconismo.

Fellini, del resto, appare immancabilmente come il nume tutelare sotto la cui egida Sorrentino ha realizzato quello che è probabilmente il film più ‘felliniano’ mai diretto da un regista italiano fino ad oggi. Un’influenza, quella di Fellini, che tuttavia non intrappola il regista de Il divo in uno sterile tentativo di imitazione del maestro riminense; al contrario Sorrentino mantiene e affina ulteriormente la sua peculiarissima cifra stilistica, ovvero quel grottesco costantemente in bilico fra il reale e il mostruoso, e ne fa il maggiore punto di forza di un immenso film corale di oltre 140 minuti, eretto su una straordinaria capacità di messa in scena e in grado di gestire una vasta pluralità di personaggi e di sequenze narrative (proprio come accadeva ne La dolce vita, del resto). Ma La grande bellezza è un film felliniano anche in altri sensi: proprio questa sua dimensione intimamente grottesca, sospesa fra i poli opposti del barocco e del repellente, riporta alla mente l’affresco visionario di Roma di Fellini; mentre certi squarci satirici, surreali o addirittura onirici sembrano mutuati da altri capolavori felliniani, come o Giulietta degli spiriti.
Sorrentino, tuttavia, è ben consapevole dell’epoca che stiamo vivendo, e della sua distanza incolmbabile dalla Roma felliniana. Quelle notti romane erano popolate anche da donne affascinanti, nobilmente altere o gioiosamente sensuali (Anouk Aimée, Anita Ekberg), in grado di stregare come sirene il tombeur de femmes di Mastroianni. Le donne di cui si circonda Jep, al contrario, sono l’ennesimo emblema della decadenza (morale, ma anche fisica): Stefania (Galatea Ranzi), intellettuale radical-chic di cui il protagonista non esita a smascherare la vacuità e l’ipocrisia; Orietta (Isabella Ferrari), che alla soglia dei cinquant’anni non ha nulla di meglio da fare che postare le proprie foto di nudo su facebook; Ramona (Sabrina Ferilli), piacente quarantenne e spogliarellista ormai fuori tempo massimo, incapace di vedere un futuro davanti a sé; e Lorena, ex-soubrette cocainomane, irrimediabilmente devastata nel corpo e nello spirito (e impersonata con sinistri echi autobiografici da Serena Grandi). A rievocare i fasti di un’era passata, di dive del cinema dalla leggiarda eleganza, è unicamente una fuggevole apparizione della diva francese Fanny Ardant, che si materializza agli occhi di Jep nella solitaria notte di Via Veneto, ma solo per quei pochi istanti che bastano per un sussurrato “Bonne nuit”.

Questa suprema rappresentazione di volgarità e di squallore, che corrisponde a una deriva etica pressoché incontrollabile, si accompagna però a un umorismo nerissimo, che risiede tanto nell’occhio implacabilmente sarcastico del regista, quanto negli aforismi sferzanti pronunciati da Jep con la disinvoltura di un italico Truman Capote («Flaubert aveva l’ambizione di scrivere un romanzo sul nulla: peccato che non ti abbia conosciuto, avrebbe scritto un grande libro»), nelle battute involontariamente ridicole messe in bocca ad altri personaggi, spesso con malcelata perfidia («Ma dai, Proust è il mio scrittore preferito... anche Ammaniti»), o nella derisione di una pseudo-arte di assoluta inconsistenza (la sedicente artista concettuale che si scaglia nuda contro le mura romane del Parco degli Acquedotti).
E nel bersaglio di Sorrentino, come già in passato (con maggiore scandalo) in quello di Fellini, non poteva non finire poi la casta clericale (d’altra parte, siamo pur sempre a Roma): e così, ecco entrare in scena l’esilarante - e felliniano, questo sì, a 36 carati - carrozzone ecclesiastico che vortica attorno alla “Santa”, leggendaria suora ultra-centenaria pressoché mummificata, la quale ha votato la propria intera esistenza alla povertà e rifiuta di farsi intervistare da Jep - poiché come spiega lei stessa, in un filo di voce, «La povertà non si racconta... si vive». Mentre un sempre strepitoso Roberto Herlitzka strappa l’applauso nell’irresistibile ruolo del Cardinale Bellucci, stimato porporato in odore di Pontificato, il quale però, piuttosto che alle faccende spirituali, sembra ben più interessato all’esibizione delle proprie competenze in materia culinaria.
In questo variopinto caleidoscopio di mondanità sfrenate, di cene ‘prestigiose’ e di fatui riti sociali, ridotti a stanchi simulacri privi di significato, rimane appena un minuscolo spiraglio per qualche raro frammento di autenticità. Un’autenticità identificabile nell’amarezza crepuscolare che di tanto in tanto pervade Jep, seppure per brevi momenti: come quando viene a sapere che il suo unico amico, Romano (Carlo Verdone), giornalista fallito con velleità di drammaturgo, è in procinto di lasciarlo per sempre; o quando, nel corso di un funerale (altro rito sociale basato su una precisa liturgia di comportamenti), si lascia sfuggire qualche furtiva lacrima non programmata, e pertanto forse frutto di un vero dolore. O infine quando, con la nostalgia di un sotterraneo ma incalzante cupio dissolvi, va alla ricerca di un barlume di serenità inseguendo un passato lontanissimo e irrecuperabile, come la memoria di un amore di gioventù interrotto troppo presto e per ragioni che neppure lui riesce più a ricordare.

La Grande Bellezza Sulle orme di Federico Fellini, Paolo Sorrentino dipinge uno spietato quanto magistrale affresco della “dolce vita” dei salotti romani, tra superficiali riti mondani e sfrenati party notturni, nel segno di una vacuità morale da cui non sembra esistere via di scampo. Mirabilmente sospeso fra il surreale, il comico e il grottesco e pervaso da un ferocissimo umorismo, il film di Sorrentino segue il protagonista Toni Servillo lungo un itinerario, al contempo fisico e simbolico, attraverso i luoghi di una città trasfigurata nell’emblema della moderna decadenza, e lo circonda di un grande cast corale che include Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Isabella Ferrari, Carlo Buccirosso, Galatea Ranzi e, in un breve ma formidabile ruolo, un irresistibile Roberto Herlitzka.

8.5

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